Ancora una volta di Cosimo Russo, recensione di Annalucia Cudazzo

Ancora una volta di Cosimo Russo, Manni ed., 2019, recensione di Annalucia Cudazzo: la poesia della luce.

   

    

Dice lo specchio:
come vuoi essere specchio
se non sai dare altro che la tua immagine?

Dicono le cose: cerca d’esser te stesso
senza di noi.
Risparmiaci il tuo amore.
Io fuggo da ogni cosa delicatamente.
Provo a esser solo. Trovo
la morte e la paura.

Nelle ultime due strofe del componimento Canzone semplice dell’esser se stessi, tratta dall’opera Metamor di Vittorio Bodini (V. Bodini, Tutte le poesie, a cura di O. Macrì, Nardò, Besa, 2010, pp. 153-154), il poeta, intento a cercare se stesso, prova a riconoscersi e a identificarsi nei diversi elementi della realtà fino a quando lo specchio gli dice che non potrà essere mai come lui poiché  incapace di portare avanti un processo di metamorfosi che lo avvicini alla realtà circostante. Per questo, egli si trova, completamente da solo, a fare i conti con le sue paure, in modo particolare la paura della fine, della morte. Nelle parole di Ancora una volta (San Cesario di Lecce, Manni, 2019), Cosimo Russo ci consegna un’immagine che appare il risultato opposto di ciò che scrive Bodini; in modo particolare nel componimento Mi ha colpito la terra (pp. 32-33):

mi sono perso nello specchio
delle rassomiglianze, perché ciò che
si somiglia non si estingue.

