Telepatia di Gian Mario Villalta, note di lettura di Silvia Secco

'Autoritratto n.4', olio su tela, 2011_risultato

Telepatia di Gian Mario Villalta, Lietocolle ed. 2016,note di lettura di Silvia Secco.

    

     

“Quando un team di neuroscienziati scoprirà i neuroni–telepati, non si dimentichi che la poesia lo sapeva già: “Celeste è questa/ corrispondenza damorosi sensi/ celeste dote è negli umani…, lo dice già Foscolo nei Sepolcri, facendo intendere a chi lo vuole che questa possibilità si forma nella vita, e perciò, purtroppo, che la “telepatia”, qualora unisca nella vita, è la stessa che tiene uniti nel lutto e nellesperienza della morte degli altri. Ricordiamo un’altra cosa: con gli altri si forma il nostro sentire, ed è con altri che sentiamo in quel certo modo che poi diventerà il nostro modo di essere in un luogo, in una situazione, ecc. A parte tutto ciò, sembra a volte davvero di “essere pensati” da qualcuno che pensiamo.” (p. 151)

Con questa nota, a firma dello stesso autore, possiamo prendere fra le mani e interpretare le pagine di Telepatia di Gian Mario Villalta, appena edito da Lietocolle-Pordenonelegge nella neonata Collana oro. Un titolo, Telepatia, che si ritrova in una delle diciannove sezioni che compongono un canzoniere sostanzialmente tematico, frutto maturo degli ultimi otto anni di scrittura del poeta pordenonese vincitore del premio Viareggio nel 2011.

So che esisto fuori di me

Di verso in verso si sdipana il nucleo centrale ed il fil rouge che unisce organicamente l’intera raccolta. Un umanissimo mostrare lo sgomento, donato all’esterno attraverso la poesia: di fronte alla presa di coscienza che l’individuo non è destinato a durare, e che il solo antidoto alla vanità è nel ricordo, nel racconto verosimile del mondo che tenta di trattenerlo – qui, ora, domani – per trasmetterlo.

Poi farà buio. Resterà

Entrando in Telepatia si incontra una tutta volontaria affinità di linguaggio che si basa su un’apparente (e solo apparente) semplicità della parola. Rime interne ai versi, ricorrenti (tratto stilistico distintivo), certe assonanze che rendono il testo un disegno di cerchi che si intersecano fra loro (come a pagina 13, ad esempio, dove l’apparecchio che chiude il secondo verso, tocca l’orecchio a metà del quinto, prima della parentesi che apre un altro ritmo, con altre desinenze, e consente di arrivare a quel magre in seconda strofa che porta alle due parole chiave padre, madre), un significato che va al di là della forma almeno in quella proiezione di poesia dove il contenuto ha un valore, un messaggio comprensibile. 

Il posto più occupato / è di chi manca.

L’esperienza umana permea le due grandi sezioni degli omaggi ai poeti amati dall’autore: La maturità, nella quale Villalta incontra, in una dimensione immaginifica, su un treno, Cesare Pavese, che sembra parlare in prima persona (Il mio sguardo insiste sul suo tacere,/finché lo riconosco, quando, quasi distratto: “A questa/ velocità, sarebbe stata sopportabile forse/ anche per me”, risponde, dopo molti minuti,/ Cesare Pavese, e non intende, come me, la vista/ sulla campagna informe,/ ma – a questa velocità! – la vita), e la splendida sezione Tra mi e ti, con Andrea Zanzotto, due anni dopo” nella quale si viene collocati in una dimensione filosofica dell’abbandono, della perdita inevitabile, quasi a gridare affinché si quieti quel “lauto pasto della ruggine sugli infissi” che si incontra successivamente, quel “tempo che chiude la gola” che era già introduzione ideale dell’opera, quel “Da dove chiamano? Ascoltiamo/ marcire le pietre” attraverso il quale Villalta suggerisce che è necessario scrivere per vivere e dire di essere vissuti, non in qualità di insetti ma come umani. 

“Andrea, Andrea! – te ciame, forte / anca se son vissin – Andrea, son qua co ti: te scolte. 

La parola si leva alta e schietta, nitida e pulita, in pagine (37-47) dove il dialetto è l’unica lingua adatta a dare parola al grop in gola, alla malinconia rabbiosa e mai pacificata del lutto e della mancanza, quasi un’invettiva:

No ò resòn. Nissùn là mai resòn, te me là insegnà,
ma linvenzhion, ma el logos, ma lamor lè sta
lori a portarne qua, sul silio de sto savariàr
gnent a gnent, in gnessulògo (e adess che anca mi
me so sfogà el servel, restèn ancora un fià
in silensio, fora de la memoria – là
se sta streti, ancora, par adess – in te sta sospension
de verità, fin che lè ora de dirte, come tute
le altre volte: “Devo andare, me toca ‘ndar, Andrea,
ò un bel tocon de strada prima de rivar”…

Non ho ragione. Nessuno ha mai ragione, me lhai insegnato,
ma linvenzione, ma il logos, ma lamore sono stati
loro a portarci qua, sulla soglia di questo farneticare-fantasticare
niente a niente, in un nessunluogo (e adesso che anchio
ho sfogato la mente, restiamo ancora un poco
in silenzio, fuori dalla memoria – là
si sta stretti, ancora, per adesso – in questa sospensione
di verità, fino a quando è venuta lora di dirti, come tutte
le altre volte: “Devo andare, Andrea,
ho un gran bel pezzo di strada prima di arrivare”…

