Andrea Zanzotto: retrospettiva a cura di Enio Sartori. 2^ puntata: l’abitare poeticamente

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Andrea Zanzotto: retrospettiva a cura di Enio Sartori. 2^ puntata: tra identità e sradicamento, l’abitare poeticamente.

   

   

 

Che ci sia una stretta relazione tra poetare ed abitare è lo stesso Zanzotto ad indicarcelo in quel bellissimo testo in prosa del 1963 dal titolo Premesse all’abitazione. Qui sintomaticamente, tra ansiosa nevrosi e ironia sottile, le divagazioni sul tema delle peripezie affrontate per costruirsi una casa, spingono Zanzotto, nella parte finale, ad una apparentemente brusca sterzata che dal tema dell’abitare ci immette entro quello dello scrivere. Il poeta – dopo aver provveduto ad informarci sulle varie “stazioni” che, obbligatoriamente deve attraversare colui che ha deciso di sacrificare al sogno piccolo borghese di metter su casa parte della sua vita, dei suoi beni e della sua salute – dirotta la scena verso l’atto della scrittura che nel frattempo si va producendo sotto l’effetto di farmaci antidepressivi per poi stringere, in modo tanto serrato quanto incisivo, un cortocircuito tra il poetare e abitare: «Credere nella costruzione originaria, diretta, in soggetto predicato e complementi, in quella che fa case dove si può abitare»[1]. Qui la «costruzione originaria, diretta», in contrapposizione alla delega-resa su tutti i fronti a cui si è obbligati nel momento in cui si decide di metter su casa, evoca il fare poetico, l’unico fare in grado di edificare case dove si possa effettivamente abitare. Ma che cosa significa abitare poeticamente? Non c’è dubbio che all’altezza di tale questione Zanzotto incrocia la presenza di Heidegger quale grande lettore di Hölderlin. Si tratta di una presenza, rispetto al nostro tema, tutta giocata più che su riflessioni, commenti, citazioni, peraltro presenti soprattutto nel Galateo, su una convinzione comune, filtrata in Zanzotto dal «vissuto poetico», che la nostra esistenza si attui nella parola e che abitando poeticamente la parola sia possibile poeticamente abitare. Commentando il distico di Hölderlin «pieno di merito, ma poeticamente, abita l’uomo su questa Terra»[2] da cui anche il titolo del suo famoso saggio del 1951 «…Poeticamente abita l’uomo…»[3], Heidegger giunge a sostenere che ogni opera, ogni singolo testo poetico è un luogo poiché «poetare, in quanto far abitare, è un costruire». Qualcosa di simile, come già segnalato dal critico Andrea Cortellessa, si dà a pensare anche nell’intervento di Zanzotto del ’66, Prospettive sulla poesia d’oggi, che si conclude con l’invito ad «una poesia che non sia fatta né da uno solo né da tutti, né per uno solo né per tutti, che non vada verso nessun luogo e che non venga da nessun luogo perché essa è “il luogo“, la condizione, l’inizio»[4].

Sia per Heidegger sia per Zanzotto dunque la poesia assume un compito non tanto rappresentativo ma inaugurale essendo essa «il luogo, la condizione, l’inizio». Come dire che la poesia partecipa a quel farsi spazio dello spazio, nel senso di quell’heideggeriano «fare spazio» che « significa sfoltire, rendere libero, liberare un che di libero, un che di aperto». E, subito dopo aggiunge il filosofo tedesco: «Solo quando lo spazio fa spazio e rende libero un che di libero, lo spazio accorda, grazie a questo libero, la possibilità di contrade, di vicinanze e lontananze, di direzioni e limiti, la possibilità di distanze e grandezze»[5].

L’abitare poeticamente si traduce pertanto in quella postura del poeta che si sente «nessunluogo, gnessulógo (avverbio)» (dalla poesia de Il galateo in bosco, dal titolo appunto Gnessulógo), situazione a partire dalla quale coltivare i luoghi, poiché il poeta sa che è la nostra condizione più intima è quella di non avere un luogo che possiamo dichiarare possessivamente nostro; ciò che possiamo fare invece è partecipare, poemizzando, al darsi dello spazio che «spazieggia», ovvero al darsi di uno spazio che non preesiste ma che viene appunto generato.

