Arbeit macht frei di Alba Gnazi

Trilogia ‘Arbeit macht frei – il lavoro rende liberi’ di Alba Gnazi.

  

moto__e_alba_033Sono Alba Gnazi, nata il 26 ottobre 1974 in provincia di Roma. Fin da ragazzina per me le parole sono una chiave e un ponte, un codice privilegiato e misterioso, un canto: leggo da quando ne ho memoria. Cresciuta con la narrativa italiana e americana, con le prose omeriche e i classici per ragazzi, da adolescente incappo nella Poesia di Montale: esperienza totale e definitiva, che si fa esplosiva quando mi imbatto, un po’ più in là, in T.S. Eliot. Ho pubblicato un breve libro di narrativa nel 2010, ho partecipato, e qualche volta anche vinto, a concorsi di Poesia e di racconti di genere vario. Ho scritto delle recensioni per alcune riviste letterarie e musicali e collaborato all’organizzazione di eventi culturali.


***

Trilogia  ‘Arbeit macht frei – il lavoro rende liberi’

 

Parte 1 – Ieri

( In viaggio)

 

Oltre la linea di confine

 

Nessun posto in cui rifugiarsi

Nessun posto in cui scappare

Nessun posto

Nessuno

Dove fermarsi e riposare.

Muri che crollano, secoli di

Raziocinio s’involvono

E nella testa si rinserrano.

I binari qui scorrono

Come dita nella neve

Io non so

Io non so se

Questi muri in sfacelo

Questo niente ove scappare

Daranno mai una risposta

All’incessante brulichio del Male.

Stelle livide penzolano

Dal fluttuare delle mie ciglia

Canuto il tempo, sparuto lo

Sguardo dell’uomo che

Col ginocchio nella mia pancia s’impiglia.

Il suo niente

È il mio tutto e

Mi preserva dal pensare che

Tutti i libri che ho vissuto

Tutte le anime che ho scrutato

Tutte le lingue che ho parlato

Tutto il pane che ho assaporato

Non mi hanno insegnato

A guardare oltre il buco

Della frontiera e scorgere,

un passo più in là,

la Speranza in una manna che stavolta

non colerà.

Son nella terra che non corre, che

Il Giudizio a un palo nudo ha appeso.

Affastellato su assiti

Spisciati, lordi d’uomo

Impetro al ragliare della bestia di metallo

Che stantuffa, nel frenare

Non mi sporgo

Non m’affaccio

Non ho più corpo, non ho più forza, non ho

( … )

Mani di bestia m’arraffano

Voci e urli di bestia mi percuotono

Non ho più forza, non ho più corpo, io sono

Il muro i libri le anime il pane la neve

(La neve)

Io sono

L’oblio

Io sono

(Di neve)

Nessun posto in cui scappare

Nessun luogo in cui andare

‘ARBEIT MACHT FREI ‘

Io sono qui

Ma voi

Voi

Non mi potete trovare.

 CHILDREN WHO SURVIVED AUSCHWITZ CONCENTRATION CAMP AFTER LIBERATION

Parte 2 – Ieri

(Dentro)

 

Paura del Buio?

Non avere

Paura del Buio

Non temere

Quel freddo che

Scatena orge di brividi

Tra le scapole, oppure

In fondo alle ginocchia, dove

Catene glabre di ossa

T’ancorano ancora all’ora che batte.

Al mio cranio, fratello, appoggia la tua fronte.

Genuflessi sull’urna massiccia

Dell’umido livore dell’alba

Il mio umore è appeso

Agli umori del tuo intestino, del tuo

Corpo  freddo

Che

Imbalsama l’aria già fetida addosso.

Respiri?

Le nocche ruvide dei tuoi palmi

Scarificano il mio ventre.

In questo plumbeo mattutino nitore

Il tuo essere uomo

Sono le cifre blu

Del tuo avambraccio.

A memoria so il tuo numero,

Il tuo nome è uno

Zero

Tra i peli e la pelle.

E stretti, ignoti a noi, in questo

Rettangolo ch’è letto, casa

per te ora anche

Sudario

Nell’alba cagna che infilza

Putrescenti sconfitte su

Baionette da altri lordate

Il camino già celebra

Profezie di Delirio.

Ti scosto, morto dentro io,

Liofilizzato da ore tu.

Ti assieperanno sulla montagna gelatinosa

Da altri come te composta.

Nuove e già note nocche

Gratteranno stasera la mia pelle.

Dovrò imparare un altro numero.

