Autism spectrum di Patrizia Sardisco, recensione di Giuseppina di Leo

Autism spectrum di Patrizia Sardisco, Arcipelago Itaca ed., 2019, recensione di Giuseppina Di Leo: verso nessuna stella.

         

    

In Autism spectrum di Patrizia Sardisco emerge con forza il senso di un messaggio rivolto a chi vive nella marginalità e avverte un crollo dentro di sé. In questo scenario, ad essere additati sono gli stereotipi mentali del conformismo di cui la singolarità resta vittima impotente.

La parola spectrum, presente nel titolo, ci ricorda Derrida quando dice che «la scrittura è impensabile senza la rimozione»; tanto più che in questa silloge sono individuabili numerosi temi cari ai poeti come, in primo luogo, «l’urgenza dell’interrogazione, l’enigma perenne di ciò che sfugge a ogni controllo razionale», come perfettamente rileva Anna Maria Curci nella sua postfazione.

Quello di Patrizia Sardisco è uno sguardo attentissimo rivolto soprattutto a un tu – se figura femminile o maschile qui interessa poco – del quale l’occhio segue attentamente il movimento più impercettibile, come può essere un pensiero visto passare nello sguardo, o uno slancio di volo subito precluso dalle mani («le disprassie fanno il vento contrario/ nelle mani ammainate issate/ contrariate contratte aperte e chiuse». (#3)
Ma vi sono poesie nelle quali a quel “tu” viene prestata la voce che, altrimenti, non avrebbe.

Sono «tenaglie amorose» le mani (#4), «mani ammainate» (#3), «tenaglie» (#5), che mettono a dura prova la placidità della teoria quando essa si scontra con la realtà.
E – Freud insegna – nel gioco del rocchetto, Ernst si accanisce (#5) e ripete ossessivamente «chi è lei: «[…]/getti il rocchetto tiri il tuo filo dici e ripeti/ il tuo fort-da freudiano/ chi è lei [ripeti] chi è lei [ripeti]/ che fa [ripeti] e lei che fa chi è/ chi è lei che fa [ripeti] e ridi e/ ridi ridi e ripeti/». (#7)

I numerosissimi termini specifici usati appartengono alla professione di medico dell’autrice; ma, a ben guardare, il loro riferimento assume un carattere altro, quasi di adiaforia, in quanto non intervengono a dipanare il conflitto di quel “tu” vissuto tra realtà interiore e realtà oggettiva, in un discorso poetico articolato tra piano logico e piano intuitivo.

In una canzone bellissima, Jacques Brel parla di un io rivolto alla ricerca, come dice il titolo («La Quête»), della stella raggiungibile con il sogno soltanto, un sogno impossibile (“Rêver un impossible rêve…”) nel quale il cantautore belga dice di credere, al di là delle effettive capacità e dei limiti umani a cui siamo soggetti.
Il riferimento alla canzone torna utile per sottolineare come, invece, potrebbe darsi anche il contrario. E nella poesia di Patrizia Sardisco ci troviamo, sì, in presenza di una ricerca, ma una ricerca volta a nessuna meta, in una “corsa aspecifica” e «verso nessuna stella». (#6); come «segni di pensiero senza nessuna stele/ nessuna stella» (#14).

Ma, davvero, sarebbe possibile non desiderare? E, in assenza di desiderio, la parola cosa potrebbe esprimere?

Si direbbe che la parola (e, con essa, il desiderio) c’era ma poi non c’è più.
In questo scarto, la ricerca – difficile e dolorosa – sembra voler ritrovare un percorso andato perduto più che intraprenderne uno noto; e non è nemmeno improbabile che il soggetto andando verso “nessuna stella”, nel suo cammino tortuoso si imbatta proprio in una di quelle luminosissime.

Nel percorso, il linguaggio si fa metafora, procede a «spirali faticose», pur di non nominare «la cosa», fino a un «niente» che dice tutto (#20), o a «un refuso di grafite» (#22).

Nei tempi dell’attesa i piani anziché collimare collidono tra loro e il linguaggio resta una barriera insormontabile da superare; lo stacco è nel momento in cui l’attesa trasforma il pensiero in altro da ciò che vorrebbe o avrebbe voluto essere, lo trasforma in rabbia: «sei frammento di lente/ concreta concrezione/ di te stessa e corpo/ in fuga prospettica in un punto/ dal lembo del fantasma dello spettro// e quando neghi te stessa/ per conservarti intera/ per essere qualcuno/ quando dici di te io sono lui» (#30).
E non si tratta di lasciarsi andare o frangersi «come fossi frantume di un oggetto» fino a produrre concrezioni o de-locazioni, perché perfino il proprio Ego ha lasciato il mondo conosciuto per quello meno visibile.

L’equilibrio sposta il proprio asse e nulla rimane al proprio posto, ma la voce non sa adeguarsi e si aggrappa con furia violenta a ciò che può; allora, si prospettano nuovi scenari, inizi di un percorso ancora ignoto e ostico. (#40)
Ritrovare un nuovo equilibrio comporta una infinità di regole e applicazioni il cui risultato sarà quello di adeguarsi a un non-io o, meglio, all’io di chissà chi. La morte di sé, la morte interiore lacera e sconvolge ogni singolo frammento. (#45)

Donarsi resta un azzardo («mi dici un bacio/ la mano che mi cerca/ è ancora pugno ottusa», #46), lasciarsi andare è un rischio troppo grande, il corpo reagisce allo slancio dei sensi verso una « stella ballerina/ di uno spettro di cielo lontanissimo» (#47).