Tale possibilità è data qualora, come fa il poeta, si operi su quelle radure, su quelle faglie, su quelle soglie entro cui, per dirla con Heidegger, l’esserci è portato di fronte al proprio essere, entro cui si dà la condizione di una originaria apertura al mondo che è anche continua domanda di luogo e continuo rispondere a quell’ «invito-a-luogo» che arriva dal riconoscimento del sentirsi «gnessulógo»; «invito-a-luogo» come dice Zanzotto nella poesia Gnessulogo, che è invito ad «invivarsi».

Dunque il sentirsi in «gnessulógo» è in questo senso è il sentirsi nel luogo più proprio della nostra esistenza ma che non possiamo localizzare né identificare con nessun luogo particolare, con nessuna terra, con nessuna comunità poiché «qui propriamente c’è solo invito-a-luogo» un invito che giunge come un continuo richiamo a sciogliere ogni identificazione per darsi a quel movimento inaugurale, a quell’effettivo avvenire che è la nostra condizione più propria, condizione che permette a ogni singolo luogo sia davvero abitabile.

Nella poesia E la madre-norma dedicata a Franco Fortini a chiusura de La Beltà il poeta si presenta come colui che poemizza e si poemizza e così facendo fa «spazio davanti / indietro e intorno» movimento «attivante», «senza arte nè parte», capace di ritornare – attraverso parole estreme che riaprono in continuazione nuove radure – «a capo ogni volta», di nuovo ogni volta ritornante alla genesi, al punto di partenza del proprio darsi.

Il poeta poemizzando fa spazio, e lo fa coltivando, come suggerisce nel Galateo «bosco e non-bosco», permanendo in quella postura che gli consente, per dirla con le parole in parte enigmatiche di Heidegger messe in una delle Aggiunte al saggio Corpo e spazio, di «insistere e persistere nella radura, esteticamente. Radura ed evento”.

Questa piega evenemenziale della poesia in relazione al tema della «radura» è riaffermata da Zanzotto in modo assolutamente esplicito in un testo del 1997 da Inediti, posto sintomaticamente a chiusura dell’edizione mondadoriana delle Prose e poesie del 1999 dal titolo Dintorni natalizi. Nella prima strofa, il Natale, tempo di scaturigine della vita “fa radure limpide dovunque/ e scompare e/ scomparendo appare/ secondo quella stessa ritmica dell’essere che, appunto, «scompare e/ scomparendo appare». Nella seconda strofa il poeta si augura che altro, anche nel senso di diverso, lontano dal «presepio di agenzie bancarie», un ulteriore Natale venga accordato, un Natale che «mordicchia gli orecchi / glissa ad affilare altre altre radure».

Il poeta coltiva la soglia, la radura quella radura che contemporaneamente apre e delimita, mette in comunicazione e slega. Produrre radure, stare in radura resta pertanto l’unica condizione possibile per la poesia, condizione ribadita anche in L’elegia in petèl ne La Beltà. Qui il poeta nonostante predichi e predìca il suo digiuno («anche se da tanto predìco e predico il mio digiuno») si raccoglie in radura per accogliere bene, («raccogliersi per bene accogliere in oro radure») per continuare la sua operazione di connessione, di ricucitura di ciò che è spezzato, di costruzione di ponti («faccio ponte e pontefice minimo su /me e altre minime faglie») cosciente che si tratta di un lavorio che non gode di alcuna solidità e di alcun rassicurante «sistema» poiché là, in quelle radure dove “vengo buttato a ridosso di un formicolio/ di di, di un brulichio di sacertà./ Là origini – Mai c’è stata origine”. La parola poetica dis-piega il luogo nel suo vero essere attraverso un custodire e un soggiornare che non è dato ma che si dà.

