Ai miei figli, poesie di Cristina Bove

Ai miei figli, poesie di Cristina Bove. Con una nota dell’autrice.

    

   

Cristina Bove è nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive a Roma dal ’63.
Si è occupata di pittura e scultura. Ha vissuto da giovane a Tunisi dove fu allestita con successo la sua  prima personale di pittura.  È sua la scultura in bronzo dell’hotel Sabbiadoro a  S. Benedetto del Tronto. Negli ultimi tempi si dedica alla scrittura, alla fotografia e all’arte digitale.
Scrivere è per lei una sorta di rispetto per la propria e altrui memoria, un fissare con la parola il pensiero affinché non si disperda  e renda sacralità alla vita.
Considera la poesia un linguaggio universale, l’esperanto dell’anima.

    

Di una seconda vita, iniziata a diciotto anni dopo un volo dal quarto piano all’asfalto, il prodigio della mia rinascita. Un miracolo, si disse.
Ma i miracoli non finirono lì, nacquero loro: i miei figli. Il pensiero di aver dato loro la vita  mi stupisce ancora, mi fa sentire partecipe di qualcosa di immenso, di aver contribuito al disegno meraviglioso di cui siamo parte malgrado l’impossibilità di saperne il perché.
Accadono fatti che sfuggono alla comprensione umana, eventi prodigiosi da cui scaturiscono l’amore, l’arte, l’impegno di chi dedica la propria vita allo studio e il proprio tempo per salvare altre vite.
Gli esseri umani, nel bene e nel male, sono il mistero più grande con cui ci si relaziona ogni giorno, il motivo per cui non si è soli, e i figli sono una continua sorpresa, una ragione per vivere. CB

        

Ai miei figli

Che c’eravate da sempre
questo mi viene      e il tempo
s’affanna a dare i numeri
siamo nel cuore dello stesso sogno
eterno         non ne sappiamo molto
i visi che li vedo trasformarsi
eppure sempre voi
le storie che vi passano col vento
e io con voi

forse siamo un composito elemento
un fiore a capolini e nessun centro
ma vi ringrazio d’essere passati
da questo corpo e averci fatto il nido
anche per poco
anche se andate sparsi in altre storie
siamo lo stesso polline di cielo

non ci sorprenderanno le stagioni
apparenti                      questa vita
ci ha regalato la necessità e l’appiglio
al filo che sorregge ogni esistenza
un ricamo di giorni
e l’immortalità dei nostri soli

a insegnarmi l’amore
voi

*

Le graziose divine elargizioni…
la stoltezza degli uomini fa il resto

fiorirono papaveri
quando, finiti i gigli, il pianto delle madri
irrigò il prato, e i figli
falcidiati sui campi di battaglia
o sconfitti da malattie incurabili
o seppelliti dalle proprie case
ebbero campi di medaglie rosse
_salivano nei cieli come fossero sogni
così brevi
che non restava il tempo per amarli_

negli abiti riposti
cicatrici nei cuori delle madri
_non le cantano più certe canzoni
di primavere consacrate_
segnalibri  tra pagine di vita
lette e rilette mille volte
nel sentore di latte e borotalco.
Le scarpe da ginnastica
fanno finta di camminare ancora
nei cassetti diari e souvenir
ciottoli presi al litorale
un pennarello per segnare in blu
l‘ultimo giorno dell’estate.

Sepolti nella terra
inabissati in mare
sigillati in un vaso di memoria
ci confermano il nulla e quanto fu
il coraggio di esistere

*

         

Paolo Figar, Testa

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