Versi laici di Mauro Barbetti, nota di lettura di Enea Roversi

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Versi laici (2010-2016) di Mauro Barbetti, Arcipelago Itaca Ed. 2017, nota di lettura di Enea Roversi.

     

    

Mauro Barbetti è poeta di sostanza: chiaro e onesto. Lo è, in questa sua ultima raccolta, fin dal titolo: Versi laici, appunto, che non lasciano spazio a fraintendimenti.

Barbetti si mostra al lettore e piace immaginarlo nel gesto di colui che dichiara la propria sincerità, con i palmi delle mani aperte: le mani di un lavoratore, di un uomo che a trent’anni abbandonò la scrittura perché doveva pensare alla famiglia ed “era il momento di tirare la carretta”, come dicono le note biografiche in copertina.

Non siamo di fronte alla figura del poeta-operaio, mirabilmente incarnata dal suo grande conterraneo Luigi Di Ruscio, anche se in alcuni versi sembra affiorare una certa vicinanza con il poeta di Fermo. Barbetti è piuttosto un osservatore attento e severo (nonché a volte lucidamente cinico) della società che cambia: ne scruta da vicino, anzi dall’interno, le mutazioni e le contraddizioni, raccontando i sogni, le lotte, le speranze e le disillusioni della sua generazione.

Iniziando a leggere Versi laici colpiscono da subito il ritmo e la musicalità del verso: “Di questo tempo che si perde al vento / al vanto al soldo al come e al quando / al saldo versato senza un rimando / all’attesa inevasa di un sentimento” (da Di questo tempo) e non stupisce più di tanto scoprire che l’autore sia stato, in gioventù, cantante e autore di testi.

Versi laici si articola in sei poemetti, ognuno preceduto da un singolo testo ed è un’alchimia ben riuscita: la raccolta ha una propria organicità solida, la struttura portante regge perfettamente.

In Post-dialogo (Canzoniere per Margherita Hack) la laicità della poetica di Barbetti si evidenzia nel trattare la scienza, la razionalità, il ragionamento “Non ci aiuta / il frutto del non pensare / l’istinto d’animale”, per arrivare a toccare un tema delicato come l’eutanasia “Decidere io / la verifica l’analisi il metro / la luce che filtra dal vetro”.

Quest’ultimo tema viene sviluppato in D’amore, ideale e vita (a Piergiorgio Welby), nel quale il poeta tratta una materia ad alto rischio con realismo e vigore, senza indulgere in inutili pietismi e rifuggendo da quel vacuo lirismo fine a se stesso che si incontra (spesso, purtroppo) in certa poesia contemporanea.

Basta leggere questi versi per rendersene conto: “Non dirmi / che altri possono imporre leggi /che alla mia carne / prescrivono prevedono prenotano / un letto d’ospedale / il buco alla trachea /lo strapparmi a forza al coma / e l’idea di un durare / come dura bestia da soma”.

Nel poemetto intitolato A Santa Croce, oggi Barbetti contempla le bellezze architettoniche, circondato da turisti che consumano in fretta ogni singolo luogo, ogni singola opera d’arte: “La gente s’accalca / un’inquadratura uno scatto / una posa distratta”. Uno scatto e via, appunto, verso un altro posto, verso un’altra meta da fotografare, come se una nuova sindrome si fosse impossessata del viaggiatore: non più la sindrome di Stendhal, ma quella di Mc Donald’s.

È che bisognerebbe saper scegliere selezionare”, ammonisce il poeta in Amleto, ma poi (nella poesia Ruoli) ammette la fatica “a cogliere nessi necessità / e vincoli connessi/ come le attese alle fermate / l’andirivieni nei centri commerciali / il cerebroleso del minimo sentire”.

Ecco di nuovo le difficoltà della vita quotidiana, l’esasperante ed esasperato stile di vita odierno: Barbetti ne parla nei due poemetti Di una città e Aria di fine impero, partendo dai ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza (un’adolescenza stretta / al troppo tardi o al troppo presto).

La poesia si fa cronaca e racconto: la promozione in serie A, le amicizie, il lavoro, la crisi. “Colpisce / il profondo silenzio del frastuono”: inizia con questi versi il testo Di una città e Barbetti rimarca con sensibilità e capacità di osservazione il malessere che ristagna in ogni luogo (anche nel proprio luogo). Forse questo mondo è proprio l’inferno dei viventi descritto da Italo Calvino nel suo Le città invisibili citato in esergo.

L’uomo è alle prese con il quotidiano mal de vivre e neppure i sentimenti nobili come l’amore sono esentati dalle fatiche quotidiane. In Poesie di non più amore (per una lettura razionale dei sentimenti) il poeta fa appello di nuovo al raziocinio: “Si è scelto / giorno dopo giorno / di essere chi siamo”, scava nelle pieghe del rapporto amoroso e lo fa alla sua maniera, senza retorica. È un album dettagliato di ricordi, un gioco di rimandi, ma anche un percorso irto di asperità difficili da superare.

Nel testo che chiude la silloge, intitolato digressione finale per i miei figli, affiora comunque una speranza. Barbetti si rivolge ai propri figli esortandoli alla passione, al confronto con gli altri, a non essere osservatori passivi di quanto accade: “Confidate in questo: / oltre il ghetto / delle passioni / c’è sempre altro altri / altre e più alte ragioni”.

La ragione, dunque, ancora una volta alla base della poetica di Mauro Barbetti. Poesia illuministica e secolare la definisce, nella sua circostanziata postfazione Alessio Alessandrini, il quale cita tra i riferimenti Leopardi, Foscolo e Volponi.

La concretezza e la forza espressiva di questi Versi laici possono però far pensare anche, oltre al già citato Di Ruscio, ad altre figure importanti della poesia civile italiana del secondo dopoguerra come Fortini e Majorino.

Poesia di sostanza, si diceva all’inizio: versi nati da attente riflessioni che invitano il lettore a riflettere e c’è da sperare che siano in tanti a raccogliere l’invito del poeta.

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in apertura opera di Maurizio Caruso

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