A un’ora di sonno da qui di Franca Mancinelli, recensione di Emmanuel Di Tommaso

A un’ora di sonno da qui di Franca Mancinelli, Italic Pequod, 2018, recensione di Emmanuel Di Tommaso.

    

    

Leggendo A un’ora di sonno da qui, ultima raccolta di poesie di Franca Mancinelli, la sensazione dominante è quella di attraversare un’esperienza di poesia che torna ad essere atto di nominazione: ogni parola è scelta con un’attenzione chirurgica affinché aderisca con precisione al sentire originario che l’autrice vuole condividere:

hai baciato il mio osso sporgente
l’anca ramo ricurvo:
svanisce il filo di sassi sulla schiena
e ti siedo di fronte
a radici aperte.

È un’immagine chiara, a lungo
devo sfogliare prima che combaci
ma ora che ricordo che sono io:
i lobi luccicanti appena incisi,
un sorriso di fortuna
dalla sua mano un fiore si avvicina,
apro gli occhi al lampo, e il taglio
della luce è mio.

Chiamare le cose con il proprio nome implica agire all’interno di un campo prevalentemente metaforico attraverso un abbassamento del livello di retorica da un lato, e un incremento di verità dall’altro. Lo sguardo partecipe e lo sforzo di trasparenza di Franca Mancinelli le consentono di trasmettere forti suggestioni derivanti da quello che è il presupposto stesso del fuoco della sua scrittura: la condivisione di tentativi profondi di comprensione del reale. «Se nome è anche raggiungere se stessi», come scrive Antonella Anedda in Notti di pace occidentale (Donzelli, 1999), Franca Mancinelli riesce ad accogliere tale invito, estendendo il tentativo di nominazione e conoscenza oltre l’io, verso il noi:

da questo appartamento barricato
guardi gli amici imbrunire alle stagioni

genealogie dai fili del maglione.
Ti chiamano le impronte
di animali estinti,
le galassie fiorite sul balcone.

L’io e il tu poetici, nel sovrapporsi, delineano un costante dialogo interiore che si apre verso il collettivo, perché i ricordi, le sensazioni e i pensieri attraversati sono quelli che tutti noi viviamo quotidianamente, e sono evocati con un linguaggio che sa essere originale e comune al tempo stesso:

nella notte un estuario le tue braccia
sono rami di quercia
setaccio senza fondo
sasso chiaro che precipita
un granulo di terra che si scioglie

sono sempre stata qui
all’inizio della vita
guardando queste cose
muoversi nei tuoi occhi.

A un’ora di sonno da qui non è una semplice raccolta di poesie quanto la sintesi del percorso artistico ed esistenziale di Franca Mancinelli. Contiene infatti l’edizione rivista di due libri ormai irreperibili: Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (Nino Aragno, 2013), ai quali sono state aggiunte alcune prose inedite e altri testi non inclusi in Pasta madre. Il lavoro che è stato fatto, soprattutto in Mala kruna, è stato quello di eliminare alcuni versi e sequenze in cui «la visione si addensava, senza liberarsi nella lingua», mantenendosi comunque fedeli alla voce che aveva generato i versi e all’immagine che contenevano. Alcuni temi attraversano le due raccolte, come, ad esempio, la relazione con l’infanzia, intesa non come rifugio rassicurante dell’esistenza ma come soglia da interrogare per comprendere il senso della vita:

dal giorno che non rispondi allo sguardo
sui tavoli dell’asilo non segui
l’impronta non pensi
che oltre la giostra
c’è ancora lui che dorme
e non lo puoi svegliare.

(da Mala kruna)

con un fianco immerso nella siepe
e mani che triturano feroci
andiamo fraterni accarezzando
il torace dei cancelli. Bambini
sgusciati per la strada, una musica
di sbarre e di ringhiere.

(daPasta madre)

C’è poi una relazione viscerale con gli elementi della natura, che sfocia spesso in processi di animalizzazione e vegetalizzazione dell’umano: «Leggo stesa, il libro sul torace / è il mio terzo polmone / che si apre e si richiude. / Come un anfibio stavo sulla sponda» (da Mala kruna); «[…] sarò sbucciata e dolce ai denti. / Ogni mattino ti coglierò un pugno / di fiori dal selciato. / Per te avrò aghi sempreverdi / e sboccerò ogni inverno per bruciarmi» (da Pasta madre). La sezione di prose poetiche o forse, citando una definizione dell’autrice, di «poesie che non vanno a capo», riflette sull’esperienza della scrittura e in particolare sulla necessità di coniugare l’esigenza di accogliere la tradizione con l’urgenza di comprensione del mondo: «Non si sovverte la tradizione in un attimo, in un sussulto di immaginazione eccedente. Se mai nascerà un nuovo stile, o una variante all’interno di quello codificato, sarà per un progressivo e lento distacco dai movimenti precedenti, attraverso prove calibrate, minime infrazioni accolte. Lo stile libero non esiste, non si è mai liberi se si vuole nuotare» (da Un verso è una vasca e altri appunti sulla poesia).
Franca Mancinelli viaggia nell’esperienza della poesia con trasparenza, consapevolezza e una rara capacità di esprimere con voce univoca una modalità delicata e fortemente evocativa di situarsi nella “pasta madre” del linguaggio, e dunque nel mondo.

in apertura Paolo Figar, Viaggiatore

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