“TRADOTTO”, “TRASLATO”, “VERSIONE”: soluzioni possibili nell’ambito della traduzione della poesia , di Steven Grieco

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“TRADOTTO”, “TRASLATO”, “VERSIONE”: soluzioni possibili nell’ambito della traduzione della poesia , di Steven Grieco.

     

    

Propongo qui di parlare di alcuni problemi relativi alla traduzione della poesia. Questo alla luce della mia esperienza di traduttore – verso l’inglese e l’italiano – di poeti antichi e di paesi lontani: principalmente l’indo-musulmano Mirza Asadullah Ghalib (1797-1869), e poeti e poetesse giapponesi dell’epoca Heian (9° – 13° sec.), periodo in cui il waka raggiunse il suo massimo splendore. Il waka, ricordiamolo, è una forma poetica con schema sillabico di 5-7-5-7-7.

Nella tradizione anglo-sassone, alla quale appartengo, grandi e difficili poeti come questi vengono spesso tradotti in tandem da uno studioso esperto di poesia e un poeta. Non è detto che quest’ultimo conosca la lingua del testo originale: egli deve dare invece, con la sua sensibilità, il massimo contributo nella fase secondaria del lavoro, affinché il testo, come un uccello ormai involato verso un lido straniero, possa scendere nella lingua di arrivo ricevendo da questa il massimo di espressività e fedeltà all’originale, conservando però qualcosa della stessa sonorità della lingua di partenza. Nel caso mio, conosco l’Urdu, ed ho una working knowledge del giapponese antico in cui è stato scritto il waka. Ma, ripeto, ciò non è essenziale in questo tipo di traduzione.

Nel tempo, questa formula ha dato molti ed eccellenti frutti. Mi limito qui a citare l’insolito esempio del volume Ghazals of Ghalib, di Aijaz Ahmad (Columbia University Press, 1971). Il ghazal è una forma poetica araba e persiana, composta di due o più distici. Lo studioso pakistano ha tradotto in forma abbozzata, slegata, “svestita”, una scelta di composizioni del poeta in lingua Urdu, affidando in seguito queste sue bozze ad alcuni poeti americani, fra cui Adrienne Rich, W. S. Merwin e Mark Strand, perché ne facessero delle versioni secondo il loro intendimento. Il volume è molto interessante per diversi motivi, non ultimo perché rappresenta anche un caso estremo della traduzione di poesia in forma di “versione”. Fatto curioso, la traduzione “base” di Ahmad risulta non di rado più interessante delle versioni “finite” dei poeti americani. Questa infatti mette il lettore davanti alla struttura aperta dell’originale – il suo “laboratorio”, diciamo – colma di tutte le possibili varianti interpretative, e quindi più carica di suggestioni riguardo al metodo compositivo ghalibiano. Inoltre, il legame con l’Urdu è ancora percepibile, e questo è già di per sé un fatto meraviglioso: una finestra non oscurata.

Una traduzione può anche essere fulminea, e fatta da chi non padroneggia la lingua di arrivo in modo assoluto. Sono casi rari, ma proprio per questo illuminanti. Lo studioso di Tokyō con cui ho lavorato sui waka, un giorno mi volle illustrare una questione particolare, traducendo su due piedi, in italiano, il celebre haiku di Matsuo Bashō:

furuike ya kawazu tobikomu mizu no oto
(vecchio stagno – rana salta –acqua di suono)

