Un(‘)era d’o nell’ozio, di Fernanda Ferraresso

Figura seduta opera di Leonardo Lucchi

Un(‘)era d’o nell’ozio, di Fernanda Ferraresso.

     

    

Stavano in ozio, in un posto in cui nessuno poteva raggiungerli. A dire il vero nessun altro, come loro, esisteva o era. Sulla faccia di quella terra, in cui stavano stanziali, c’erano piante e fiori in sovrabbondanza, animali con la pelliccia e anche senza. Il clima era comunque così mite che niente modificava estate e inverno. Era praticamente una ventilata continua avanzata primavera. Mai autunno. L’acqua sgorgava dalle sorgenti senza inquina-menti, il cibo era naturale non bio-logico, vegano o vegetariano. Non avevano certamente in mente di catalogarlo. Anzi la mente era un oggetto inutile. Tutto era a portata di mano, tutto era naturalmente accessibile. Non esisteva un tempo per le cose. Le cose, vegetali minerali animali e le incommensurabili stelle, erano tutto il tempo vivibile. Erano lo spazio abitabile indistinguibile. Tutto era, senza dover an-dare o dire.
L’unica industria possibile: allungare la mano e raccogliere, un attimo accessibile e non trasferibile. Questo, il paradigma del modello ada-mo-eva: tutto in un giorno senza che il giorno si divida. Un’unica proiezione senza governo, niente struttura, niente sociale, tutto socievole senza dovere di relazione perché tutto è, ed è lo stesso, il medesimo continuo, un unicum, interminabile luogo, dove lavoro non è parola. Nessuna parola ha altro valore che vita. Nemmeno il futuro è preso in considerazione, poiché tutto è, è già, come lo era prima, per sempre.
Una immobile mobilia di un codominio senza limiti di proprietà, senza possesso, senza motivo altro se non quello d’essere vita da vivere, senza saperlo.
Lo stile non era raccontato, lo stilo non aveva parole.
La vita era un continuo oziare, dall’inizio fino ad una fine che non esisteva, senza un fine di vita, senza soluzione di alcun problema. Si era liberi dal tempo e tutto lo spazio era un solo corpo es-te-so.
L’ozio era il seme di un germoglio fattosi era.
Né vuoto o dissipazione, inutilità o disperazione, nessuna migrazione o fame o sete, nessun desiderio o paura di retrocedere.
Tutto avanzava! Tutto era un per sempre.
Senza falsità, ipocrisia o malvagità, senza divinità,senza ideali. Si era in un luogo di uguali!
Le mani servivano a toccare e tutto raggiungevano, mentre gli occhi erano alla pari delle stelle identiche comete in prospettive infinite.
Dee non erano le idee. La fantasia era già tutta in quel luogo e rivoluzionava imperterrita e durevole ogni minimo elemento in quell’unico organico.
Tecnicamente in-accessibile il co-mando era essere, soltanto essere: ogni cosa, ogni fuggevole sussurro del cielo fattosi pianta dei piedi e albero, gene senza logica, senza fatica tutto era senza chiederlo.
Non marciva la frutta, non marci(a)va la vita. Il piede toccava e sentiva. La mano l’aria e le galassie afferrava. Senza strappo, senza collisione. Un piacere senza scossa, senza sussulto un organico orgasmo, un erotismo senza fine.
Non si doveva gestire, lo spazio era continuo la gestazione di se stesso, una fiorente miniera di ogni dove e tutto continuava, alla maniera di un fiume che da sorgente a sorgente scorre.
Poi accadde e fu l’indefinibile!
Accadde, cade l’ade e una voce si fa dea e dice il vuoto, l’oltraggio e l’oltre supera il dì, tutto dì-viene un perseguitato ingannevole esercizio.
La fatica del lavoro è una biblica maledizione, scritta su libri e libri contro tutto il futuro dei liberi.
L’uomo deve ingegnarsi e anche ingannarsi per affrancare il suo futuro nel presente. Così fuggevole, sempre sfuggente. Tanta e tanta gente che divora il suo passato per camminare il proprio domani e tutto in uno svolgersi di scorie, scoraggiante.
Nemmeno i raggi degli occhi si rivolgono alle stelle se non per scoprire ancora più indomabili e inesplicabili profondità di dis-cariche cosmiche, lontane, impraticabili cimiteri di luce in altezze dello sprofondo, fondando in sé soli il luogo di ancoraggio.
Ma! Se tutto questo ora fosse semplicemente, per semplicità e ingenuità della mente un abbaglio?
Se l’analfabetismo dell’orogenesi delle nostra ossa, l’atomica storia di ogni nostra vigilata attesa di un oltre fosse solo una scompaginata leggenda?
Se come scolaretti stessimo sempre in pacchetti di buio e quanti ci vorrebbero in-segnare che la vita è questa congestione di virus e morte fossero l’orrendo patrocinio di un demone quanto noi, tutti noi, scosso da un tellurico e-vento che ancora oggi ci infossa nel cuore della materia, mater ria, rea di generarsi bruciando la sua propria essenza? Un a-tomo, un o(m)o-marea d’istoriata geo-grafia di un v(u)oto, che si svuota adescando inferi e cieli in elementali riproduzioni di prospettiva? Una rivoluzione, riproduzione germinale, atemporale, aspaziale nell’attimo istantaneo in cui scintilla l’ozio dell’i-o creatore, in-a-variabile e variante indistinguibile scrittura stilo e grafica di sé? Se fosse, se tutte le fosse delle nostre vite pre-cedenti e quelle ri-lucenti, che stanno smottando questo corpo vocabolante, franandolo, frantumandolo, non fossero che ossi-geno? Una O di moli mutevoli voli d’inganno?