Ebbene, Cosimo Russo, al contrario di Bodini, va oltre la sua unica immagine riflessa, infatti, desidera e si impegna a cercare le somiglianze con tutto ciò che lo circonda, cerca i tratti in comune con il resto del mondo, proprio con la consapevolezza che “ciò che / si somiglia non si estingue” e che dunque si sconfigge la morte e, di conseguenza, la paura della stessa morte che non diviene più una preoccupazione. Bodini e Russo dicono la stessa cosa: bisogna riconoscersi nel mondo attorno perché altrimenti ci si trova faccia a faccia con la fine; ma l’atteggiamento dei due poeti è profondamente diverso: Bodini non ci riesce, rimane solo; Cosimo Russo, invece, abbraccia l’esistenza che diviene così eterna. Infatti, in un altro componimento della raccolta il poeta si domanda come si comporterebbe se improvvisamente si trovasse in un corpo completamente diverso e con un’anima in trasformazione: probabilmente non sarebbe perturbato dal non riconoscere i suoi occhi, forse sarebbe compiaciuto nel sentire di avere come una nuova, una seconda, opportunità.
D’altronde nelle poesie di Ancora una volta, si nota la ricerca di Cosimo Russo di appropriarsi della sua identità e, con essa, del suo destino, del quale comprendere un senso che potrebbe anche non essere così scontato come ci si immagina. Il poeta, infatti, è ben consapevole che l’umanità è soggetta, per non dire schiava, delle leggi della casualità, di un caos labirintico in cui ci troviamo a trascorrere un tempo dal quale non possiamo sfuggire. Nonostante questa presa di coscienza, l’uomo che Russo rappresenta è un uomo che, proprio perché consapevole di questi limiti esistenziali, non vuole fermarsi alle apparenze, vuole superare la superficie della realtà e cerca di sfuggire alle rigide regole dell’universo. Nella poesia di Cosimo Russo, infatti, si avverte subito un anelito di infinito cui si aspira a ogni costo, pur sapendo che questo collide con la natura umana e che, pertanto, provoca inevitabilmente profonda sofferenza: «la malattia di cui / soffriamo è l’infinito» scrive il poeta (p. 9). L’insoddisfazione causata dalla finitudine è sicuramente, dal punto di vista psicologico, uno dei tratti caratterizzanti dell’uomo romantico e l’ansia dell’infinito, il cui fascino sublime sta proprio nel fatto di non poter essere mai soddisfatta, si configura come un tentato viaggio verso l’altrove, verso un’altra dimensione che rompa gli angusti confini di questa realtà e che si opponga soprattutto al breve arco cronologico della nostra esistenza. Attraverso la creazione artistica, in molti hanno provato a ribellarsi a questa rigidità, penso ovviamente a Leopardi o a Baudelaire con il suo componimento Elevation; ma soprattutto, l’atteggiamento di Cosimo Russo mi ha evocato alla mente due versi del poeta di Lucugnano, Girolamo Comi, in cui descrive il suo sguardo «ora ingordo ora smarrito / che nel finito adora l’infinito» (G. Comi, Poesie, a cura di A. L. Giannone e S. Giorgino, Neviano, Musicaos, 2019, p. 160). Lo sguardo di Cosimo Russo è, pertanto, simile allo sguardo di Girolamo Comi.
Tale sentimento panico e cosmico non è l’unico elemento in comune con Comi, non è l’unico insegnamento che il giovane Mimmo lettore apprende dal letterato, dal maestro, di Lucugnano: assieme all’infinito, come accennavamo anche prima, un elemento ricorrente in Ancora una volta è la completa destoricizzazione del tempo umano per anelare a un’infinità spaziale. Un dialettico confronto fra tempo limitato ed eternità, infatti, percorre l’intera trama poetica di Cosimo Russo, un tira e molla fra un tempo inesorabile che scandisce gli attimi della nostra esistenza e il presentimento speranzoso di essere eterni. Molto si gioca proprio su questo binomio: mortalità e immortalità. «Ma, io e te, mi hanno detto / che non moriamo» si legge in un componimento, «dunque siamo qui, in questo / paradiso terrestre, per sempre» (p. 19), perché non c’è differenza fra la vita terrena e la vita che sicuramente continuerà dopo la morte, infatti Russo scrive che chiudendo o aprendo gli occhi è la stessa cosa, perché il poeta ha il «presentimento di essere immortale» (p. 59). Eppure, in altri componimenti, il poeta dice l’esatto opposto, sottolinea il suo essere mortale, anzi, per di più, egli sente che, paradossalmente, la morte è dietro l’angolo per coloro che sono troppo tenacemente attaccati alla vita.
Cosimo Russo è il poeta dell’ineluttabile: in alcune delle sue poesie c’è come il presentimento di qualcosa di irrimediabile che sta per accadere; è come se lo scrittore sentisse il fiato sul collo da parte di qualche pericolo che è alle sue spalle, pronto a tendergli un agguato. «A volte ho camminato, / sapendo che non dura» scrive Mimmo, dando l’idea di avvertire una fine imminente e questo accade perché, purtroppo, «la tragedia insegue / chi non è fermo» (p. 17). Ed ecco che emerge un altro tema centrale: il movimento vitalistico contro l’immobilità. Infatti, chi vive immobile, senza eccessiva curiositas che lo mette in movimento, abbandonato e abituato alla sua routine, può vivere addirittura un secolo, un arco di tempo che a chi è sempre immerso nella vita pare non essere concesso. Viene subito alla mente il personaggio di Caterina di cui scrive il poeta, in Restiamo fermi, in contemplazione, che trascorre tutta la sua esistenza seduta sull’uscio di casa a vedere scorrere sotto i suoi occhi la vita, immobile, senza rischiare di essere avvolta nella categoria delle «infinite possibilità del possibile» (pp. 9-11), dove tutto può accadere.
In tutte le poesie di Ancora una volta Cosimo Russo dimostra il suo attaccamento estremo, totale, alla vita, che si rivela nel desiderio continuo, nel diritto di desiderare che altro non è che un’aspirazione sempre all’infinito, ad andare oltre a ciò che si è e che si ha: è anche un desiderio di conoscenza, di esplorazione della realtà, un desiderio di approdare alle verità dell’esistenza. Anche la vista di alcune farfalle, ad esempio, suscita nella mente dello scrittore la brama di andare e di visitare i luoghi in cui gli insetti si sono recati, ma dove lui ancora no. In Cosimo Russo c’è un’adesione alla vita che non viene mai messa in discussione, anzi si cerca di amarla il più possibile, in maniera così spassionata da vivere troppo intensamente fino a essere schiacciati dalla troppa esistenza, fino a esplodere fragorosamente di esistenza, fino a che il cuore non può che scoppiare incapace di sorreggere a tutta quella vitalità, completamente ubriaco di tutta la bellezza del mondo: «mi ingrasso ogni giorno di / più di esistenza: / finirò per morirci» si legge in Ancora una volta (p. 23).
Questa raccolta ha una doppia anima; Cosimo Russo aveva due anime che si intrecciavano fino a fondersi perfettamente fra loro: la lirica e la filosofica. Il respiro filosofico di questo poeta è profondo, in quanto egli pone al centro dell’attenzione diverse tematiche esistenziali e i filosofi stessi spesso fanno capolino nei suoi versi: non solo il tempo e la difficile ricerca del proprio io, ma anche la lotta fra razionale e irrazionale, il relativismo, lo scavo profondo nel pensiero, il contrasto fra mondo fenomenico e mondo delle idee, il binomio volontà-potenza, la dualità fra la materia/la carne e lo spirito, in continua ricerca di un compromesso. A questa sfera, in modo particolare al contrasto fede-religione, si legano le domande e le riflessioni sull’esistenza o inesistenza di Dio, di un demiurgo che deve aver dato vita alle nostre esistenze, un dio che si diverte a giocare «a nascondino» (p. 20), un Dio a lungo ignorato, non venerato, ma di cui si avverte un desiderio sempre più forte e sincero, un desiderio di fede, il miracolo di far parte del «gregge di Dio», sentire sul suo animo una sua carezza, ma la realtà lo fa tristemente scontrare con il suo «urlo solitario» (p. 40) e gli concede di accorgersi sempre di più della distanza fra gli uomini e Dio.[1]
Cosimo Russo è il poeta del pensiero, un pensiero che per essere alleggerito deve essere scaricato su carta, attraverso un sentito processo catartico, di liberazione dalle angosce. Russo è il poeta del «pensare credere e sentire» (p. 27), è il poeta che attraversa i suoi ricordi, che rievoca amicizie e amori, che fa convivere nella sua anima un adulto e un bambino, che sa prestare attenzione ai particolari, che ama spassionatamente ogni momento dell’esistenza, che sa trovare il bello e l’inedito anche nelle banalità della vita quotidiana.