nel vecchio stagno
la rana è saltata

e il suono di acqua

Cruciale nell’haiku (e in questo haiku in particolare) è il ritardo di arrivo del terzo segmento, mizu no oto, “il suono di acqua”. Nel giapponese, la cesura viene già creata da “acqua” che precede “suono”: Per rallentare il ritmo di lettura del lettore italiano o inglese, il mio collega interpone qui la congiunzione “e”. Tale ritardo crea la musicalità che ci è necessaria per entrare nella reale profondità della composizione: non un quadretto idillico, ma una riflessione profonda sulla vita umana, su come noi viviamo in questo mondo, immersi in un dialogo con tutte le altre forme di vita interne ed esterne a noi: la rana, certo, ma anche l’acqua, lo stagno, la riva, la psiche del poeta.
Si possono fare traduzioni più eleganti, ma è proprio l’eleganza che spesso fa inciampare. Un esempio che tengo sempre a mente è quello di Nobuyuki Yuasa, che ci dà questa versione dello stesso haiku: “Breaking the silence / of an old pond, / a frog jumped into water – / a deep resonance.” (da Bashō – The Narrow Road to the Deep North and Other Travel Sketches, Penguin Classics, 1966) Troppe parole!

Per tornare a noi, è possibile, a mio avviso, individuare i tre angoli del triangolo traduttivo: il “tradotto”, il “traslato”, e la “versione”. Il primo tende a privilegiare la stretta aderenza al testo originale nel suo senso letterale. La versione privilegia fortemente il senso metaforico dell’originale. Un esempio estremo è la versione inglese dei Rubaiyat di Omar Khayam, di Edward Fitzgerald: di dubbia fedeltà, sebbene ancora oggi continui a deliziare moltissimi amanti di poesia.

E arriviamo al “traslato”. Mi permetto di piegare questo termine – che ha il senso di “figurato”, “metaforico” – verso il senso di: “attingere alle suggestioni profonde di una parola, espressione o frase, senza per questo sconfinare nella interpretazione ‘libera’, o addirittura nella parafrasi”. Ciò è dovuto a volte al fatto che una lingua rispetto ad un’altra riesce meglio ad esprimere un dato concetto, o ad evocare un dato mood, Stimmung, stato d’animo o ‘atmosfera’. Ecco perché dobbiamo sempre ricorrere a tutte le risorse possibili e immaginabili per suggerire il senso riposto nella parola o verso che stiamo traducendo. Sempre cercando di evitare la manipolazione.

Prendo l’esempio pratico di una poesia che ho tradotto dall’inglese in italiano. Fa parte di una mia raccolta, Entrò in una perla, che uscirà nel prossimo ottobre.

L’auto-traduzione è pratica rischiosa, subdola, difficile. In questo caso ho deciso di ricorrervi per una serie di motivi. La mia non è in genere una poesia intimista, ma “di pensiero”, seppure fortemente immaginifica: l’atmosfera non intende tanto veicolare stati d’animo nudi e puri, quanto riflessioni sullo stato delle cose: perché siamo qui, come siamo qui; qual è la natura delle cose, dei colori, della luce. Il fatto che io sia poeta bilingue, che scriva sia in inglese che in italiano, mi ha fatto decidere di tradurre da solo questo piccolo gruppo di poesie. A mio avviso, in casi simili i pericoli di manipolazione del testo non sono più grandi rispetto alla traduzione fatta da chi non è l’autore.

Il brano che prendo come esempio del mio operare, è l’incipit della poesia “Iro – when you think a poem…” “Iro – quando pensi una poesia…”:

In the strongest most ground-breaking doubt
when everything scattered and collapsed,
the tables turned on me, the volumes turned by one inch
to offer the newborn, word-image

That’s how I first awoke to Seeing-Hearing:
                                                                               to the King
of Myself and his Ministers, deep in conversation
on a glimmering bird-thronged nightsong terrace

And nothing was strange about that ephemeral
world
           – the Regal Doors up there ajar,
through the crack seeped the jet of my inky Shadow,
my greater presence came down the dark-blue veins of ichor,
dark skylight down my blue-twittering imagination (…)

*

Nel momento estremo, quando il dubbio tutto dissoda
quando ogni cosa si disperde e collassa,
ruotando le tavole mi opposero, ruotando d’un soffio i volumi
mi porsero l’appena nata, parola-immagine

