Alcune domande sulla felicità, editoriale di Paolo Polvani 

Alcune domande sulla felicità, editoriale di Paolo Polvani 

 

 

 

La funzione delle parole è quella di favorire la comunicazione e definire un campo di significati, e definire significa stabilire un confine, circoscrivere il senso della parola dentro un perimetro. Esistono parole, come felicità, che è impossibile chiudere dentro un recinto e osservarle dall’esterno, come si farebbe con un animale allo zoo. E’ una parola che alimenta un fuoco di domande, più che tranquillizzarci dentro un orticello di risposte. Lo stesso vocabolario asseconda l’imprecisione e in alcuni casi parla di appagamento, in altri di stato di serenità, o circostanze che portano contentezza.   

La prima domanda che mi viene è: è possibile una felicità individuale in mezzo a un’evidente infelicità collettiva? è ammissibile un senso di colpa nel caso in cui questo avvenga?  

Ho sempre avuto un atteggiamento di gratitudine e rispetto per san Francesco, per quello che rappresenta nella nostra storia, per il Cantico delle creature, che resta una delle poesie più belle e intense che conosco, e anche forse per come Giotto ce l’ha raccontato. Però mi interrogo su questo aspetto della sua vita: quando mangiava una cosa molto buona nasceva in lui una spinta a pentirsi delle eccessive concessioni al piacere e rovinava quel cibo cospargendolo di cenere, o polvere. Forse che un eventuale creatore ha fatto le pesche, o le ciliegie, dolcissime per farle rovinare con la cenere? Il piacere e la felicità possono generare sensi di colpa? Sono sensazioni da tenere nascoste?  

Mi ha sempre affascinato sapere che l’etimo di felicità viene da una radice sanscrita, trasformata poi nel verbo greco fyo, che significa produco, faccio essere, genero, creo, e coincide con l’etimo di fertilità, fecondità, e con la parola feto.   

Molti converranno che la scrittura costituisce uno spazio di felicità, pur con i necessari travagli, pentimenti, soprassalti, cedimenti e sconforti che l’accompagnano. Del resto partorire, che costituisce il culmine del processo della fertilità, è associato alla maledizione biblica del dolore.   

Esiste una felicità svincolata dal dolore?   

Secondo la visione dello zen l’illuminazione consiste nell’apertura consapevole degli occhi, trova la sua sorgente nello sguardo attento, per il meditante la felicità è semplicemente il progetto di attenzione al ritmo del respiro.  

Quindi per alcuni la felicità è il qui e ora ? Esiste una felicità relativa? cioè legata ai piccoli avvenimenti della vita, e una felicità assoluta, che scaturisce da una visione illuminata?  

Ma potrebbe esistere anche una felicità inconsapevole? un gatto è felice di essere un gatto? e una quercia? e il mare?  

Altro quesito interessante: esiste la possibilità di una felicità retrodatata? non sapevamo di essere felici…  

Poche cose sono allo stesso tempo così illusorie e reali come le parole. Scrive Giorgio Agamben nel libro Il fuoco e il racconto (ediz. Nottetempo 2014): “Comprendere la nostra dimora nella lingua non significa conoscere il senso delle parole, con tutte le sue ambiguità e tutte le sue sottigliezze. Significa piuttosto accorgersi che ciò che nella lingua è in questione è la vicinanza del Regno, la sua somiglianza col mondo”.  

Questo numero di Versante ripido è una terrazza affacciata su questa parola affascinante e complicata, perché i poeti possano mostrarci i loro sguardi, e incrociare le loro voci nella declinazione delle loro felicità. 

 

        

Emiliano Barbieri, Argentina

 

One thought on “Alcune domande sulla felicità, editoriale di Paolo Polvani ”

  1. E’ molto interessante la tua riflessione, Paolo. Mi ha colpito la ricerca sull’etimologia: se felicità corrisponde a un atto creativo, probabilmente la felicità si realizza in un’azione piena di compimento che non ci permette neppure di fermarci a pensare se in quel periodo di tempo siamo felici. E’ quel tipo di vita che Nietzsche chiama ascendente e che ci vede talmente impegnati in ciò che stiamo facendo che neppure siamo presenti a noi stessi. Se qualcuno ci chiama col nostro nome, in quel momento neppure rispondiamo. E’ un’ebbrezza in cui sono indistinguibili mente e corpo e la poesia si crea altrettanto con la carne che con l’idea. Scrivendo ci strappiamo i vestiti e ci denudiamo Quando alla fine ci ritraiamo soddisfatti, rimane quel feto di parole che ha bisogno di gestazione e di protezione per entrare in comunicazione con il mondo. Il paradosso è che una buona riuscita può anche riguardare argomenti dolorosi come il naufragio del mondo. Dostojevski sarà stato felice dopo aver scritto “Delitto e castigo”? Forse la felicità corrisponde alla realizzazione di un proprio senso interiore, di una missione identificata e scoperta che trascende la semplice effimera gioia e diventa passione.

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