Abbiamo abdicato al futuro, di Alessandro Assiri

Abbiamo abdicato al futuro, di Alessandro Assiri.

   

   

Che fortuna non c’è nulla di nuovo che avanza, finalmente abbiamo abdicato al futuro, colti da una rassegnazione un filo pavida.
Ci possiamo riconcentrare sugli scarti, sui rimaneggiamenti degli orrori gia scritti e chiamarli alla Magrelli: intratesto. All’ovest niente di nuovo, ma non è che stiano meglio agli altri punti cardinali. La parodia dell’arte, ogni arte, cerca redenzione tra i propri rifiuti. Sarà forse questo tempo che è diventato troppo reale o forse questa acustica dove tutto suona male… Per produrre il nuovo ci vorrebbero desideri che sappiano quello che vogliono, bisognerebbe tornare a interrogarsi sul fatto che nulla d nuovo risiede nell’assenza, ma è solo nell’immanenza che la novità prende forma.

Se ogni parola è postuma non ci potrà mai essere nulla di nuovo a sorvegliare il futuro, perchè molto prima di anticiparlo il futuro si sorveglia.
Il mondo che pensiamo è per tutti lo stesso, pensiamo l’identico, non il simile e all’interno di ciò non si da differenza. La novità diventa un’ansia, perchè ci accorgiamo di pensare solo il pensiero di altri, dove tutto è gia accaduto, ma a nostra insaputa.

Il nuovo si produce quando il vecchio lascia traccia, ma quando i modelli sono triti e logori possiamo produrre soltanto canti funebri, nenie da prefiche dove tutto è stato detto, salmodiato come litania.

Il tempo poetico ha come smesso di suggerire senso perché è diventato, fenomenicamente, prevedibile e ripetitivo, un tempo corroso non dall’incertezza che all’universo poetico appartiene ma da una quotidianità precaria e cannibale.
“L’irraggiungibile non è mai alto“ diceva la Cvetaeva in una lettera a Rilke: credo sia per questo che dovremmo accontentarci di essere tutto quel che abbiamo letto senza curarci del fatto se abbiamo o meno saputo produrre linguaggio o se soltanto abbiamo la copertina corta.

In fondo il nuovo poetico non è altro che una speculazione su una nullità, basta stare un poco attenti e lo si vede dai segni, non ci spaccia per nuovi con l’anima vintage, coi versetti sdruciti con le paroline lise e logorate. Perchè poi del nuovo bisognerebbe accorgersene e per farlo ci vorrebbero strumenti diversi da pentole piene di vecchie galline che fanno buono il brodino.

Come potrà mai nascere l’evento imprevedibile, se si partecipa sempre allo stesso male che si denuncia.

                            

Le Petit Soldat di Jean-Luc Godard
Le Petit Soldat di Jean-Luc Godard

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