Uova sode, racconto di Marie Jane Mermillod

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Uova sode

racconto di Marie Jane Mermillod.

   

   

Appena sveglia accendo la TV già collegata su Rai News 24. Qualche minuto per capire che cosa sto vedendo… Ma quella la conosco! Anzi la conoscevo! Sta rilasciando un’intervista. E’ una donna bianca in mezzo a tanti neri! Elisa! Era una bella ragazza … 33 anni fa. Ora è tutta bianca come me. “Elisa e le uova sode”. Che c’entrano le uova sode? E’ un binomio fisso, nella mia mente.

Sono nel nord del Niger in settembre 1977. La FAO gestisce un progetto di sviluppo rurale in territorio quasi desertico, à 400 km dalla capitale, Niamey. Io sono supervisore tecnico di una parte del Progetto destinato alla crescita professionale delle donne. Collabora con me, in loco, Elisa, una giovane volontaria romana. Dobbiamo andare in un villaggio vicino alla sede del progetto. Elisa ritiene che sia inutile portare il cibo per il pranzo perché, con certezza, rientreremo nella mattinata. “Stai tranquilla. A casa mia il nostro pranzo è già pronto, per quando rientreremo”. Mi fido di lei perché conosce il territorio e la durata dei sopralluoghi di routine.

Siamo attesi dalle autorità locali, dagli uomini di diversi villaggi e, a notevole distanza, dalle donne. Dobbiamo decidere, tutti assieme, quali attività potrebbero essere sviluppate nel futuro. Come nella maggioranza dei paesi africani, quando un estraneo viene per la prima volta, non può parlare con le donne senza il consenso preventivo degli uomini.

Mi presento con l’aiuto di Fatima, una donna locale che fa da interprete al mio francese. ”Vengo da Roma, dall’Italia, con il compito di aiutare le donne a migliorare le proprie condizioni di lavoro nell’agricoltura, utilizzando nuove tecnologie utili ad aumentare la produttività nella piantagione di alberi nel vostro deserto. Dal vostro villaggio è pervenuta anche la richiesta di organizzare lezioni di alfabetizzazione, già introdotte in altri villaggi. Elisa, che già collabora con la squadra del Progetto, organizzerà le diverse attività con le donne che si mostreranno interessate. Chiediamo il vostro parere e i vostri suggerimenti.”

Gli uomini prendono la parola per primi. Vogliono chiarimenti, sul tempo che le donne trascorreranno fuori di casa e sui luoghi in cui avverranno gli incontri. Elisa, l’esperta, risponde alle interrogazioni e rassicura gli uomini, precisando che le attività proposte non interferirebbero con i doveri delle donne in seno alla famiglia. Gli uomini, in difficoltà, discutono fra loro e alla fine danno il consenso. In segno di benvenuto ci invitano a dividere il loro cibo tradizionale.

Conosco bene questo cibo a base di farina di “millet” cotta con latte di capra e acqua annacquato. Questa mistura viene fatta circolare fra tutti i presenti in una grande zucca essiccata, chiamata “calebasse”. Ciascuno deve sorseggiare al proprio turno. So bene il rischio che corro: l’acqua di questa regione e il latte, per me, sono pericolosi e possono infettarmi. Non posso rifiutare l’offerta. Al mio turno avvicino la “calebasse” alla bocca e, certa di non essere osservata, faccio finta di bere.

Terminato il rituale, riunisco le donne presenti per conoscere le loro richieste ed aspettative. Chiedono tempo discutendo fra loro finché Fatima, a nome di tutte, presenta le priorità :

  1. Imparare a leggere e scrivere, iniziando dal proprio nome, perché la firma può essere utile per certificare un documento;
  2. Nel villaggio mancano molti prodotti di largo uso e bisogna sempre camminare per ore per acquistare l’essenziale. È richiesto che il progetto affida a un piccolo gruppo la possibilità di aprire un punto di vendita in cui trovare sale, zucchero, tè, caffè, sapone e altro secondo la domanda. Con un’assistenza iniziale si ritiene possibile un graduale aumento della gamma dei prodotti da offrire ai consumatori.
  3. E’ necessario un sostegno tecnico per la lavorazione delle pecore e delle capre sia per la raccolta della lana che per la fabbricazione di borse di pelle con i ricami tradizionali. Chi ha realizzato ottimi prodotti non può venderli perche i mercati sono lontani e nessuno è in grado di trasportarli.
  4. Non è sufficiente apprendere le nuove tecniche di coltivazione perché c’è scarsità di acqua. E’ necessario l’accesso, almeno una volta la settimana, al grande mercato della capitale a Niamey, dove si possono vendere i prodotti locali.

Ragiono con Elisa. Non posso rispondere con superficialità perché, quando sarò tornata a Roma, sarà lei il vero direttore dei lavori e non voglio crearle problemi. Io conosco bene le disponibilità e i limiti del “Progetto” e so fino a che punto posso impegnarmi. Un centinaio di uomini e donne attende in silenzio il termine del confronto a due: Elisa ed io. Fatima torna vicino a me nel suo ruolo d’interprete.