Te tase ancora? Va ben, alora, ecome qua: de ti
l’è proprio quel che mai no ò mandà dho,
sta divertidha perplesità
par tut, de quel che i altri i fa,
e ‘sto mostrarse sempre straschifà
de la pore realizadha realtà.
Sì, e quel vantar de la to poca nobiltà
de un pare pitor e un fia’ perseguità,
a mi, che el lavoro dei campi l’era vero
fin da fiòl, che ho sentio sempre un peso, mi,
sul col, l’è sta’ l’unica roba de ti che ò detestà.
A mi, ‘sto to ciamarte fora e sempre par de là
da tuti quanti i s.ciap, el me à sempre urtà,
sora de tut parché ‘na sgaravera
de boni da gnent, contenti de se stessi, ch’i se crede
i giusti, ch’i sa tut lori, ch’i sistema el mondo co’ un flut de
prosechin,
i te vignèa drio come paiassi
co la storia dei capanoni, i palù, el paesaggio (che ben se sa!),
co’ frasi inteligenti (le tue) par i cin cin,
ris.ci nissun, de là del bla bla bla.
Ma ti te stava a casa tua, te „ndava a piè
un chilometro o dho, te magnava formài,
radìci, no te conprava na giacheta
da trenta ani – no te butava via un centimetro
quadro de carta (“Par far apunti”, te diseva).
E invesse chi te à da’ resòn
e te’l to nome i sbabacia sensa requie,
i arde na foresta par far festa
come ‘na volta, in mexo a un camp,
i diss “’Sto inverno ò fat el Yemen,
adess el me interessa el Ciad”.

Tu taci ancora? Va bene, allora, eccomi qua: di te
quello che non mi è mai andato giù
è proprio questa divertita perplessità
per tutto quello che gli altri fanno,
e questo mostrarti sempre straschifato
del povero realizzarsi della realtà.
Sì, e quel vantare la tua poca nobiltà
di un padre pittore e un poco perseguitato
a me, che il lavoro dei campi era vero,
fin da bambino, e l’ho sentito come un peso, io,
sul collo, è stata l’unica cosa di te che ho davvero detestato.
A me, questo tuo chiamarti fuori e sempre essere oltre
tutte le sorti comuni, mi ha sempre urtato,
soprattutto perché una caterva
di buoni a nulla, contenti di sé, che si credono
i giusti, che sanno tutto loro, che sistemano il mondo a ciance e prosecchini,
ti venivano dietro come pagliacci
con la faccenda dei capannoni, i palù, il paesaggio (naturalmente!),
con le frasi intelligenti (le tue) per i cin cin,
e nessun rischio per sé, finito il bla bla bla.
Ma tu stavi a casa tua, andavi a piedi
un chilometro, o due se andava bene,
mangiavi formaggio, radicchio, non compravi una giacca
da trent’anni – non gettavi un centimetro
quadro di carta (“Per fare appunti” – dicevi).
E invece chi ti dava ragione
e nel tuo nome ancora ciarla senza requie
brucia una foresta per far festa
come una volta in mezzo a un campo,
e dice “Questo inverno ho fatto lo Yemen,
adesso mi interessa il Ciad”.

Una poesia che non lascia soluzioni definitive ma ne evoca molteplici. Villalta solleva la questione e la lascia appositamente irrisolta, fissa. Ed è potente in tal senso l’intera sezione Nel regno della ruggine e, in particolare, la stanza che chiude la poesia a pagina 99:

Per il freddo, io chiedo, per coloro
che hanno attraversato il silenzio,
per chi dorme nella conchiglia dellamore
e per chi svuota il mare dellamarezza
con il cucchiaio del rancore,
io chiedo, per chi non sa dare nome
al desiderio di tutto, per chi sorride nell’alone
di una torcia dellesperienza
a basso consumo, chiedo di non distinguere
lamico dal nemico, per una notte, non decidere
dovè la ragione, ma di ascoltare, ascoltare a lungo
la voce, che non sarà udita,
lora esatta scandita
dal germoglio che sforza
la scorza oscura, quella ferita.

Si parla, in quest’opera, senza titubanze dell’essere umano. Si parla della morte e della memoria “con il terrore di chi si sveglia, il sole in faccia,/ la spiaggia deserta, la certezza/ che invecchia tutto invecchia” e l’unica consolazione appare proprio nell’impossibilità della pace, nell’impossibilità a smettere di desiderare:

Sono nel centro che fugge
dentro il cerchio del tempo.
Sono fermo, immaginato listante
che si schiude prima
della pioggia crosciante, prima del vento
che scuote le imposte, e della grandine.
Lo so che nascere fa male. Lo so che respirare
appena nati è tremendo. E appare naturale.
Come lamore quando arriva e chiedi
un giorno ancora un giorno un giorno ancora.

Troppo difficile? Si chiede l’autore citando Hegel. E subito dice che no, non avrà termine, perché il termine sarà quando tutti i miliardi di umani / anche i bambini, come nel Paradiso di Dante, / avranno solo quello che vogliono e vorranno / perfettamente solo quello che avranno. 

In chiusura, nel pieno di tutto ciò che attiene alla sfera della maturità anche anagrafica che il poeta stesso definisce Il secondo viaggio, Villalta torna a dire “io” di sé stesso e chiede (e sembra chiedere al lettore, oppure al pensiero stesso, o addirittura alla poesia) la grazia di una solitudine che potrebbe essere tradotta con il termine “tregua”. Tregua, però, anch’essa irrealizzabile se l’uomo è vivo, se il poeta può definire sé stesso uomo e se l’uomo, vivendo, ha incontrato e amato e ricevuto almeno quanto ha lasciato in segno:

Vieni via di lì, lasciami solo in cortile
è pieno di stelle
e tu vai, va che da qualche parte
si balla, si fa notte fonda
e alba 

che cosa vuoi
che resti solo, io
che solo non sono mai

(entrassi nella mia testa, li vedresti
lì tutti, che più se ne vanno più restano).

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