Tesi su poesia e lavoro, di Luca Mozzachiodi

Metropolis, Fritz Lang, 1927_12

Tesi su poesia e lavoro, di Luca Mozzachiodi.

     

     

Il testo che segue contiene una serie di tesi sul rapporto, o meglio sulle molteplici relazioni tra poesia e lavoro. Non vuole né può essere una affermazione definitiva, piuttosto è da intendersi come un tentativo di cornice e una concreta proposta di discussione. Oggi forse solo una discussione che si dia con i toni ultimi, da cui una certa difficoltà del dettato che è anche una forma di selezione degli interlocutori come sola pratica possibile, può essere un principio di difesa e costruzione di consapevolezza e senso, forse non raggiungeremo alcun ordine nuovo se non sapremo imporre, sulla carta prima che nei fatti, l’ordine di un pensiero nel suo farsi.
A E. e M.

TESI SU POESIA E LAVORO

Kin-jeh diceva: Partire lancia in resta contro la cattiva arte e reclamarne una migliore o vilipendere il gusto del popolo, a che può servire tutto ciò? Bisognerebbe invece chiedersi: perché il popolo ha bisogno di stupefacenti?
Me-ti

 

I
Due modi vi sono di considerare la relazione tra poesia e lavoro: uno è quello che vede il lavoro come oggetto della poesia, l’altro è quello che vede la poesia come uno dei soggetti del lavoro; il primo produce il pauperismo, l’Arcadia operaista e altre amenità per consolare il cuore, il secondo è l’espressione profonda della crisi del lavoro stesso all’altezza storica del nostro tempo. Ieri, quando per qualche tempo il lavoro fattosi stato e forza storica incarnata ebbe bisogno di celebrarsi come tale, la via oggettivista della poesia al lavoro diede al mondo la poesia di regime, con il risultato di far passare la vera carica eversiva a quella poesia che era tanto più lavoro in sé quanto più dalla forma storica esteriore del lavoro essa rifuggiva, oggi essa raffina gli oppiacei di cui gli oppressi hanno bisogno per sentirsi giusti e rende nobili e lucide le loro piaghe, ma gli oppressi non sono giusti se non quando si ribellano a chi li opprime e mettere la tuta blu a satiri e ninfe è solo un espediente di ricatto.  Solo la seconda via è realmente dialettica perché senza finzioni assume se stessa come parte del processo e fa della società e del lavoro la propria stessa essenza su cui riflette, invece di considerarla come un serbatoio di exempla retorici; ne consegue che con i poeti del lavoro, i quali spesso in questo modo dimostrano la loro collocazione borghese, qualsiasi tentativo di cambiamento ha poco o nulla da spartire.

II
Poesia come atto del poetare, pressione della coscienza sul poetato e lavoro sono in rapporto dialettico nella misura in cui il lavoro e la produzione, cioè il lavoro nel suo conflitto con il capitale, fanno tutte le cose sociali delle quali l’uomo è produttore-prodotto e unica piena misura. Viviamo oggi in una fase di grandi mutazioni, in Occidente, della natura del lavoro e del capitale e dunque delle forme del loro conflitto, dall’apparire sulla scena di quella categoria chiamata cognitariato, che è il prodotto della diffusione di cultura, istruzione e competenze tecniche a livello di grandi masse per rispondere alle nuove esigenze di produzione, accumulazione e circolazione delle merci desumiamo che il capitale posto di fronte all’allargamento della conoscenza e all’estensione della classe media ne fa sue risorse. La poesia a tutto ciò o pronuncia uno sdegnoso rifiuto, cioè nega il cambiamento del lavoro, la sussunzione della conoscenza diffusa da parte del capitale e, se può, persino il capitale per incantare se stessa e dormire il sonno dei giusti in un mondo ingiusto, oppure cerca di correre dietro al lavoro, per scoprire poi che, se lo fa, significa che rispetto al lavoro si trova già troppi passi avanti. In ogni caso entrambe le soluzioni sono le pressioni in qualche direzione di una coscienza che è il frutto del conflitto all’ordine del giorno tra capitale e lavoro, queste pressioni sono l’atto di inseguimento o ritirata di chi può vedere solo la prima fila dei nemici e dei suoi, non l’atto sovrano di un poeta in uno stato di grazia.

III
Rispetto alle altre forme letterarie la poesia, chiamiamo così quella forma che si dà in versi che vogliono essere versi, presenta un grado maggiore di apparente soggettività, cioè ci potrebbe indurre a pensare che quello stato di grazia sia effettivo. Certamente è il poeta moderno che compone la poesia e la fa dei suoi pensieri, ragionamenti, idee, rappresentazioni e tutto quanto dice del suo essere individuo, cioè non altro, nel mondo; essere però appunto nel mondo e non nel vuoto e anche la più pura soggettività apparente appare per il persistere di un’oggettività che le dà un confine. Ora se noi chiamiamo mondo quella scena di rapporti sociali dei quali il capitale è il fondamentale, se sappiamo che il lavoro traccia questo confine, anche la poesia attenua i suoi connotati per poter essere tale, come il peccato è il confine della grazia. Il tentativo di dire io e mondo con una parola sola, cioè una sola cosa, è l’essenza della poesia moderna, essa è, se vi riesce, sommamente dialettica.

