Una specie di abisso portatile di Luisa Pianzola, recensione di Angela Caccia

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Una specie di abisso portatile di Luisa Pianzola, La vita felice ed. 2015, recensione di Angela Caccia.

    

   

Sbaglierò, ma non credo corretto –nei nostri e nei confronti dell’autore- andare a leggere, prima delle liriche, la loro pre o post fazione: la lettura di una silloge è un têteà-tête che non ammette intrusioni, almeno fino a quando il lettore non modula il suo fiato a quello del poeta e, quindi, ne smaga –sonda e regge- l’ampiezza del respiro. È proprio il momento dell’incontro che si va a pregiudicare se, alla tensione del lettore nel tessere maglia a maglia quella confidenza, si sostituisce un -seppur valido- biglietto di presentazione: filtri e sapori che porgono un preconfezionato, non l’originale.

Il disvelamento, a volte, è dopo le prime pagine, ma questo libro –Una specie di abisso portatile di Luisa Pianzola edito da La vita felice- mi ha tirato il collo fino all’indice. La poesia funziona quando ti restituisce un gusto -buono o cattivo, ha poca importanza perché, comunque, fa i conti col nostro di gusto, entrando in frizione o in armonia- che sia portatore sano di un sapore netto e suo.

Nel libro della Pianzola –almeno nelle prime pagine- è come andare alla ricerca di farfalle col retino rotto: eppure in ogni lirica, c’è qualcosa che ti ritorna, ti chiama –e richiama- col suo non senso, a un senso. Lo so, è un bisticcio di parole, ma ciò che tento di dire è che è lettura intrigante in questo suo procedere tra la sfida e la resa alla lettura: la briciola, che si raccoglie in ogni lirica, ti fa voltare pagina e proseguire, stando sempre all’erta.

Scrive bene Mario Santagostini:
la lingua di Luisa Pianzola è zeppa di situazioni fluide, sospese tra senso e non-ancora-senso. Direbbe il tecnico: è zeppa di situazioni produttive. È lingua viva, insomma. Vivissima. Ancora in fieri, in evoluzione permanente. Dove l’“espressività prevale sulla mimesi”.
Ma non è sana. Riproduce se stessa e i propri punti cri­tici. Se stessa e i propri virus. Il sistema genera se stesso e il proprio caos, insieme.
In fondo, il libro di Luisa Pianzola comunica esattamente, spietatamente, perfino dettagliatamente questo: il suo essere scritto in una lingua che apre momenti di insignificanza. Talvolta: abissi di insignificanza. Senza chiuderli. Comunica, in fondo, che quando noi parliamo o pensiamo o scrivia­mo o raccontiamo o ci raccontiamo, in quella narrazione si aprono, inevitabilmente, buchi di senso e momenti di follia.

Buchi di senso e momenti di follia in cui la costante è proprio l’entusiasmo della parola poetica, tipica –scomodando i nostri padri Greci- di chi ha in sé un dio –en theos: dio opera in noi. Del resto, anche Platone, nel Fedro: Chi senza la follia delle muse si avvicina alla poesia, inutile è lui e la sua arte, perché davanti la poesia dei folli, la poesia del saggio, ottenebrata, scompare.

E il dio della Pianzola cammina le nostre strade, vive anche lui di preoccupazioni

I bimbi sono cresciuti. Uno sfavillio
di domande, di vita di tutti i giorni, quella
un poco snervante. Ripercorriamo i loro
spostamenti giù dal letto su per le scale,
dentro i cortili della Fitteria. Tra qualche anno
ne faremo una squadra, di quelle che vincono
o comunque puntano alla vetta della classifica.
Ma per ora ci accontentiamo di salvarli
un poco alla volta, scuoterli con minacce alla mano
e stimoli alla riconoscenza. (da pag. 16)

di angosce, per un futuro così paludoso che vorresti entrare in letargo e risvegliarti ai bagliori di una qualunque primavera

Come il paguro metti su casa di lato,
mantieni il disastro a una distanza ragionevole.
Il meteo dice variabile, vuoto.
La tua risorsa è intatta. La valigia traballante
ti spinge a ritroso: tabaccheria, incrocio,
bar d’angolo, cortile di casa. (pag.26)

e poi ci rinunci solo perché non c’è io che possa dirsi vivente senza un’interazione col tu che lo definisce, lo slancia

Ma poi non è nemmeno questo, è il vuoto
la vacanza il segno meno del diagramma
a parlare la lingua dell’incontro.
Quando la conoscenza irrompe non voluta
e gli impulsi alterni cedono alla tensione
il carico normale si offre come un paniere
onesto da decifrare.
E il corpo smemorato non si attrezza (pag.31)

e da quel “noi”

Cominci a sentirti carne da nutrimento,
a sentire il tuo corpo materia di nutrizione
per le generazioni più giovani. (pag.46)

insieme, qualunque cosa dia “il dopo”

Immagino ci sia un dopo, un di più
da approfondire, un dettaglio da rendere
massimamente.
Allontanando l’angoscia si ritrova la strada
qualcuno la merita, altri s’accontentano
tutti in genere ci spaventiamo all’idea
e c’infiliamo di corsa nel primo bar. (pag.39)

E svettando e precipitando tra senso e non senso, in quel precario equilibrio su un filo che la Pianzola magistralmente tiene sempre teso, arrivo all’ultima pagina: il sapore è netto, buono, e l’acme sta tutta in questa strana e gioiosa meraviglia per quanta vita mi ha attraversato.

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