In questo senso il poeta nel suo lavorio, nel suo sentirsi «gnessulógo» si presenta entro ogni luogo con il volto dello straniero che, per citare lo stupendo passaggio di Heidegger, commentatore della poesia di Georg Trakl, “va cercando il luogo dove potrà restare come viandante”. Ma che luogo è questo nel quale il poeta “potrà restare come viandante?”[6]. Non vi è dubbio che per Zanzotto, tale luogo è proprio il paese natìo: “Uno che dica «poesia» partendo dall’idea di Heimlick, di casalingo, di stare a casa sua, nella propria conchiglia, si trova poi a ridosso i 273 sotto zero dello spazio cosmico, dell’estraneità assoluta. E ciò avviene anche per aver egli spinto ciò che è di un microcosmo, soprattutto come lingua, a funzioni impossibili di macrocosmo: ma diversamente non poteva accadere”[7].

La parola poetica, nel tentativo di dispiegare l’essenza più propria del luogo natio, sfugge al rischio di sottoscrivere il già detto, il già dato, poiché, come ci ricorda il poeta, ogni opera si presenta come una «imprecisa icona o mero indizio di uno «stare in luogo». Uno «stare in luogo» capace di riconoscere lo «spessore polifonico, o polidisfonico o poliequivocante di ogni luogo» e di esprimerlo nel «luogo-lingua» che la poesia inscena, producendo il suo a-venire, il suo rinascere.

Lo stare di Zanzotto, l’immorare pressochè per tutta la vita presso il suo paese natale, si presenta così in modo ambiguo non sotto forma dell’accasamento, ma permeato dalla necessità di mantenere viva quella qualità del sentire che è strettamente legata a «quel caos che tutti abbiamo in noi» e di cui la poesia si fa carico. È questo caos – in altra occasione definito «danno che ottenebra per me gran parte dell’universo», danno che come segnalato in Premesse all’abitazione «in realtà occupa anche gran parte di questo luogo» (il riferimento è a Pieve di Soligo) – che porta il poeta a muoversi anche dentro gli spazi conosciuti come «procedendo in una sabbia mobile» ovvero nella stessa condizione di Münchhausen, costringendolo, proprio a partire da ciò, a rimanere entro quella «geografia di spaventosa precisione» la sola che possa ricreare la condizione del nascere della poesia stessa: “Ho una geografia di spaventosa precisione. Partendo da Quartier di Piave dove abito, se mi sposto di pochi chilometri non riesco più a pensare una poesia. Posso arrivare fino all’orlo delle colline asolane, ma Asolo è escluso”[8].

La poesia dà voce dunque al movimento interno che anima l’abitare, movimento che si dà dunque nella forma di un’apertura, di una spaziatura, di uno stato di conflitto psichico all’opera in qualsiasi processo di posizionamento, che impone di ritornare in continuazione sul senso stesso dell’abitare, di non dimenticare la propria origine che sta nella possibilità anche di non abitare, di non-stare. Entro queste coordinate non stupisce il fatto che in una intervista su “l’Unità” del Lunedì 7 agosto 1995 il poeta affermi quanto segue: «Ancora oggi non posso dire di abitare. Se abitare, oltre a risiedere, vuol dire habere, avere un possesso equilibrato di se stessi e del luogo, o almeno del punto, esistenziale in cui ci si assesta»[9]. D’altronde già nella V Ecloga questa dialettica con il proprio luogo natio appariva fortemente segnata da questa consapevolezza: “del tuo latte mi sazi, mai sazio”.

Abitare poeticamente il luogo natio significa allora permanere in quello stato di nascita a cui esso ci invita essendo questo il suo cuore pulsante poiché «nel paese natale non si muore mai, la morte non è «quella», nel paese natale si nasce soltanto, si continua a nascere, come la natura che dissimula, o brucia, il suo continuo morire nel fatto stesso della continuità, del nascere appunto». La relazione con il paese natale si gioca entro un processo di rinascita continua. Poiché il paese natale non solo è quello in cui si viene al mondo ma anche quello che chiede di partecipare al suo donarsi entro un reciproco venire al mondo. Dunque il paese natio si offre, per usare le parole destinate da Zanzotto al paesaggio, come «una grande offerta», un «immenso donativo che corrisponde proprio all’ampiezza dell’orizzonte. È come il respiro stesso della presenza della psiche, che inchioderebbe in se stessa se non avesse questo riscontro». Donativo che chiede il massimo di disponibilità ad una relazione anche memoriale con tutti gli elementi che compongono i suoi paesaggi naturali e antropologici. Disponibilità ad accogliere la vita nel suo donarsi che la poesia asseconda. La parola poetica, ci suggerisce Zanzotto in Possibili prefazi o riprese o conclusioni, da La Beltà, partecipa al venire al mondo del paesaggio stesso. “La è il vivente. Ma non è ancora ristoro (restauro),/nulla è la sede, nullo/ l’invivimento l’invivarsi.// Forse l’incontro di un dispotico qui/ di un qui puntiforme unitissimo/ commesso nel perfetto/ o là verso l’allitterato/ esordiente paesaggio,/ bimbo effato, Veneto in pittura-ura./ E io mi do da fare.//

