Andrea Zanzotto: retrospettiva a cura di Enio Sartori. 3^ puntata: abitare poeticamente tra le lingue

Andrea Zanzotto: retrospettiva a cura di Enio Sartori. 3^ puntata: abitare poeticamente tra le lingue.

   

   

La lingua materna

La voce poetica e lo sguardo critico di Zanzotto attorno al tema della relazione tra le lingue si origina a partire da un’ipersensibilità tutta liminare verso la lingua materna, il babil, il petèl, il dialetto.
Ma che cos’è la lingua materna per Zanzotto? Per il poeta solighese la lingua materna è ciò che il bambino esperisce nella relazione con la madre, sperimentazione delle potenzialità di un dire libero da ogni funzione comunicativa e spinto ad un generale godimento della lingua. E’ quella che lo psicanalista francese Jacques Lacan (autore presente sottotraccia in tutta la riflessione zanzottiana sulla lingua) chiama lalangue, termine che sintomaticamente richiama sul versante del significante la lallazione infantile. La lingua materna come lalangue non è dunque nè la lingua della cultura, né quella del maestro, né quella del padre, nè una lingua che produce un sentimento di appartenenza, nè una lingua di cui ci si appropria. Si tratta piuttosto di una lingua che si genera nel contatto diretto con la madre e che si incista nel corpo del bambino producendo la sua animazione intima e singolarissima.
Ma la lingua materna, se da una parte produce un «contatto fisico e immediato» del bambino con la madre, è anche ciò che lo mette nella condizione dolorosa di esperire la separazione da essa poiché, come ci ricorda Zanzotto, la madre «non può non sottrarsi a tale contatto (che si verifica solo parzialmente) ponendosi sempre (un po’) oltre»[1]. Pertanto attraverso la lingua materna il bambino esperisce necessariamente che la madre è sempre un po’ oltre. “Oltranza” che, se intensamente vissuta, è anche ciò che continuamente chiede al soggetto di rimettere in moto la relazione con la lingua stessa e di ritrovare in ogni relazione con qualsiasi lingua quell’esperienza infantile che si dà ogni qualvolta ci si inizi veramente ad una lingua.
Ciò ci consente oltretutto di ribadire che lingua materna non è tanto l’idioma di una determinata comunità il più delle volte risolto, come non manca di sottolineare in varie occasioni lo stesso Zanzotto, in feticcio allucinato o in fonte di nostalgia in funzione di protezione contro l’angoscia della perdita. La lingua materna è piuttosto ciò che agisce all’interno di ogni singola lingua, di ogni singola parola, facendoci presentire e invitandoci a liberare ciò che in ogni lingua vi è di eccessivo, di non formalizzabile, di non riducibile al semplice linguaggio; è tutto quello che ha a che vedere con la materialità e la singolarità primaria, inconscia di un godimento lalinguistico della lingua.
In questo senso allora il tema de lalingua sembra alludere a qualcosa di ancora più decisivo, ovvero al darsi stesso della lingua come madre, lingua che è madre, ovvero che inizia il soggetto a se stesso nella relazione con la madre, iniziandolo alla lingua. Iniziazione questa che riguarda innanzitutto e in modo assolutamente privilegiato la lingua materna in tutte le sue articolazioni, ma che di fatto si attiva in qualsiasi esperienza linguistica quando questa non si riduca ai soli aspetti funzionali e quantitativi, ma punti a darsi quale esperienza qualitativamente ricca di una lingua.
L’esperienza de lalingua sembra allora riemergere in questo suo essere mater-matrice ogni qualvolta i nostri atti linguistici si presentano non sotto forma del già detto, ma quale modo di nascere, o rinascere, di accedere al mondo; ogniqualvolta l’iscrizione nella lingua che produce il soggetto, producendo anche la sua lacerazione originaria, non viene taciuta ma riconosciuta e perciò agita, vivificata da un movimento che molto ha a che vedere con quel decisivo gesto poetico che rende così feconda la scrittura di Zanzotto. Un gesto che, nell’ascolto dell’originarsi della parola inscena l’esperienza dell’intervallo tra suono inarticolato e linguaggio articolato, tra significante e significato grazie appunto ad un complessivo fare lalinguistico che continuamente incespica sulla lingua e inceppa la lingua, aprendola sui propri malintesi, sui propri mancamenti interni, su quella separazione che ci riporta incessantemente al luogo di massima prossimità del dire nei riguardi dell’essere; luogo che coincide, vale la pena di ridirlo, con quello spazio potenziale in cui madre e bambino giocano simultaneamente la loro reciproca perdita e il loro reciproco ritrovarsi.