 Bomba_atomica_Nagasaki

Parte 3 – Oggi

( Fuori)

 

Mille millenni a partire da me

Scandisco un tempo non mio

Uomo che nella pozzanghera si specchia

E mai Narciso più sgomento fu

Nel riconoscersi :

Eccomi,

Distinto e canuto,

d’un montone fuori moda rivestito.

Assesto guanti di lana su

Dita rachitiche che a fatica piego

Grato e disperato di

Far parte d’una tribù di vecchi

Arenati agli albori del Millennio.

Carnai di memorie ululano

Nell’oscurità che a Morfeo non soggiace

Ore spurie di riposo, dissanguate dal

Consueto inutile vegliare.

E voci e volti e versi e verbi

Volteggiano inverecondi, in me

Eternamente fecondi,

Mai morti nel vento che

Da Est

Pur li reca alle sponde

Del mio soffice strame;

E in un attimo …

Il treno, la neve, i camini, le assi,

il risonare cupo dei passi

il piscio, lo sterco, la fame il

Cartello

che dall’alto sbeffeggia

di qualche dio lontano

il terrestre gioiello profano.

Di fede e virtù ho fatto ciarpame

E l’innocenza ho tumulato per

Votarmi a un cinismo che

Del cuore difende il rottame.

Prude sulla pelle l’aberrante marchio ciano

Di ringhiante indifferenza scotta il gelo

Spettrali ore prone che non conto su una mano

Nella neve non m’accascio: sono acqua, foglia, cielo.

Mi riscuoto, allungo il passo,

Sospiro piano.

Settant’anni di futuro

Non hanno soffocato

Il rantolo tremendo

Dell’uncinato delirio,

del contumace peccato.

Il lavoro non rende liberi

Se

Alla terra allinea l’uomo

Se

Con fregi e caste

Traccia i confini

Se

Di corpi nudi e anime insultate

Il pegno vuole pagato

Il sacrificio vuole celebrato.

Il passo cederò

A chi potrà estirpare

Della gramigna fetida

Il fardello del male:

A te, bambina, che m’ascolti e

Non sorridi,

che dietro a unghie laccate

macerie d’infanzia e grigi d’adulta rechi.

Mangia pane bianco

Bevi poco vino.

La Storia e la Politica sono

Le puttane di bastardi che

Decapitano la Scelta di incunearsi

Senza catene e falsi dogmi

Al proprio ideale destino.

Historia magistra Vitae?

Arbeit Macht Frei?

< Buona notte, nonno,

il sonnifero è sul comodino.>

Dormiente, mi desterò

Ove i gomitoli del cielo

S’intrecciano in strade dorate;

Infinita Musica

Del  calvario reietto e demente

Ogni ricordo scardinerà.

Non più corpo, né più

Numero sarò.

Chiamerò :– Madre,-

Mi risponderà: – Libertà.-

partigiane_4

5 thoughts on “Arbeit macht frei di Alba Gnazi”

  1. Il viaggio, la reclusione, il ricordo, di chi ha avuto la fortuna di riviverlo. Ma tu scandisci in prima persona un tempo non tuo, Loro non ti vedono, ma tu sei lì, con loro, con chi è ridotto ad essere un numero, non più un uomo. Sei lì con la tua pietà , con i tuoi versi che raccontano dolorosamente il dramma di chi ricorda ancora , dopo settant’ anni di futuro “l’ uncinato delirio”. Rmangono le domande, senza risposta : Historia magistra vitae? . E’ bene non dimenticare. Molto brava, Alba. Complimenti.

  2. Alba, sei bravissima. I tuoi versi sono colmi di quella drammaticità, tutta al femminile, lontana da qualsiasi posa che scaturisce da un dolore autentico , tutto intriore e in questo caso per i misfatti che la Storia ” puttana”, come ogni forma di politica da sempre riproduce. Grazie.

    1. Grazie, cara Nunzia. Ci sono questioni, come quella dell’Olocausto, su cui indago leggo studio da sempre, e su cui necessito di riflettere, per cui – inutilmente, scioccamente – cerco di trovare una spiegazione che vada oltre le fortuità del caso, l’ignominia e l’omertà balorde di tanti, le fallaci contingenze geografiche o antropologiche, le supposte follie o cecità collettive, le pseudofilosofie o correnti di pensiero che soggiacciono, quale scusante provvisoria e ambiziosa, a quello che, secondo me, altro non è che un lucido e pianificato progetto di annientamento avulso da qualsiasi razionalità. La storia non m’aiuta, la politica men che meno. Quegli squarci restano. Ti abbraccio.

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