“A mio avviso il corso di scrittura potrà iniziare al più presto. Per le altre proposte che richiedono un investimento finanziario, è necessario l’assenso del Capo del Progetto ma sono ottimista perché, in altri villaggi, tali attività sono già state finanziate. E’ però importante che le donne interessate alle varie proposte, formino dei piccoli gruppi di tipo cooperativo e che siano pronte ad assumersi la responsabilità delle attività e della gestione dei fondi che la Direzione dovrà controllare”.

Le donne presenti sono d’accordo e, per dimostrare la loro gratitudine, ci propongono la visita delle loro case, nei diversi quartieri. E’ un fuori programma che ci farà ritardare il rientro al campo base. Non possiamo rifiutare l’invito e non vogliamo perdere l’opportunità di conoscere meglio la vita giornaliera delle donne e dei villaggi. Però abbiamo fame. Passiamo da un villaggio all’altro trascinandoci sotto il sole che annebbia le idee. Mi risveglia una mano che cerca la mia. Apro la mano e, con discrezione, mi è consegnato un uovo sodo. Mi giro e non vedo nessuno. Non so chi ringraziare. Lo mangio con tranquillità e riservatezza: qualche cosa ho messo nello stomaco. Entriamo in un prima casa. La stanza è abbastanza grande ma resto sorpresa nel vedere le pareti tappezzate da una miriade di piatti e bacinelle smaltate.

”Mi spiegate perché avete tanti piatti appesi al muro e che uso ne fate?”

La risposta è indicativa dello stato di soggezione delle donne. “E’ il nostro modo di risparmiare. Questi piatti hanno un valore commerciale, quando ho qualche soldo, ne compro uno o due. Sono di mia proprietà e se un giorno, mio marito volesse ripudiarmi, avrei il mio piccolo capitale.”

Prosegue l’escursione in altra parte del villaggio. La notizia del gradimento per l’uovo sodo è passata di casa in casa e di villaggio in villaggio, con il risultato che, in ogni località, c’è sempre una donna che, in modo discreto, deposita un uovo sodo nella mia mano. Avevano capito che non gradivo il cibo locale e a modo loro le donne, con sensibilità, avevano trovato la soluzione al mio problema. Grazie alla creatività ogni famiglia riesce a risolvere i problemi quotidiani. Pur mancando, il turismo c’è chi costruisce souvenir artigianali. C’è chi conserva il grano con originali trappole per i roditori. Proseguono le visite e aumentano le uova sode che continuo a mandare giù a fatica. Non so più come ringraziare, ma ho già mangiato otto uova sode e, senza bere, è molto pesante. Elisa continua a dirmi di non rifiutare ma lo dice sorridendo perché, a lei, nessuno le offre. Preferisce avere appetito. Come faccio a rifiutare?

E’ notte. Al termine della giornata rientriamo nella sede del Progetto. Vado direttamente nella ”casa di passaggio” dove alloggio. Dal mattino non ho bevuto niente ed ho una gran sete e un blocco nello stomaco che si scioglierà quando, dal mio frigorifero, assorbirò almeno un litro di acqua, senza interruzioni.

Il guardiano della casa, mi guarda sorpreso e capisce che qualcosa non va ma non sono in grado di farmi ascoltare perché è analfabeta e sordomuto. Capirà ugualmente quando, muovendo le mani e le braccia all’italiana, racconterò la mia storia e scoppierà in una grande risata. Con il sorriso, la mimica e la buona volontà questo guardiano riesce ad soddisfare le richieste di tutti gli stranieri di passaggio. L’amore e la disponibilità favoriscono la comunicazione!

Le donne dei diversi villaggi africani dove ho avuto il privilegio di essere accolta e il guardiano della Casa di Passaggio hanno confermato, ancora una volta, che le barriere linguistiche, la differenza nel colore della pelle e i ruoli che ciascuno assume nella vita possono essere superati dal rispetto per il prossimo e soprattutto dal senso profondo di ospitalità del popolo africano.

Elisa, romana nel volontariato, dopo trentatré anni è ancora nel Niger, dove ha dedicato una vita alle popolazioni meno fortunate. Bene ha fatto RAI News 24 a registrare le sue esperienze di vita.

Io, francese e ormai romana di adozione, visitando quasi tutti Paesi africani ho trovato tante “Elisa“ che hanno lasciato un mondo ricco ed egoista per dedicarsi ad un mondo che sa compensarti con le uova sode.

In Italia gli abitanti del mondo povero sono rifiutati e schiavizzati. Gli europei, in Africa, sono accolti con amore e sono sempre i benvenuti con un omaggio: le uova sode.

                           

Alberto Cini, tecnica mista
Alberto Cini, tecnica mista

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