La lingua e l’infanzia

Il gesto poetico di Zanzotto si fa carico effettivamente di una parola che, riconoscendo l’infondatezza del proprio primo originarsi, chiede di mantenersi, in nome della propria vivezza, entro il ritmo della sua stessa insorgenza, o potremmo dire, avendo la sensazione di non tradire Zanzotto, entro una infanzia perenne. Infanzia da intendersi né in senso solo cronologico, né quale età paradisiaca rigidamente abbandonata alla nostalgia, modalità queste di guardare ad essa che il poeta non esiterà a smascherare in più occasioni nei loro risvolti più conservatori e mortificanti[2]; l’articolazione zanzottiana di questo tema evidenzia piuttosto particolari analogie con la robusta riflessione di Giorgio Agamben per il quale l’infanzia si configura quale «dimensione storico-trascendentale» che si attua ogni qualvolta venga riattivata la frattura costitutiva tra l’essere umano e un luogo, in base a quell’esperienza di disambientamento, peculiare della condizione umana, in grado di riaprire incessantemente la possibilità della storia, della cultura, della parola[3].
Lo stesso Zanzotto nell’intervista Il mestiere di poeta del 1965, rifiutando ogni forma di rigida mitizzazione del nesso poesia-infanzia «intesa nell’accezione paradisiaca-irresponsabile (e così irrigidita nel suo “non completo parlare”, secondo i canoni del primo novecento)» ci invita a pensare l’infanzia quale condizione in cui drammaticamente si esperisce una continua «tensione all’essere e allo sviluppo, all’espressione e quindi alla responsabilità: nonostante tutto»[4].
Ciò che effettivamente l’infans esperisce entro questa «tensione all’essere», nel suo venire al mondo e alla lingua è, come sembra dirci Zanzotto nel saggio del 1973 Infanzie, poesie, scuoletta, «il fatato reticolo dei significanti» in grado di aprire «all’imprevedibile e all’impensato il già imprevedibile e misterioso mondo delle cose, dei referenti»[5].
Tutto ciò ha molto a che vedere con l’esperienza poetica in cui la parola, dandosi come esperienza viva dell’intervallo, della scissione tra lingua e discorso, tra semiotico e semantico, espone contemporaneamente la traccia della sua stessa origine, e tutte le circostanze in cui essa avviene.
In questo senso la poesia si connette a quella ripetizione gestuale e linguistica che costituisce l’anima aggraziata ed eversiva del gioco infantile e che segnala una sua vocazione sperimentale carica di novità, di gusto sensuale dell’esperienza e senso del possibile, quella capacità di dissolvere l’apparenza vischiosa di un ambiente linguistico ritrovando nel linguaggio ciò che disambienta e fa mondo.