Infine c’è l’agnizione dell’autrice con il proprio Io.
Ma, dopo un simile percorso, in fondo in fondo, cosa resta?
Resta la guerra infinita, come la grande guerra cantata da Ungaretti per il soldato mortogli accanto, restano le macerie. E si resta in trincea: «in fronte/ un fronte/ cunicoli neurali/ devastati:/ ore/ a innescare/ micce…». (#50)

    

#0

lo spettro non traccia nei normografi
senza riga e compasso
china a mano libera
la testa
disdegna
di segnalare non insegna
riconsegna
un lato umano asintotico
a ogni punto

    

#1

cosa non sei cosa non puoi
essere e divenire
per oggettiva documentaria
gnosi rigorosa

tranciante per sottrazione
il limite ti stringe dall’esterno
ti stinge lacciolo negativo in codice
in parola

così irriducibile
riassumi l’eco
dell’afasia del cosmo
che non ti sa ordinare

  

#6

giostra di cani in direzioni raggianti
assedi assenti punti d’equilibrio e
torni per la ripartenza a ridere
del colmo del saturo
del satiro che io non so non scorgo

cosa mi dice essere buio nudo lo stento
più caudale il tuo di un altro più normato
un luogo di sorpresa
di vacanza più ostico
diverso è solo lo sgomento
di risuonare io lo stimolo il riflesso
amorfo e vacuo vagone impermalente
per contratto e per diciotto ore
sapermi io uno dei corti e troppi raggi
contingente nella tua corsa aspecifica
binario transitorio
verso nessuna stella

     

#11

chiedo
è ordine l’arbitrio del simpatico
o aspra prevalenza della spina
_la mente è anche i piedi anche le mani
e il mio corpo apprendista allora è il tuo rocchetto
lanciato fuori dalla culla in equilibrio
ordine che non ti sa sedare
a cenni accenni l’ordine del giorno
mi lanci e poi mi tiri a te in un filo
groviglio del pensiero
e corpo esterno io il rocchetto non rigetto
non ti rifletto torno oggetto vicariante
a te e tu mi getti ancora e ancora
mi allontani corpo poi mi tiri indietro
voce
dichiarata/mente

e serve che io torni piena/mente
nel tuo gioco al contrario
che il tuo loop si irradi di parola
non di passaggi all’atto sola/mente

    

#16

e poesia piovi dirottata
dirotta dirompente
da quel tuo proprio circolo polare
tuo arco sidereo immunitario
a formula simmetrica
d’opaco dendrite cristallino

e nevichi pensiero cirriforme
deflagrato
grato per poco
del tiepido del labbro
della lingua
che non ti sa tenere senza
liquidarti
in prosa
in altra pronunciata cosa

     

#20

lo sguardo delle nuvole
inquiete all’infinito
povere ali d’acqua
elettrica di lampi

alla deriva dei segni
delle polarità degli aghi
mi ascolti con le mani dall’esilio

le mani intermittenti
tra il niente induttivo e un pensiero abusante
il parassita abusivo e urgente e il niente
e il gesto urlante la rottura
l’insipiente l’orrido e il niente
il niente e il niente il niente

     

#33

forse la prova è ignorare
le curve speculari
o fingersi gli effetti deformanti
fingere la distanza la differenza
della tua differenza
non deglutire intere le orde
le ore diluire evitare
sintesi evitare di sistematizzare
di mistificare restare all’ombra
pecora penitente sul portale
ruminare
rimasticare postuma mistica
la lingua artificiale

      

#34

forse la prova è non ignorare
saperle le curve speculari
non fingere le deformazioni
deglutire intere le ombre
non diluire non tagliare
non fare analisi non cedere alla lisi
non risolversi essere
spazio curvo conca di controllo
camera di decompressione
supina opposizione
cala culla novella di novella

     

#35

forse la prova è usare
la periferia retinica
come cercando in cielo
un corpo piccolissimo
e di distante luce
usare una visione laterale
bastoncellare
sperdere nel silenzio i coni
i tuoni conativi
sentire solo i lampi e
farsene spandente
filo conduttore
terra e condensatore

    

#35

forse la prova è usare i guanti
un’altra protezione anti_
taglio contro l’autoinganno
custodirsi in un luogo caldo e asciutto
il mito
di una pedagogia salvifica
di una risanante terapia
reggere la visione intera
la natura il suo peso nell’estremo
obbligarsi a sapere il vincolo della casualità
e la propria indifesa leggerezza
l’impossibilità di dirsi di farsi
umano contrappeso

    

#50                              [in debito a Ungaretti]

in fronte
un fronte
cunicoli neurali
devastati:
ore
a innescare
micce
in anfananti ore a farsi
corpo inducente
e terra e mina e
trincea
nella apnea
nervina
dei significanti
deflagrati

Sardisco
di sostegno
bipolare ti sfiori
sopra i graffi
riflessi d’agnizione

lo spettro
brilla mine
insabbiate
nel tuo illuso fondale

   

in apertura Ksenja Laginja, We are monsters, frame

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