IV
I libri di poesia si comprano, si vendono, si producono e anche le poesie, come fatto qui e non come atto, si producono e si vendono, chi le produce e le vende è il poeta, chi le compra e le vende nella forma libro, o selezione su rivista o antologia, è l’editore. La poesia è una merce e non un attributo della vita, non più di quella vita necessaria per produrla come merce; ma parlare oggi del mercato della poesia, sia da parte del produttore di poesia che da parte del produttore di libri di poesia, significa parlare di strozzature e conflitti di potere: poco importa che il poeta veda seccarsi l’inchiostro nella penna quando firma il contratto, a nulla vale che si stupisca della dissomiglianza tra la sua poesia e il libro di poesia, soprattutto se giovane e debole, ma talvolta anche se forte, in sede di contrattazione pensa che si debba rompere pure la punta del pentacolo perfetto se si vuole che la vita entri nella sua stanza e lo rifonda di quella che ha speso per produrre l’opera. Egli baratta la vera vita dell’idea con la vita come tempo di produzione e la vita come tempo di socializzazione, spera che l’una e l’altra congiunte facciano una verità nuova maggiore dell’idea e rendano più vero lui stesso, se spera questo non vuole morire, se spera questo e non si inganna sui termini è rivoluzionario.

V
L’editore è un compratore-produttore-venditore, la camera di svolgimento di un processo sociale nel quale i ruoli dei differenti soggetti variano anche di molto a seconda delle dimensioni, delle finalità e della storia della casa editrice; ma l’editore è anche un imprenditore e un capitalista: oggi in Italia parlare del mercato editoriale significa parlare di un oligopolio concorrenziale dove pochi gruppi editoriali sono divenuti enormi trust dell’informazione e dell’industria culturale, posseggono diverse case editrici, librerie, agenzie di distribuzione e promozione, televisioni, centri di studio e agenzie di stampa, giornali, siti, riviste, fondazioni; attraverso una vasta e capillare rete di contatti e clientele controllano spesso anche altri enti culturali e di istruzione, come scuole, università, biblioteche e istituti di ricerca. Nessuno di essi ha finalità benefiche, il loro scopo principale è comprare al minor prezzo possibile le opere dagli autori, venderle al maggior prezzo possibile e nel maggior numero possibile agli acquirenti e regolare produzione, distribuzione e pubblicizzazione il più possibile a loro vantaggio, distruggendo se necessario gli editori più piccoli e deboli.

VI
In quanto produzione la composizione della poesia da parte del poeta ha degli aspetti tecnici, può essere condotta meglio o peggio e in minore o maggior tempo, strumento principale della composizione è la capacità linguistica espressiva unità alla capacità riflessiva, di ragionamento e di rappresentazione, l’accumulo di conoscenza e la meditazione su di essa costituiscono il sapere del poeta. L’affinamento di tali capacità e la costruzione di sapere richiedono tempo e risorse per comporre una poesia migliore, ma naturalmente non è detto che la poesia migliore sia quella che si vende più facilmente o al più alto prezzo e nemmeno che sia quella più apprezzata, come in ogni mercato, su questo dunque basta scandali. Sarà invece fondamentale ragionare sul lavoro della poesia come sapere specifico tecnico-linguistico-riflessivo che spogliato di molta mitologia borghese ha una sua perdurante utilità, fosse anche solo quella di mettere sempre in discussione il proprio valore d’uso e di scambio. Non dunque una poesia del lavoro ma una poesia con il lavoro: il mondo dove gli uomini possono liberamente praticare la poesia al mattino, la pittura, la falegnameria o la critica al pomeriggio è il riflesso del mondo in cui due uomini si incontrano dicendosi «faccio tubi» e «faccio versi» senza che nessuno dei due si debba togliere il cappello.

