Vedo il cane che risale la campagna, inediti di Valerio Grutt

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Vedo il cane che risale la campagna, inediti di Valerio Grutt.

    

    

Valerio Grutt in una foto di Dino Ignani
Valerio Grutt in una foto di Dino Ignani

Valerio Grutt è nato a Napoli nel 1983. Ha pubblicato Una città chiamata le sei di mattina (Edizioni della Meridiana, 2009), Qualcuno dica buonanotte (Alla chiara fonte editore, 2013), Andiamo (Edizioni Pulcinoelefante, 2013), Però qualcosa chiama – Poema del Cristo velato (Edizioni Alos, 2014), in seguito interpretato da Marco D’Amore all’interno del museo Cappella Sansevero di Napoli. Alcune sue poesie sono state pubblicate nei volumi Poeti italiani underground (Ed. Il saggiatore, 2006) e Centrale di Transito (Perrone Editore, 2016). Collabora con musicisti, maghi e artisti visivi. Dirige il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e la piccola casa editrice Heket.

     

     

     

Dove non arriva la scienza
si apre questo cielo spaccato
sulle antenne di Roma
si apre questo cuore di scavi
di tunnel, martoriato
dalle scavatrici, cuore voragine
sotto questo cielo di Roma.
Dove non arriva la scienza, mamma
arriviamo noi, con le carezze
tremanti, i girasoli in mano
noi che camminando graffiamo
il parquet con la suola delle scarpe
e rimaniamo imbambolati
vedendo la morte che ogni giorno
ti visita gli occhi un po’ di più.
Ma sappiamo o almeno io so:
questo male che ti sgonfia i polmoni
sarà trasmutato oggi o domani
sarà ritornato da dove era venuto
giorno remoto, buio di galassie
tra i cuscini del divano
e noi ci rivedremo, senza il peso
dei bagagli a mano
in una stazione bianca
al centro perfetto del bene.

***

Come lavo questi piatti
fa che siano lavati
i rancori passati di Giulia.
Se lavo il coltello togli
dalla sua mente le ferite
familiari, gli sguardi taglienti
che le affondarono nel petto.
Se lavo il bicchiere toglile
la noia bastarda delle attese
la regolarità inutile di un giorno
senza squilli e senza visite.
Se lavo la pentola purifica il cuore
che sia libero da ogni delusione.

E questa parola non resti poesia
ma spacchi il vetro
risalga all’infinito e giunga dritta
al centro dell’universo.

***

Sto sull’orlo di un accadere
alla fermata dell’autobus
come potesse crollare la chiesa
col campanile, l’insegna della pizzeria
o spaccarsi il cielo a mostrarci
finalmente lo spettacolo
di un paradiso aperto di fulmini
e angeli. Sto con il telefono in mano
come potesse chiamarmi mia madre
o un’altra voce che non c’è più.
Sto sprofondato con le converse
bucate nel fango dell’attimo
e aspetto ma forse è già successo
è già passato il 14, è già andato
via ogni entusiasmo.
Trema terra, muoviti vento
che io possa alzare la croce
dell’essere e trovare, tra queste macerie,
i frammenti luminosi che componevano,
tra i raggi, lo splendore.

***

Metto il portafoglio in tasca ed esco
la strada mi abbaglia, i palazzi,
i clacson. È questo il campo di battaglia
pianeta, via cumana. È qui
che si decide, nei nostri cuori avviene
la sfida grande tra Lucifero e Michele.

Vedo il cane che risale la campagna
il guardrail che la taglia; vedo due
che si baciano e si scrollano la notte
dalle spalle, vedo e non ho visto niente.
Gli occhi non sono occhi, gli alberi
sono altri alberi, resteranno piantati
gli occhi nelle orbite, gli alberi nella terra,
in questo e in altri tempi, fino al salto,
alla fine, la fine che esplode ancora
l’inizio di pianto e di gioia.

                   

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