Anamorfiche di Danilo Mandolini, recensione di Virginia Farina

Anamorfiche di Danilo Mandolini, Arcipelago Itaca, 2018. Recensione di Virginia Farina.

 

       

 

Anamorfiche”, di Danilo Mandolini, è un’opera che ha corpo, che prima o accanto alle parole di cui si compone come raccolta di poesie, è forma che comunica e chiede al lettore di farsi osservatore attento e partecipe del suo svilupparsi pagina dopo pagina. Già il suo formato chiede un piccolo capovolgimento, passando dalla verticale dei libri letterari all’orizzontale dei libri fotografici. Si crea così una diversa relazione tra le pagine in cui parola e immagine procedono per due sequenze parallele che si intersecano e a volte si rafforzano vicendevolmente pur senza mai perdere la reciproca autonomia. La scelta di accompagnare i versi alle nove immagini della serie “Cuttings”, sempre realizzati dall’autore, è una scelta non scontata, sebbene sia sempre più frequente nel consumo virtuale della poesia, nei blog e nei vari social nei quelli oggi circola e prolifica, vedere accompagnarsi immagini e parole. Le fotografie che qui intercalano le varie sezioni del libro, non hanno nulla di didascalico. Si sviluppano come una parallela ricerca di significato, che interroga il mondo avvicinando alle sue superfici il punto di vista in modo vertiginoso. Sono inquadrature, ritagli, che risignificano ciò che l’occhio troppo spesso coglie in maniera fugace, come a svelare le infinite possibilità del reale e delle sue materie.

Questa infinità di possibilità e significazioni sembra essere anche il motivo profondo che accompagna la scrittura di Danilo, immediata e al tempo stesso complessa nella stratificazione della sua organizzazione in sezioni che si fanno eco l’un l’altra e si insubordinano come periodi di una frase. Anche le parole ci chiedono fin dall’inizio di prendere coscienza del nostro punto di vista. “Anamorfiche”, come l’autore esplicita nella sua nota alla fine del testo, è quel termine che nelle arti figurative denota uno stratagemma compositivo per cui una scena non viene rappresentata secondo la classica prospettiva frontale, ma in modo che solo spostandosi di lato si possa avere la visione corretta. L’autore sembra qui volerci invitare a spostarci di lato rispetto a ciò che già crediamo conoscere, almeno quel tanto che basta a ritrovare lo spazio per interrogarci sul reale, su ciò che nel nostro feroce e pervasivo quotidiano (“Tutto è solo una città”) sembra essere definitivamente dato. I versi diventano così piani come la prosa, e si riempiono di frammenti di realtà, della più banale, come quella apparentemente antipoetica dei grandi supermercati che tutti inevitabilmente, ineluttabilmente, abitiamo. Ecco il volantino di “EXPERT, gli esperti siamo noi”, che diventa oggetto piegato con cura, che ha una storia e mani prima delle nostre e che ci chiede di essere visto e interrogato, come il mondo senza fine degli oggetti della LIDL o il regno di EURONICS. I versi di Danilo sono a tratti provocazioni, inviti perentori, ad ampliare la nostra coscienza, in una psichedelia che non ha più nulla dell’ubriacatura degli anni Sessanta e Settanta, diventata ora lucida e concreta. Sensibile, perché fondata su ciò che ancora il nostro corpo e i nostri sensi possono cogliere del mondo. In particolare Danilo ci invita ad usare l’udito per ritrovare i suoni, i rumori, le voci e i silenzi che sono il tessuto stesso della poesia, nell’aspirazione a conoscere a “a fondo, fino in fondo, / l’essenza ultima e vera/ d’ogni stupore. // Dove dimora, dove si sofferma, // verso dove, o chi, o cosa / si muove, l’eco che fa – / se ne fa, se s’ascolta – / dileguandosi. // (che pace, però, / qui) /

C’è ancora spazio per lo stupore, effimero, fugace, eppure conoscibile attraverso l’eco che rimanda. C’è ancora la possibilità di sorprendere l’esistere “nel gesto silenzioso della mano”. E ancora possiamo scoprirci mentre “varchiamo la soglia del mondo / e nel mondo entriamo, così, tutti, / sempre più circospetti / sempre più piano.” Mano a mano che il libro si compone si aprono possibilità come scarti, aperture nel vuoto, fino al tentativo di dialogare con il Sacro incontrato in una “Crocivia” che alterna ai versi dell’autore le stazioni della Via Crucis presieduta da Papa Francesco nel 2018.
Questi versi, che si dichiarano blasfemi, hanno l’impeto e l’urgenza di preghiere, invocazioni a un Dio silenzioso al quale viene chiesta l’amnesia, l’assenza per poter “pronunciare, adesso, frasi / che non riusciamo a pronunciare da tempo immemore”. Al quale viene urlato l’interrogativo di esistenza, di resistenza, di persistenza perché “meglio invocarti, allora, meglio implorarti che continuare a disquisire / con te su questo o su quello”.

La conclusione della raccolta è una sezione breve ed intensissima in cui si alternano tre modalità di scrittura: un corsivo di introduzione, una breve scena in prosa e una poesia. Qui è l’esistere della luce, o la luce dell’esistere, che vengono invocati, con pennellate leggere eppure potenti. “Appena venuti al mondo – dopo la prima e rumorosa (e indispensabile) afflizione di rito – si incontra una luce che, senza sapere perché, sembra irresistibilmente affabile, nostra, umana… […]”
Una sacralità minima, essenziale, che accompagna la nascita, il vivere e insieme al vivere “il maglio della morte / il meglio della morte.”

Eccoci finalmente nudi, ridotti a ciò che sempre e comunque siamo: umani, esposti alla vita.
Di lato a tutte le complessità, alle infinite verità del nostro tempo è forse possibile cercare una visione anamorfica che ci permetta ancora di dire il nostro essere al mondo. O il suo eco in forma di parola.

 

è così che vanno le cose;
è così che le cose
a volte ritornano –
Il risveglio è l’avvio
d’una più complessa composizione
di suoni differenti
che solcando il giorno,
in un incontenibile crescendo
di mormorii e grida,
rimandano come lo stesso,
a tratti variabile,
all’inizio indistinto e
al fine clamoroso
(fatale)
fragore.

***

[aspiro a conoscere a fondo,
fino in fondo,
l’essenza ultima e vera
d’ogni stupore.

Dove dimora, dove si sofferma,
verso dove, o chi, o cosa
si muove, l’eco che fa –
se ne fa, se s’ascolta –

dileguandosi.
(che pace, però,
qui)]

***

Promo

L’uomo che nello zaino porta
i volantini colorati
non è mai
per più giorni lo stesso.
A volte
Lo vedo arrivare,
a volte lo incontro,
a volte –
soltanto quelle volte –
lo guardo negli occhi.

Stamattina ha soffiato un vento
dilatato e forte.

I volantini, ora,
sono sparsi nella via, sono
abbandonati, stracciati al suolo.
Si sa che vengono lasciati
Gli stessi per tutti ma,
adesso –
è un dato di fatto -,
non distinguo più i miei
da quelli degli altri.

 

 

 

in apertura Emiliano Barbieri, Argentina

 

 

 

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