VII
Alla domanda, che cosa può dunque politicamente fare il poeta? (Cioè il poeta che voglia essere attivamente e non passivamente politico) Una risposta è, badare che gli spiriti che evoca non siano troppo potenti e non travolgano il senso delle sue parole, sapere sempre dove esse sono nell’insieme delle forze e non lasciarsi trascinare da loro, come non è il seme che dice all’agricoltore dove piantarlo, commerciare con ragione la sua irrazionalità perché i mezzi e i veicoli non sono mai altra cosa dai messaggi e le sue parole in mano alla grande industria culturale sono sempre anche armi rivolte contro di lui e la sua parte; essere invece univoco: se dice io si sappia da dove parla, se dice noi si sappia chi a questo noi risponde. Quanto alla poesia come fatto il suo parlare deve essere sì sì, no no; ma quanto al fatto che la sua poesia non dovrebbe mai dire sì a tutti o no a tutti come fanno gli sciocchi, e meno che mai dovrebbe dire sì ugualmente all’oppressore o all’oppresso perché non vi è più grande ingiustizia che fare parti uguali in un mondo di diseguali, quello ecco è il proprio politico del lavoro della poesia:  sapere perché la scrive, raggiungere la coscienza che trasforma l’atto del braccio teso in gesto che mostra.

Cantateci un canto di Sion (Salmo 137) 

VIII
Il poeta esercita alcune funzioni produttive legate alle sue capacità tecniche e al suo sapere: anzitutto e generalmente concorre a determinare, nel campo della letteratura e dell’arte, quello che si può definire come clima culturale dominante, e in questo senso espressione della classe dominante che può essere combattuta anche con le armi proprie di quel campo, che se non sollevano gli eserciti tuttavia mostrano appunto lo stato di conflitto. Vi sono però anche attività più specifiche come la scrittura di testi d’occasione, a cui si deve prestare invero particolare cura perché sono spesso tra i migliori servizi immediati che le capacità del poeta possono rendere, le traduzioni e le recensioni, che sono importantissime per far conoscere quello che accade altrove non meno di un telegiornale, l’utilizzo della tecnica metrica per canzoni e inni, la composizione di slogan e la redazione di comunicati. A livello, però, di produzione di coscienza fare cultura non significa solo produrre testi, di questo o di altro tipo, né divulgarli, ma creare relazioni, ricomporre ciò che è disunito, dare forma e senso opponendosi alla frammentazione dell’individuo e della storia con un progetto che passa anche dall’attività estetica. Cantavamo che nostra patria era il mondo intero, ma oggi il poeta che cantava così non può che essere in perenne esilio, costruire quella patria nel canto è un dovere che richiede accortezza, così come quando gli ebrei cantavano i loro canti a Babilonia esso erano di una doppia lingua che mostrava, sull’altro lato della servitù, la memoria della libertà. Occorre al poeta sforzarsi di cantare in esilio i canti di Sion, perché bisogna che i rivoluzionari ricordino il passato migliore di quanto fosse se hanno interesse a edificare il futuro.

IX
Una storia: un poeta e un operaio siedono a un tavolo, dice il poeta «Ecco vedi, mentre quelli che come me fanno versi se ne stavano tra di loro nel giardino, protetti dalle mura e recitavano i loro componimenti, io tra di voi sedevo» e l’operaio annuisce. «Se voi parlavate io vi ascoltavo, se io parlavo voi mi ascoltavate, ma io mi domando perché dovrebbe a chi lavora importare della poesia se dunque alla poesia non importa di chi lavora?»,  l’operaio si fa scuro in viso «Tu ragioni molto male». Il poeta era sorpreso «Perché dici così?», l’operaio «Perché a me importa della poesia in ogni modo, perché mi eleva». Il poeta era confuso «Allora amico non importa che noi ci ascoltiamo?». «Al contrario, moltissimo! Tu hai fatto bene ad ascoltare e noi ad ascoltare te, ma tu ragioni male». Il poeta quasi piangeva «Ma allora dove sbaglio?». A quel punto l’operaio si alzò e andò verso la finestra «Ti abbiamo ascoltato perché speravamo tanto che tu ascoltando ci dicessi quella poesia che noi non riuscivamo a dire». «Cosa ve ne fate di una mia poesia?» sbottò il poeta, l’operaio rispose «Tutti gli altri poeti erano là dietro le mura, nel giardino», e anche lui piangeva.
Il lavoro della poesia non serve la causa di classe se convinto di farsi uno con la classe esce sbattendo la porta dal giardino dal quale la classe è ancora oggi tenuta fuori e della quale sa di essere unica erede legittima.

Come, sir, arise, away! I’ll teach you differences (W. Shakespeare) 

X
Questa eredità si dà nella forma di cultura, come un universale superiore alle stesse configurazioni parziali che può di volta in volta assumere nel suo farsi arma: controcultura, subcultura, cultura alternativa, cultura antagonista sono tutti diversi modi di indicare quale intenzione un soggetto ha rispetto alla sua e altrui cultura, il suo posizionamento sullo scacchiere della cultura come storia. Il poeta nel suo lavoro di poeta deve possedere una cultura tecnica nella quale rientrano gli istituti della letteratura, le tecniche artistiche che deve padroneggiare, la storia delle arti, del pensiero e dell’evoluzione sociale dell’umanità, ma anche una cultura politica, che è arte della distinzione e delle differenze che trasforma questa cultura tecnica in forza viva. La cultura del poeta differisce necessariamente dalla cultura dell’operaio, la frase «conosci tanti tipi di versi quanti io tipi di chiodi» è una lode con le giuste parole, non ci sono bardi con il caschetto, ma il poeta moderno ha di fronte a sé la sfida di rifiutare la corona d’alloro porta dall’alto per coprire le tempie che sente scoperte al vento della storia.