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[1] Accolgo la richiesta di Luigina Paradiso, curatrice della raccolta Ancora una volta, di mettere in evidenza eventuali collegamenti tra la poesia di Cosimo Russo e quella di Claudia Ruggeri, che egli aveva letto e molto apprezzato. Preciso immediatamente che i due stili sono completamente differenti, infatti, è lo stesso autore che in un componimento dichiara espressamente di non sapere né voler scrivere «poesie oscure» per intrattenere i filologi (p. 55), ponendosi in una posizione diametralmente opposta rispetto ai versi barocchi e criptici di Claudia Ruggeri, cui comunque, come a molti altri scrittori, fra cui soprattutto Stefano Coppola, Cosimo Russo è debitore, dimostrando la sua capacità di riprendere elementi e rielaborarli, instaurando una sorta di dialogo con chi l’ha preceduto. Sicuramente il tormentato rapporto con Dio è uno degli elementi che può accomunare Russo e Ruggeri, nei cui primi testi abbiamo un dio epicureo che non si cura degli uomini, che la poetessa cerca sempre ma che appare sordo alle sue preghiere. Due riflessioni di Russo sono vicine al pensiero della Ruggeri: la prima è di natura psicologica e filosofica, se vogliamo, ossia la dicotomia caos e ordine, la ricerca dell’ordine che si scontra con il fascino del caos; la seconda riguarda il tema del vuoto, centrale nel pensiero della poetessa che è convinta che la creazione artistica scaturisca dalla paura di un senso di vuoto presente negli uomini e quindi si dà vita alla scrittura e all’arte in genere per sottrarre la vita dal nulla. E anche Cosimo Russo abbraccia pienamente questo concetto, affermando infatti che il motivo per cui scriveva poesie è per difendersi dal nulla. Inoltre, un verso di un componimento di Ancora una volta non lascia dubbi sulla lettura attenta che Russo fece delle opere della Ruggeri: si legge, infatti, in un passo l’espressione «animale senza coda» (p. 33), che nella poetessa leccese è una parafrasi per indicare l’uomo, come si legge nel secondo componimento di )e pagine del travaso (C. Ruggeri, Poesie. inferno minore. )e pagine del travaso, a cura di A. Cudazzo, Neviano, Musicaos, 2018, p. 43).

    

in apertura Ksenja Laginja, Il nastro di Sanchez, frame

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