Viaggi e vacanze. Versi di Valdo Immovilli

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Rubrica viaggi e vacanze.

     

    

Tre poesie da “parigi e le altre” di Valdo Immovilli, edizioni del laboratorio, 91.

Ci sono campi di grano in Abruzzo
e lungo i binari fontane d’acqua sorgiva.
Non so quale senso dare a questo
ricordarmi di te e dei tuoi tramonti
e dell’upim dove entrammo a comprare.
Ci sono sempre i tramonti in Abruzzo
nel punto più alto di una città
dove c’e un castello, una chiesa, una piazza,
una fontana.

*****

Allora io amavo la Spagna più di ogni cosa
e durante il viaggio perdevo tutto. Lei era
incinta di quattro mesi ed era l’unica
che sapesse un poco di francese. Ma come
potevamo immaginare che tu avresti capito subito
dove sei passata per nascere, che non e
come i cammelli che passano per la cruna dell’ago ?
Tutto il resto era fiaba, dove uno voleva
andare a S.Etienne e l’altro a Lione.

*****

L’orizzonte viaggia dietro
ai finestrini appannati lungo
la campagna verso Voghera.
Avrei dovuto dirtelo subito.
Tutto! E non mentirmi così come
ho fatto senza pensare, senza
pensarci che tu lo sapevi già,
di me, cosa volevo.
Che volevo giungere fino a te,
fino a Genova.

*****

“Quell’unico equivoco” introduzione di Marie-louise Lentengre.

La poesia può permettersi tutto. Ci fu un tempo in cui nulla era troppo per lei: assetata di assoluto e di ideale, poteva vivere solo nell’irrequieta cerca di un indicibile, perseguitato anywhere out of the world. Oggi, il suo sguardo non osa oltre il luogo angusto e vago in cui viviamo, mondo inquietante di banalità, misterioso di evidenza, e tanto inafferrabile nella sua materiale esperienza che proprio esso, ormai, è l’indicibile estraneità.

Che un poeta volontariamente rinunci alla sperimentazione fiammeggiante, che scelga la nudità di un linguaggio riportato alle più elementari constatazioni lessicali, che non si dichiari più astuto o più forte delle cose atrocemente stupide che ci governano – la vita, la morte, il tempo che fa, i treni, le strade, le metropoli – tutto questo può essere apparso incongruo nel panorama dei tardi anni 70, quando Adriano Spatola pubblicò nella collana Geiger le prime poesie di Valdo Immovilli con il titolo burlesco e provocatorio Mi faranno santo. Ma forse c’era, anche su quel versante, una sperimentazione vera, nel rischio non piccolo di volersi confrontare con la smisurata impoeticità del quotidiano, per farne comunque un’avventura poetica. Ne andava del soggetto, che non si costruisce fuori di un luogo, né fuori di un linguaggio, e deve accettarsi errante e taciturno se i luoghi più comuni ci sfuggono, se il linguaggio non può più dire niente.

Nella sua introduzione a Mi faranno santo, Giulia Niccolai citava Beckett. A designare nel migliore dei modi l’inquietudine velata di ironia che conferisce la sua autentica profondità alla poesia di Valdo. E potrei ricordare anche certe labirintiche avventure degli eroi di Robbe-Grillet. Infatti, se il poeta ancora una volta ci invita al viaggio, non lo fa per appagare il nostro sogno di un altrove tutto “ordre et beauté”, Luxe, calme et volupté, ma per farci ritornare su scene che conosciamo benissimo, noi colpevoli ossessionati dagli indizi che ci lasciamo alle spalle, desiderosi di verificare, di rivedere, di riparare l’errore che ci perderà, di mettere ordine, di risignificare le tracce, di correggere i ricordi. La metafora è chiara: si tratta di fabbricare il senso delle cose. Di dirsi in un luogo. Di essere lì.
Quindi, ritorno sui propri passi dalle parti di Parigi e le altre. Il poeta sembra volersi raccontare, parla in prima persona. Del resto, non ci sono anche le altre, gli altri? Altri luoghi, altre città. Altri esseri che gli permettono di individuare “loro”, “noi”, “tu” ? Ma lui non si fida. Certo il mondo è lì, ed egli lo guarda, lo percorre, lo ascolta. E ci sono parole per nominarlo. Può dire il cielo, il mare, Venezia, Parigi, Roma o Lerici. Come pure Renata o Maria, Vincent o Mario. Insomma, quanto basta per fare una storia, con percorsi che si moltiplicano, e tanti fatti minimi, incontri, emozioni, sensazioni. Meditazioni anche, sfiorate dal sarcasmo. Ma i pronomi si trasformano, “io” diviene “lui”, “lei” è una bambina, poi una donna, poi un’altra donna, poi una città, o magari l’una e l’altra. Particolari puntuali, microscopici, alludono alla trama indecisa e mossa di una vita che riconosciamo e che pure ci sfugge. E la parola del poeta esita, si disperde in bagliori sovrapposti, in attimi fra loro confusi, briciole raccolte qua e là da una memoria incerta, incapace di riafferrare una differenza di essere tra Parigi e le altre.