La lingua e il balbettio

È all’altezza di queste questioni che si colloca quell’esperienza lalinguistica del «balbettio afasico», giustamente riconosciuta da Agosti quale «invenzione determinante registrata da Zanzotto ne La Beltà» ma estesa lungo tutto il percorso poetico successivo del poeta.
Si tratta di un balbettio che, come annunciato nell’intervista Il mestiere del poeta del 1965, pur non riuscendo «ad articolare le sue giuste parole», manifesta «il sentimento dei sì e dei no essenziali», poiché è un “balbettare non da vecchiaia, da malafede, da paralisi, bensì da lavorio non ancora pervenuto al successo,eppure incoercibile, lucente, e insieme stupito del suo scattare dal no che ci sta ora soffocando come dai no che da sempre hanno minacciato ogni origine, ogni gemmazione della realtà[6].
Il lavorio del balbettio, da leggersi in relazione anche ad altre vocazioni linguistiche zanzottiane quali la lallazione, il petèl, il ricorso al dialetto ed al complessivo movimento stilistico interno alla poetica zanzottiana, viene qui proposto quale modalità di riattualizzazione continua di quell’esperienza infantile di iniziazione alla lingua materna e al linguaggio in generale.
Allora vale forse la pena chiedersi quale pratica di articolazione della parola si dia nell’esperienza del balbettare. Senza entrare nel merito di questioni inerenti alla psicologia o alla patologia del linguaggio, il tratto peculiare dell’esperienza del balbettio è sicuramente la disgiunzione tra la produzione del messaggio e la sua articolazione fonatoria. Questo incepparsi della lingua, esperienza peraltro segnalata esplicitamente dal poeta nel testo de Il galateo in bosco dal titolo Sono gli stessi («E quel ciel che mi maciulla, mezzo / dentro e mezzo fuori bocca io, / inceppo»),[7] questo incepiscare sulla parola, che tanto ricorda il momento in cui il suo venir meno nel dialogo psicanalitico lascia il paziente in balia di un vano farfugliare o di un perturbante balbettio, genera un intervallo capace di provocare il parlante all’ascolto della parola che in quel momento egli sta pronunciando, a ritornare sul proprio dire, ovvero su quella barra che divide il significante dal significato.
La scrittura poetica di Zanzotto impegnata ad operare e insistere su quel taglio che produce la discontinuità del significante nella relazione con il significato, punta a produrre proprio quella postura che rimanda ad una generalizzata esperienza del balbettio; esperienza che esige, per darsi, l’allestimento di una retorica dell’interruzione, della sospensione, del rallentamento, del ritardo che costringe lo scrittore a retrocedere verso il significante prima che in esso si depositi, rimuovendolo, il significato. Pratica questa che tra l’altro finisce per creare una diffusa instabilità, persino ambiguità, nell’identificazione e focalizzazione dello spazio assegnato al significato. Entro queste coordinate vanno ricollocati anche altri stilemi della scrittura zanzottiana, come ad esempio, sul versante sintattico, la ripetizione di lemmi, il continuo processo di interruzione repentina delle tradizionali strutture logico-sintattiche del discorso, l’interruzione della consequenzialità del senso e, sul versante grafico, l’uso di trattini, barrette verticali che segmentano la sintassi, la presenza di iperbolici spazi bianchi tra parole, strofe, vere e proprie faglie vertiginose dentro al testo e alla pagina. In particolare è, come sottolinea Agosti , soprattutto la pratica allitterativa che produce al massimo livello una poetica del balbettio. Citiamo, come esempio, il sonetto VII (Sonetto del soma in bosco e agopuntura) nel quale la ripetizione ossessiva della «m» ricorre più volte in ogni verso singolarmente ma anche nella forma raddoppiata «mm». La sua presenza percussiva sia in rima che all’interno di tutti i versi con accanto la vocale «a» nella forma «ma» provoca l’emergere della ripetizione balbettante della sillaba «ma» «ma», «ma» esempio di petèl zanzottiano qui nella forma del balbettio infantile, evidente richiamo lallatorio e lalinguistico al lemma «mamma».

