Il racconto del mese: “Kid” di Cristina Annino

Kid

racconto di Cristina Annino

                   

Fin da bambino ho sempre dovuto insegnare qualcosa a mia madre. Con la sensazione, ogni volta che la portavo ad essere differente da quel che era, di allontanarla dalla morte. Ingoiavo io qualche pezzettino di quella dandole in cambio una parte viva del mio corpo. Siamo pertanto giunti a un rapporto quasi eroico che però non ha niente a che vedere con l’amore spontaneo o con la riconoscenza. E’ qualcosa di più: il mio IO spropositato ha bisogno di una sua spropositata fragilità perché di questa campa, anche consumandosi.

-Sai qual’è il vero senso della letteratura?-  le faccio domande di questo tipo; in tal modo mi addestro. Lei continua a mangiare ma pensa. Pensa anche di avere un figlio strano, le cui ampiezze mentali vanno e vengono all’improvviso. Come nell’imbecillità, che è lo stato originale prima dell’organizzazione. Insisto:

-Finché, per esempio, stimerai un grande architetto, cantante ecc, qualunque fenomeno che ti sembri sul serio un fenomeno, non farai grande letteratura. Devi spellarlo vivo per guardargli bene le bucce e quando gli avrai trovato il punto debole sarai sulla buona strada. Ogni grande talento è un bravo scassinatore. Il più abile scassinatore delle proprietà altrui è il più grande artista.

-Vuoi dire che “questo” è il tuo metodo?-

Chiede o riflette, ma va bene: la mezza misura addestra. Devo solo stare attento che non arrivi alle conclusioni da sola. Quelle, deve impararle da me.

-No, intendo dire che questo è il metodo migliore…

Poi insisto, calcolatamente noioso:

-Il Metodo è ogni metodo degli altri. Qualsiasi attività altrui è la tua professione. La letteratura è ciò che sanno fare gli altri, ma tu devi farlo meglio di loro perché sorvegli tutto e contemporaneamente.

-Mah, a me pare un modo d’essere invidiosi!

Spesso fraintende, però così posso andare avanti.

-Non potrei mica essere invidioso di un’ape, che c’entra. Eppure mi interessa anche il metodo delle api. L’invidia non è solo cattiva, cavolo!

Non c’è da meravigliarsi se non regge il mio ritmo. Smette d’ascoltare, nel suo solito stile, stile solo suo perché lei non ruba niente. Sposta il discorso su qualcosa di personale, mettiamo la collana che ha al collo. Dice, parlando di sé:

-Povero tesorino, tutti i gioielli me li son dovuti comprare io, coi miei risparmi. Mai un regalo, neppure quand’ero bambina. Il primo anellino me lo feci con una campanella da tende. Mi faccio tanta tenerezza…

Come no! Lei è l’unico fenomeno che faccia saltare  i muri di casa, con la sua irrazionalità. E io che amo la logica, ammetto che i muri saltino, pur di renderle omaggio. Non perché sono suo figlio, non basta. E’ qualcosa che ha a che fare con la letteratura. Devo inseguirla perché possiede quel che non ho. Ha vitalità mentre io ho solo frenesia. Devo imparare. Lei parla persino coi tappeti, dal grande ottimismo che possiede; io dovrei vivere nel Tibet almeno dieci anni prima di riuscirci. Non so cosa la faccia agire e pensare in questo modo. Devo allora tenere alta la guardia, non perderla di vista e allo stesso tempo guardarmi le spalle, perché lei è il mio compare.

-Finirò con l’essere mediocre quanto te, se non la smetti coi tuoi anellini!

Le grido mentre termino la frutta; un po’ di vino mi va di traverso. Cerco di mantenermi calmo ma ancora non ho lo stile giusto. Quello di Hendry Jones, per intenderci. Dovrò impossessarmi di quel tono medio indifferente a cui non tremano mai le mani o la voce, anche quando pensa “la mia vita è andata”. E poi si gira (Hendry nel film), e questo potrebbe già finire su quelle sue dita ferme. Tipi così hanno il dono dell’ovvio. Come mia madre. L’ovvio alla grande. Ogni mistero fonda qui la propria vitalità: nel piccolo sta il grande, mentre non è sempre vero il contrario. Quello che dico, Hendry detto il Kid, certo lo sapeva fin da bambino. Solo per questo poté rispondere “e con ciò?”, alla fine della sua storia su questa terra. Tre parole così, dette a un certo punto, valgono un treno di neologismi. C’è bisogno di modi; soprattutto questi, fanno letteratura.

-Sta tranquillo, ho capito!- mia madre sorride. Poi respira profondamente perché ha il cuore debole. Potrei sentire il suo respiro da tre metri di distanza, come una sveglia dentro un cassetto “ce ne stiamo andando, Kid” allora penso.

Oggi comunque il ragno è stato affar suo. Nero, grosso, con una schiena ad attico. Quando l’ho colpito col piede, gli ho solo spolverato le spalle; è corso via ridotto a metà. Mia madre invece l’ha preso in pieno:

-Era una femmina- ha spiegato- sopra portava le uova.

-Che schifo!

-A te fa schifo tutto, anche la natura. E’ per questo che mi chiami col nome di battesimo.

-Mi viene naturale, che c’entra- le ho risposto quasi con meraviglia.

Che c’entrava, metter di mezzo sempre la biografia. Ma lei fa così, è il suo stile; siamo due compari. Ho pensato meglio non approfondire, queste cose non servono a niente, né a vivere né a scrivere.

Ma mi aveva colpito. Come un ebete nel mio studio continuavo a ripetere “mi viene naturale, ecco tutto, che c’entra”. Anche chiamare i miei libri preferiti col nome dell’autore, il titolo me lo scordo, ma non Dylan o Henry; il titolo non conta. Anche in loro cerco le persone perché cerco un segreto, come in mia madre. Anche quando guardo le nuvole tacchino. Non contano un accidenti le nuvole, ma sì il fatto di vederci dei tacchini. E’ il mio modo di guardare le cose, che conta. E questo ce l’avrò sempre, anche se le nuvole, in tutta la mia vita, non torneranno più ad essere come sono in questo momento.

      

Paolo Figar, Gruppo di figure nella sala

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