Il titolo, del resto, non ci prometteva nulla di buono. Possiamo associare, di seguito, Renata e le altre, tu, lei, noi, io “e gli altri”, nell’ indifferenziazione stabilita da quell’articolo assoluto, privo di ogni complemento svelante. Tutto si mischia e si invischia, città e donna, pluralizzate, sovrapposte, indiscernibili. Non c’è più un nome “proprio” per reimpadronirsi di un mondo che si dissolve in somiglianze: sprazzi di vetri specchiati a Murano, a Parigi ritratti sulla Senna, ovunque riflessi replicati all’infinito da un’acqua sporca e puzzolente, quando tutte le città sono nel loro intimo intimo, la stessa città.
L’unica differenza, ma non è veramente una differenza, è che in una città il nostro eroe ha mangiato dell’uva, in un’altra la pioggia lo ha inzuppato fino alle ossa, e in un’altra ancora cento lire gli sono bastate per tutto il giorno. E se ogni volta che si trova a Parma si prende una multa per il parcheggio, in compenso quando va in Spagna continua a perdere tutto strada facendo …

Alla fin fine, il viaggio è un errare, un “tour” comico e desolante, nel quale si arriva a Venezia di corsa per guardare “en passant” il ponte dei sospiri e l’acqua sporca. Una nostalgia un po’ troppo romantica di acqua sorgiva cede all’ossessione delle acque marce che attraversano le nostre città e rendono vana ogni altra partenza: cosa c’è da fare a Firenze sull’Arno appestato … Meglio scherzarci su e divorare qualche panino bevendo birra sul molo o sulla terrazza di un bar. E per potersi ritrovare, malgrado tutto, nella squallida sovrabbondanza delle cose simili, rimane la possibilità pura e semplice del censimento, che unisce in una stessa intenzione disincantata di presa rapida e globale il gesto del turista – con le dita a segnare le gondole – e le parole del poeta: c’è un castello una chiesa una piazza una fontana …

Che siano immaginari o reali, fatti di gesti o di parole, i nostri sentieri nel bosco cittadino non conducono in nessun luogo, e siamo condannati a smarrirci in quell’unico equivoco appostato dietro l’angolo.
Ma i viaggi di Valdo sono anche un’occasione per guardare il mondo come attraverso i vetri, spesso sporchi e appannati, di un treno di notte nella penombra: il paesaggio allora scorre abbastanza veloce, abbastanza sfuocato perchè il desiderio, nell’oblio delle città confuse, rilanci la “reverie”: Guardo fuori dai finestrini … e potrebbe essere estate.| Così faccio una poesia una poesia che mi faccia: si salgono stradine … E’ per questa via che il poeta, momentaneamente, si attribuisce un minimo di padronanza sul mondo e su se stesso, come se la poesia detenesse ancora il potere di far significare le cose: e mi invento un settembre| su misura o anche ottobre se voglio, così almeno è chiaro se| cadono le foglie, se ho freddo, se l’umidità mi assorbe| tutto il sole preso in Puglia.

Qui, forse, sta il segreto della poesia di Valdo Immovilli: la scrittura gli permette di trascendere la sua vita, di reinventarla ogni giorno con leggerezza e umorismo. Una poesia senza vanità, quindi, ma non senza violenza, e con fierezza placcata sul duro legno del reale: sono stato io a scrivere quei nomi sulle panchine.

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