Ecco come conobbi il Vedere-Udire:
                                                                 il Sovrano
di Me Stesso e i suoi Ministri, in solenne convito
su una luminosa terrazza fitta d’uccelli nel canto notturno

E niente di quel mondo così effimero era
strano
             – le Porte Regali lassù socchiuse,
attraverso la fessura fluiva la mia Ombra inchiostrata,
la mia più grande presenza scendeva nelle vene blu degli dei
scendeva dall’indaco lucernario la mia cinguettante immaginazione (…)

Il nucleo su cui mi soffermo è “deep in conversation” “in solenne convito”, nel verso 7. Queste tre parole determinano una effettiva tridimensionalizzazione dello spazio interno alla composizione. Vediamo il Re e i suoi ministri quasi come in un quadro, impegnati in un dialogo su come viene a crearsi l’immagine in arte. Per effetto del loro dialogo (“di cosa stanno parlando?”), lo spazio della poesia sprofonda, aprendosi su un luogo più interno. Era questo il mio intento quando scrissi la poesia: la quale si riferisce ad un’immagine semi-onirica che vidi-udii molti anni fa: un rajah indiano e i suoi saggi, immersi in un dialogo sulla musica classica indostana, su arte e poesia. Lo scenario è quindi sostanzialmente identico a quello di una qualsiasi corte di un signore italiano vissuto nel Medioevo o durante il primo Rinascimento, colto nel momento in cui discorre di simili argomenti con gli umanisti che lo circondano. Insomma, un periodo storico in cui India, Persia, Bisanzio e Italia erano culturalmente all’apice del mondo euro-asiatico. Sentivo quindi che nell’italiano questo spazio era improntato ad un maggiore “formalismo” rispetto all’inglese: un più civile, “cerimonioso” discorrere sull’argomento, cosa che l’italiano rende con più eleganza e distacco.

Preservazione: un tempo si diceva che la poesia – e la letteratura in genere – va ritradotta ogni 30-50 anni. Non so per oggi. La situazione della poesia oggi è critica, prima di tutto dobbiamo capirci sul significato di questa parola, “poesia”. Regna la confusione, ignoriamo dove questa “prima” fra le arti sia diretta. Dove sono i lettori? Gli stessi critici letterari non esistono più, o quasi più, perché non esiste più un luogo della poesia realmente riconoscibile. Tutti i poeti nel loro piccolo cercano di emulare i grandi solitari di un tempo, e invece oggi questa è la cosa peggiore che possano fare. La cultura massificata opera così: con il suo divide et impera, continua a imporre con successo i propri modelli estetici, che portano alla solitudine creativa dell’individuo. In questo orizzonte la poesia scompare o diventa il trastullo di pochi solitari.

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Steven Grieco-Rathgeb, poeta multilingue, nato in Svizzera nel 1949. Scrive in inglese e in italiano.
In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista cinematografico di punta della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni.
Ha pubblicato “Maschere d’oro”, poesie italiane, Biblioteca Cominiana 1997.
Co-redattore del litblog L’Ombra delle Parole, di Giorgio Linguaglossa.
Collabora con la rivista in lingua hindi “Samas”, di Bhopal, e “Eyeview”, New Delhi.
Ha curato letture di ghazal di Ghalib per l’Ambasciata Italiana a New Delhi (2006), e per l’Ambasciata indiana a Roma (2013).
Pubblicazioni recenti: “The Cherry Blossom in Heian Waka”, Openspaceindia, 2006. “Chōng Chisang e il rigogolo giallo”, rivista letteraria, Zeta, maggio 2013. Si vedano le sue collaborazioni su L’Ombra delle Parole.
Prossimamente uscirà una sua raccolta di poesie inglesi , “Entrò in una perla”, auto-traduzione in italiano, nella Collana “Hebenon” curata da Roberto Bertoldo per la casa editrice Mimesis.

                         

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