Volevo fare l’usignolo, versi e video di Rita Bonomo

Marie Constance Mayer, Il sonno di Venere e Cupido, 1826_risultato

Volevo fare l’usignolo, versi e video di Rita Bonomo.

   

    

-Volevo fare la cantante un tempo-
    
Avevo tre voci bianche
a disposizione, da utilizzare
-di volta in volta – a
seconda delle circostanze
   
(ero una brava cantantessa pappagallante)
      
Una implorante e torbida
per ottenere quel che vi pare
La seconda stridula arrampicante
per scandire tronfia il mio nome e cognome
(perché così voleva mio padre)
Una afona e morbida per bisbigliare
bestemmie e moccoli
(così che non mi si sgamasse)
     
-Volevo fare l’usignolo-
      
Invece sto qui nel mio gabbiotto
d’ottone lucentissimo, ho mansione
d’illuminare la stanza del custode
      
Lui è il mio vate
(un tiranno, un aguzzino, signori)
un cantore vigile, un dettagliante
di teoremi fiochi e rauchi -ma saggi-
li canta tutti sottovoce e quando
non leggo bene dal labiale s’incastra
la bocca in una ruga di disaccordo
sequestrando il becchime dalla mangiatoia
    
-Cinguetto bene-
     
Nel marsupio un abbecedario
guarnito d’elogi e salamelecchi
(così come si conviene ad ogni
eccelsa musa aduleggiante)
Un trovattricette azzurro e
un antagonista arrogante per contrastarle
appena arrivate (ah, neofite sbarbate!)
Un radar a sonagli e un trovarobe
che m’impicci lo spazio d’amuleti nuovi
(se no m’annoio)
Una logopedista pignola -ma paziente-
che mi dà lezioni due volte la settimana
(così mi esercito nei gorgheggi)
Un dizionario di parole mute
tutte rigorosamente inizianti in acqua
da sillabare col solo ausilio
di diaframma e labiale
     
-Sono un capolavoro mancato alla musica precocemente-
     
Gloglotto un glassato d’elogi
ogni tre giorni
un panegirico estenuante
persino per il pubblico pagante
che mette i tre soldini nella gettoniera
poi, compiacendomi del pezzo,
mi esibisco nei virtuosismi
d’un cinguettio armonico
tirando fuori le arpe dalla voce
per pochi sceltissimi astanti
    
(ma di nascosto, ché lui è geloso)
      
loro in cambio mi lanciano miglio e bambole
a cui amputar le gole con il becco
      
Ho un contratto in scadenza per il 1989
-ma nemmeno un calendario-
Ho le orecchie otturate
me le chiuse il mio vate
con uno stratagemma di cera
Lui crede io abbia sentito tutto
del piano programmatico d’una certa
strategia da adottare per abbottonare
tutte le bocche agli uccelli ancora incompiuti
(credo voglia farlo con un bisturi:
entrerà di notte nella voliera e
introducendosi in tutte le uova appena schiuse
 con un zac sfrangerà loro la glottide)
     
Crede che io sia la testimone attenta
d’un reato da conclamare il terzo venerdì
del mese, credo sia quello della fioritura
     
Credo sia maggio
     

      

Video di Giusi Calia.

Giusy Calia. E’ nuorese di nascita e sassarese d’adozione. La sua passione per i libri l’ha portata a laurearsi in lettere e in  filosofia e conseguire un dottorato di ricerca in letterature comparate. Ha studiato fotografia a Milano e ha frequentato un corso alla New York Academy. Si definisce un’artista emozionale, il suo mezzo espressivo è la fotografia. Le sue indagine introspettive sul mondo femminile, sul linguaggio poetico e drammatico, ironico e fragile che si cela dietro ogni donna. L’amicizia con la poetessa milanese Alda Merini ha influenzato la sua indagine fotografica, (sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private: Nuoro, Siena, Londra, Berlino, Mosca, Bosnia, Rovereto e altri luoghi). Ha esposto in vari musei-gallerie e nelle case abbandonate, sue location preferite. Il suo Hobby è fare fuochi d’artificio per le persone che ama. www.giusycalia.net 

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