La lingua e dialetto

Nel saggio Nei paraggi di Lacan del 1979, Zanzotto legittima il suo interesse verso i Séminaires lacaniani proprio entro l’assunzione del tema de lalingua all’altezza, ci ricorda il poeta, di «un altro mio vecchio motivo, quello dell’oralità perpetua connessa al mondo dialettale»[8].
La scoperta del motivo lacaniano de lalangue che tradisce al di sotto e dentro le lingue il dilagare di una «oralità perpetua connessa al mondo dialettale» si inquadra in un generalizzato interesse da parte di Zanzotto per il dialetto, sia sotto il profilo teorico che nella pratica di scrittura.
«Oralità perpetua» – prosegue Zanzotto – «veniente di là da dove non è scrittura (quella che ha solo migliaia di anni)», da quel luogo-non luogo, «gnessulógo» potremmo dire, «manifestazione di un logos che resta sempre erchómenos», che verrà e in divenire, poiché mantiene «pur nel suo dirsi» quel tratto «quasi infante» che lo rende indisponibile ad ogni raggelamento («che mai si raggela in un taglio di evento»), lontano da ogni trono (che «non impera gerarchizzando e dividendo»), proprio perché non fonda territori annunciandosi piuttosto «come il terreno vago in cui langue e parole tendono a identificarsi e ogni territorialità sfuma in quelle contigue» rinviando ad una terra, ed aggiungiamo ad un lingua, da sempre perduta e sempre avveniente[9].
Certo, la poesia è certamente fatta dentro una certa lingua, dentro ad un certo idioma, anzi, a detta di Zanzotto, ne è la sua vera anima poichè ne «esprime (squisitamente) la singolarità, l’idion», l’incomparabile, preziosa, insostituibile «differenza» in quanto capace «di sentire le “frequenze”, le “vocazioni” intime di questa lingua, le correnti e i vortici che la abitano». Ma è proprio questa stessa capacità di animarsi dal di dentro e di animare l’idioma che porta il poeta, forse ogni poeta, a percepire con estrema sensibilità quello che Zanzotto definisce anche il «rischio lingua», ovvero la percezione della lingua «come campo di esclusione, di frammentazione, entro lo schema babelico». E ciò perché più il poeta si addentra nell’intimo di una lingua più egli è in grado di riconoscere quella intima «nostalgia verso una lingua» universale, non «idiomatica», anche se pur sempre «materna-propria», che attraversa da dentro ogni singola lingua. Ciò è reso possibile da quel lavorio del poeta che finisce per spingere «l’idioma storico da lui usato, verso/contro il limite della sua idiomaticità/particolarità»[10], dando voce a quel «desiderio di incontro con tutti gli idiomi».
Ciò significa anche che il dialetto, (ciò vale anche per le tradizioni) proprio al cuore della sua più radicale singolarità, non implode monolinguisticamente su di sé ma rinvia ad altro, proponendosi come lingua del dialogo tra le lingue, segnalando anche, per inciso, che non vi può essere dimora linguistica propria entro cui pacificamente accasarsi. Come a dire che una sana relazione con la propria lingua chiede paradossalmente che questa venga sentita come straniera perché solo così essa si dona propriamente a noi in una incessante e vitale oscillazione tra vicino e lontano, familiare ed estraneo. Infatti la fedeltà alla “lingua materna” non si dovrebbe giocare nella richiesta di imbalsamanti forme di tutela o di appropriazione, né nella pura produzione della differenza rispetto alle altre lingue ma nella libera ed arrischiata esposizione alla ricchezza che essa è in grado di svelare nella sua apertura ad esse.
Il dialetto dunque per Zanzotto svolge la funzione de lalingua portando ad oltrepassare le barriere delle singole lingue sia verso quel primigenio inesauribile “vagire somatico” verso il petèl, che verso altre xenoglossie, uscite dall’italiano: insomma una ricerca interlinguistica che rinvia, in Zanzotto, ad un auspicabile clima pentecostale. E ciò perché la condizione di diglossia mette il parlante nella condizione di una maggiore sensibilità linguistica dovuta al fatto che, come ci dice Zanzotto nell’intervista Qualcosa al di fuori e al di là dello scrivere, «da una situazione di questo tipo si può cogliere la realtà di un “contratto sociale”, tra inconscio e subconscio, che sta alla base della lingua, e nello stesso tempo si è portati alla consapevolezza della labilità di tale contratto»[11].
Ma ciò che preme qui rilevare è che l’essere parlanti dialettali entro una condizione di effettiva diglossia, il sentirsi di casa da una parte e dall’altra tende a produrre nel soggetto non solo una ipersensibilità verso la propria condizione linguistica e verso il destino complessivo delle lingue nel nostro contesto storico, ma anche quel senso di incompiutezza del proprio rapporto con la lingua capace di spingerlo verso il fuori, verso terre altre, verso una lingua che non è né quella identitaria, di matrice nazionalistica o localistica, né quella della globalizzazione: si tratta invece di un’altra lingua o qualcosa tra le due lingue di cui la scrittura plurilinguistica di Zanzotto sembra fornirci la traccia, qualcosa che rinvia ad una relazione tra le lingue entro un clima pentecostale.