XI
Il mondo pieno foggiato dal lavoro sul quale compie la poesia al poeta pare vuoto perché ha dimenticato se stesso come figlio e signore del mondo tra la nebbia del lavoro alienato, ieri il suo poetare gli pareva un gioco, la ripetizione al passato di sé come essere universale mentre i suoi simili venivano impiegati come pura forza lavoro nelle piantagioni e nelle grandi fabbriche. Oggi le nuove condizioni del lavoro, la messa a lavoro della vita e la nuova funzione assegnata ai lavoratori della testa, che da alcune parti si chiama cognitariato, ha stretto un nuovo anello alla catena con cui anche il poeta è legato, legato molto più vicino di prima al suo simile di classe, così che la possibilità del poeta di fare poesia non si agita più verso di lui come spauracchio o scherno, ma come promessa di somiglianza e il canto nella nebbia può servire a procedere seguendo la voce della quale il lavoro non sa l’origine ma che sente arrivare da poco più in là.

Il les a vues (A. Rimbaud) 

XII
La poesia in quanto poesia è incapace della rivoluzione, non è preparata perché le venga chiesta anche se costantemente la avverte come domanda. Né essa né il poeta conoscono il senso della vita ed è sbagliato domandarglielo, la poesia può solo ripetere se stessa come un roveto ardente sul quale non si devono voler mettere le mani, ma l’uomo sciocco che si prostra e si fa schiavo della poesia si fa schiavo del suo stesso lavoro e fa il lavoro schiavo in sé alle quotazioni di una borsa valori del tempo. La poesia è uno dei modi in cui l’uomo lavora se stesso per l’eterno e contiene dunque tutte le rivoluzioni, esistono poi poesie di intenzione reazionaria, che chiamano il presente eterno con il presente stato di oppressione e temono il passato e il futuro dove esse come valore borghese moriranno, e poesie di intenzione rivoluzionaria che si situano all’altezza dell’eterno nel momento in cui i lavoratori oppressi spezzano il progresso con un salto qualitativo. La poesia rivoluzionaria salta con loro, guardando indietro alle cose future che ha visto.

XIII
Rispetto alla storia e al complesso dei conflitti sociali che la muovono la poesia è stata immaginata diversamente, per i primi greci essa è memoria e si oppone alla morte, più tardi quando la memoria si fece scrittura la poesia rappresentava quella parte dell’universale che non riusciva a farsi storia ma voleva dominarla dall’alto con lo sguardo e il contegno dei re e dei loro congiunti. Simile correva la poesia di altri popoli e quella degli ebrei sulla quale stava distesa la mano divina; l’anima era un punto d’incontro per vincere la paura nella quale la storia posseduta dagli eserciti che facevano il mondo e la poesia posseduta dai re e dagli dei avevano gettato gli uomini. Così la presa divina cedette alla storia e l’anima strappò la poesia ai re per darla ai pescatori e alle prostitute e offrì se stessa come regno alla poesia in una lingua incomprensibile prima: come una fiamma che brucia in un bicchiere d’acqua.

Essi rimarranno con le loro profezie, io con la mia grande pena (Y. Katzenelson)

XIV
Del suo formarsi la poesia moderna ha un ricordo via via più confuso nella mente dei suoi produttori i quali sanno perlopiù soltanto che vogliono farla durare e parendogli vuoto il mondo credono di alimentarla di sé, ma essi sono il mondo. Nell’epoca moderna la storia è conquistata completamente alle esigenze dell’ordine, politico e morale, che richiede il dominio razionale del tempo nell’articolazione delle sue cause, il progresso senza avventure o salti, alcuni si ribellano ed è previsto che si ribellino perché non ricordano e non hanno tradizione, ad altri che si ribellano se hanno una tradizione di oppressi la poesia si fa storia e aiuta la riconquista, se hanno invece una tradizione di oppressori la poesia diventa ripetizione, memoria che eticizza la storia delle loro colpe come una profezia non compiuta e ricorda, riempiendo le parole nella pena, quando una mano divina si stendeva su quelle parole umane come domani le mani umane che hanno conosciuto il lavoro sul mondo intero che di quel lavoro è il frutto.

         

Metropolis, Fritz Lang, 1927
Metropolis, Fritz Lang, 1927

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