Temeraria gioia di Eleonora Rimolo, recensione di Alessandra Cerminara

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Temeraria gioia di Eleonora Rimolo, G. Ladolfi Ed., 2017, recensione di Alessandra Cerminara.

    

     

“C’è, lo giuro su Pan, un fuoco nascosto da qualche parte, / sì, lo giuro su Dioniso, un fuoco sotto la cenere”.
A invogliarmi a recensire “Temeraria Gioia”, graziosa silloge di Eleonora Rimolo,  sono stati i versi  Callimachei che, come singolare biglietto da visita, preparano il lettore ad un viaggio di pura scoperta nel sotterraneo mondo poetico: magma silente, ma sempre fluttuante nei tellurici anfratti dell’anima.
La concezione della poesia come mistero da svelare e rivelare attraverso la parola non è nuova nella storia della letteratura: ripenso a Callimaco, ma anche inevitabilmente a Baudelaire, a tutti i simbolisti, a Ungaretti che affida al suo “porto sepolto” il messaggio illuminante di cui il poeta si fa portavoce. È questo l’ingrediente che amalgama e compatta i polimetri della Rimolo, che attraverso versi per lo più brevi, procedono per “sprazzi” e “illuminazioni” la cui impalcatura, tutto sommato ancora classica, tradisce in verità un’ impostazione e un linguaggio moderni che si affidano non ad una ipotattica razionalità,  ma al pensiero illuminante, i cui  riferimenti eruditi e mitologici sono funzionali ad una poetica simbolista e analogica che non racconta come in Omero o Virgilio, ma “lampeggia”; non “dice” come in Petrarca o Leopardi, ma suggerisce.

In “Temeraria gioia” il poeta è un eroe che, sfidando i gorghi oscuri della coscienza, approda all’agognato porto della verità, rinnovando di volta in volta la sua “gioia”. Mi vengono in mente Odisseo, Enea, ma anche Gulliver e Frodo Baggins, viaggiatori eccellenti che hanno percorso uno spazio non meramente fisico, ma anche e soprattutto intellettuale e spirituale. Così il poeta, addentrandosi nei recessi dell’anima, indaga, scruta, scopre dimensioni e cose che l’ordinario non conosce, ma che in un modo tutto misterioso racchiude in sé. E colui che si apre alla bellezza “ha gli occhi liquidi dei pesci”, “come gli uomini che credono ancora in qualche cosa”.
Spesso, l’autrice si rivolge a un “tu” indefinito a cui confida e affida il suo essere fragile, ma al tempo stesso forte dinanzi al caos della vita. E in questa intima confessione, la poetessa cerca un filo, un comune denominatore che dia senso al penoso e convulso divenire esistenziale

Tu eri il tuo nodo,
le domande ti braccavano
morbose, ti parlavi
con una lingua di cenere,
intraducibili visioni
di un altrove che mai
raggiungeremo.
Sono io, mi riconosci,
ho un sopracciglio che supplica
il conto, alla fine di un misero
pasto

*

E tu, che da quel seno
piangesti ogni frammento
del breve piacere, tu dove
tieni celato quel santo
liquido odoroso e franto?

Quello che più colpisce sono le continue impennate dell’afflato poetico che si invola con ali di Icaro per poi ripiombare giù, nel baratro di una realtà che inchioda e crocifigge, ma che può essere addolcita e superata dalla speranza e dal balsamo della poesia, che sublima anche ciò che è marcio, anche ciò che è morto

batti le mani, vincitore, il vino
ti colora rughe nuove e le Erinni
finalmente
abbandonano l’estate.

*

…                                il cortile
che ci accoglie ha perso pure
l’ultimo coriandolo di verde,
un gorgoglio ci ricorda che
esistono ancora le fogne,
scrigni oscuri, custodi ultimi
delle lenzuola che solamente
sognammo di annusare.