La lingua pentecostale

L’agire tra e dentro le lingue da questa prospettiva permette al poeta di Pieve di Soligo di segnalare i limiti sia della «superbia da pollaio» che riduce gli idiomi a «idiozie», sia degli «imperialismi delle lingue» il cui esito rischia di portare verso un generalizzato, ovvero di tutti, impoverimento linguistico.
Infatti l’orizzonte verso cui esse tendono è quello di un «clima pentecostale» entro cui ogni parlante potrà intendersi con gli altri nella propria lingua, proprio perché ogni lingua è capace di esprimere il suo più alto grado di maturazione solo nella massima esposizione, il che significa anche incondizionata ospitalità reciproca. In altri termini ogni lingua fa segno all’altra. Poiché ciò che desidera una lingua è rimanere singolarmente irriducibile a partire dalla relazione. Così Zanzotto riassume il racconto pentecostale negli Atti degli Apostoli: “Sappiamo che tutti pensano volentieri al momento pentecostale quando, appunto, gli apostoli parlarono in aramaico ed ognuno li sentiva parlare nella propria lingua; come dice Manzoni: “l’arabo, l’indo,il siro / in suo sermon l’udì”. I “miracoli” in questo campo, nel primo cristianesimo, pare fossero molto frequenti”[12].
Lo stesso mito della Torre di Babele risponde, a detta di Zanzotto, al desiderio e alla necessità di «”toccare il cielo” ricostruendo una lingua universale (posto che vi sia mai stata)», di tendere verso «un al di là di ogni lingua».
Entro queste coordinate si sviluppa dunque quel percorso linguistico-poetico di Zanzotto che conferisce alla poesia anche la funzione di partecipare a quel movimento tra lingue minime e lingue massime in nome di «quel futuro unico di un eloquio in cui si salverebbero anche tutti gli altri». E subito dopo Zanzotto, a chiusura dell’articolo Oltre Babele, scrive: “Si raggiungerebbe così una delle forme essenziali di armonia tra natura e ragione. In un clima di allusività pentecostale: se parla “lo spirito di rinnovamento e di universalità” tutti riusciranno a capire tutto “nella loro lingua”; cioè ogni lingua conserverà meglio il suo volto “intraducibile” (e intraducibilmente bello), suono e natura, proprio accogliendo accanto-a sé uno strumento diverso ma fraterno, il cui compito è appunto potenziare le singolarità, tutte, senza distinzione, e insieme distruggere quanto distrugge i rapporti fra gli uomini”[13].

    

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[1]                PPS, p. 31.
[2]                In particolare si veda il saggio del 1973, Infanzie, poesie, scuoletta (appunti), in PPS, pp. 1161-1190.
[3]                G. AGAMBEN, Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della storia, Torino, Einaudi 2005, p. 54.
[4]                PPS, p. 1129.
[5]                Ivi, p. 1163
[6]                Ivi, p. 1129
[7]                Ivi, p. 585.
[8]                Ivi, p. 1215.
[9]                Ivi, p. 1230
[10]              Ivi, p. 1315
[11]              Ivi, p. 1230
[12]             PPS, p. 1361
[13]             Ivi, pp. 1117-1118

                   

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