Figura seduta opera di Leonardo Lucchi
Figura seduta opera di Leonardo Lucchi

3 thoughts on “Un(‘)era d’o nell’ozio, di Fernanda Ferraresso”

  1. GRAZIE! una piccola follia di affollate sequenze sillabiche che come molecole chimiche e moli m’ingravidano la mente e…fioriscono scorie o storie! Grazie! ferni

  2. Cara Ferni, la tua scrittura è una lussureggiante distesa floreale i cui bocci sono difesi da aculei e spine acutissime. Forma e contenuto in questo articolo si corrispondono. Quell’Eden era effettivamente un luogo meraviglioso dove tutto si riproduceva magicamente oppure era soltanto la visione dell’uomo a non notarne le asperità e le minacce? E se fosse il mondo in cui stiamo vivendo e che stiamo oltraggiando ad essere il paradiso terrestre: se fosse questo il giardino? E noi, talmente spaventati, da una possibile e sublime felicità, avessimo inventato in una specie di controfiaba il lavoro, le malattie, le preoccupazioni, proprio per giustificare una distanza che mai vorremmo colmare? Il vaso di Pandora è andato in frantumi ed anche la speranza si è dissolta. Ma al tempo adamitico corrisponde anche la felicità suprema in cui la parola indicava senza ombra di dubbio la cosa e non si poteva parlare di definizione e di oggetto, perché indissolubilmente legati, non lasciavano spazio al minimo dubbio nominale…Realtà di parole! Oggi il nostro dramma – e questo lo sentiamo bene noi che abbiamo la pessima ma irresistibile abitudine di scrivere – è la dispersione e la distorsione delle definizioni in una lunga interminabile chiacchiera e le concrezioni preziose della terra si sono mutate in bolle di fango. Ma è la nostra condizione: noi siamo giocolieri di parole, rabdomanti di parole, barattieri di parole…

  3. ho aspettato che tutta questa immensa e visionaria tua scrittura sedimentasse nella mia mente per poter trovare almeno le parole meno banali per poterti ringraziare di questo tra-vaso geniale.
    hai fatto germinare da un Fiat(o) una infiorescenza di stelle: noi esseri umani capaci di morire nella carne essendo luce.
    ecco, hai scovato l’essenza senza principio e senza fine, l’hai tradotta dai quanti siderali in quanti di parole, hai dato forma all’anima.
    grazie
    cri

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