Ai “diseredati della parola” è preclusa la via della bellezza: essi “restano tra i loro schiamazzi accalcati alla fermata dell’autobus”, dove l’omerica Aurora dalle dita di rosache illumina mari e terre diventa “Aurora senza carro dalle dita di prosa”, immagine capovolta della mitologia in cui il termine “prosa”, quasi scimmiottando il poetico “rosa”, acquista un’accezione negativa, venendo a coincidere con ciò che è prosaico e banale

I diseredati della parola
restano tra i loro schiamazzi
accalcati alla fermata
dell’autobus: dalla sommità
erosa del tutto forse
ti lanciasti durante quel coma
impensato: in breve
penetrasti uno strato altro
e di te vedevo solo un fascio
di nervi ridicoli saltare

*

ma sempre al punto di vedere
arriva Aurora senza carro
che veste di nero il cielo,
Aurora
dalle dita di prosa.

Ma a colui che possiede il dono della parola gli “armadi mostruosi/ suggeriscono ardite acrobazie”.

Tanti e belli i versi dedicati a Milo De Angelis in cui l’autrice, riconoscendolo come “maestro”,  emula e ricalca lo stile analogico ed evocativo del primo De Angelis, affidando l’enfasi poetica  a un respiro breve e frammentario e ad un lessico puntuale e analitico

Come colla la poesia
lega la carezza
a frazioni di una voce
che guida e brancola
nell’eterno movimento
spezzato:
sei il maestro
che anticipa le notti
e mi chiama dal fondo
di uno stringersi delle mani
asimmetriche dove
giungere è l’estremo
mio atto di carsica
somiglianza.

L’ultimo verso “somiglianza”, definita dalla poetessa “carsica”, rievoca la raccolta “Somiglianze” con cui De Angelis esordì come poeta nel 1976.

Altra peculiarità di “Temeraria Gioia” è l’uso di un insolito maschile generico quando l’autrice parla di sé. Il maschile generico, di derivazione latina, si usa in italiano per indicare alte cariche istituzionali, che, in quanto tali, devono prescindere dai personalismi, ma in questo caso l’uso del maschile generico denota una concezione androgina dell’arte poetica che, rivolgendosi alla totalità, non ha sesso e anzi, indugiando nel maschile o nel femminile, rischierebbe di perdere quel carattere di universalità che la contraddistingue. La necessità di una letteratura il più possibile androgina fu gridata a gran voce da Virginia Woolf nel suo bellissimo saggio “A Room of One’s Own”, in cui, constatando la netta prevalenza di autori, in termini di fama oltre che di numero, incita le autrici a emanciparsi dal loro essere donne e a puntare ad una letteratura di ampio respiro, perché, per chiunque scriva, è fatale lasciarsi condizionare dal proprio sesso: “Dobbiamo essere una donna maschile o un uomo femminile. E’ fatale per una donna mettere l’accento, anche minimo, sulle sue lagnanze; rivendicare la giustezza di qualunque causa; (….) E questa fatalità non è una figura retorica, perché qualunque cosa scritta sotto quella forza consapevole è destinata a morire. (…) Ci deve essere nella mente qualche collaborazione fra la donna e l’uomo, prima che possa formarsi l’arte della creazione. Deve essere consumato un matrimonio di contrari.”


crocifisso a un palo di rinunce
attraverso il verbo a piè sospinto
lavoro e levigo la rena
e aspetto, infinitamente aspetto,
che si compia il gesto supremo.

*

Mai passando per i
notissimi luoghi
sono stato più nostalgico
di ora, perché non ho
scolpito pianeti
con questa penna e non ho
voluto rabbonirti
con le mie bugie:
usando unicamente
noiosissimi me stesso
incontro a me vado
solo, orfano di figli
e realtà.

La poesia è canto dell’anima e le anime non hanno sesso.

rimolo_temeraria_gioia
in apertura “Paesaggio, XVI sec., attribuito a Kano Motonobu, MET Museum New York.

 

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