Il poeta partecipa al venire al mondo di un «esordiente paesaggio,» un «bimbo effato» bimbo nascente, un «Veneto in pittura-ura», un Veneto che esordisce in pittura. Da sottolineare il prolungarsi ad eco del termine “pittura” in “ura” («pittura-ura») eco entro cui ci sembra di poter riconoscere la duplicazione giocosa di “ur” nel senso di “origine”. Così il poeta può affermare in conclusione : «E io mi do da fare», un fare che nella parte V di Possibili prefazi o riprese o conclusioni V chiede apertamente il rifiuto di considerare «voi e io e tutto» un «dato / e non ciò che si dà».

La relazione quasi ossessiva con i luoghi del proprio paese natio in Zanzotto non ha, dunque, nulla di conservativo di folcloristico o di contemplativo. Si tratta piuttosto di un ritornare continuamente e ossessivamente entro il luogo-tempo dell’originarsi dello sguardo, della parola come luogo in cui perennemente il paesaggio avviene e trasmuta.

L’abitare in luogo si esprime nel suo respiro più proprio, effettivamente, nell’attraversamento di territori, paesaggi che lanciano apparentemente molto lontano da esso ma che in realtà sono ad esso intimamente connessi: una immobile fuga che produce quel particolare nomadismo di Zanzotto nel suo stare in luogo e che nel suo nucleo più autentico rinvia di fatto ad una relazione con quell’altrove, fin dall’origine iscritto in esso.

Infatti abitare poeticamente significa sottrarsi sia a forme di idillio tessute di rimozioni sia alle determinazioni socialmente convenute o politico-istituzionali del territorio, rinunciare ad ogni riparo nelle proprie o nelle altrui patite, patetiche e a volte patologiche chiusure e confini, chiusure che se rafforzate prefigurano non desiderabili esiti, e dimorare su quella soglia che richiede una vitale disponibilità e a partire dalla quale è ancora possibile partecipare alla rifondazione dei luoghi, al rischio della loro creazione che ha il ritmo dell’originarsi della parola poetica stessa.

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[1] PPS, p. 1050. Per le citazioni dei testi dell’autore si fa riferimento a: Zanzotto, A. (1999), Le Poesie e Prose scelte, a cura di S. Dal Bianco e G.M. Villalta, Mondadori, I Meridiani, Milano.
[2] Heidegger si riferisce qui alla poesia Dal «Fetonte» di Waiblinger in F. Hölderlin, Tutte le liriche, cit., p. 347.
[3] M. Heidegger, Saggi e discorsi, a cura di G. Vattimo, Milano, Mursia 1976, p. 126.
[4] PPS, p. 1142.
[5]M. Heidegger, Corpo e spazio. Osservazioni su arte-scultura-spazio, a cura di F. Bolino, Genova, Il Melangolo 1996, p. 33
[6] M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, a cura di Alberto Caracciolo, Milano, Mursia 1973, il saggio Il linguaggio nella poesia. Il luogo del poema di Georg Trakl, pp. 45-81, p. 45.
[7] PPS, pp.1314-1315.
[8]Così Zanzotto in un’intervista in Giulio Nascimbeni, Il calcolo dei dati. Storie di uomini e libri, Milano, Bompiani 1984, p. 107.
[9]Carlo D’Amicis, Zanzotto, la vita in lontananza, «L’Unità», 7 agosto, 1995.

                 

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