Caia delle valli, racconto di Emidio Montini

Caia delle valli

racconto di Emidio Montini.

   

     Come tutte le cose importanti, entrò di soppiatto nella nostra vita. Eravamo già stati a vederla, la cucciolata di dalmati, in un alleva-mento vicino a Bergamo. Ma non sapevamo quale scegliere, e poi era presto. L’allevatore ci diede appuntamento dopo sei settimane. Giunto il momento, eravamo indecisi quanto prima. Erano tutti là. Tutti uguali e tutti diversi. Tutti in fermento, vedendo degli estranei interessarsi a loro. Tutti rotolanti verso la madre, verso la cuccia. Curiosi ma paurosi. E allora fu lei a scegliere. Lasciandosi alle spalle gli altri, trotterellò verso di noi lungo il vialetto. L’allevatore non ebbe dubbi, e a quel punto nemmeno noi. Dico “lei” perché era una femmina. Durante il viaggio, la sua prima volta in macchina, in grembo a mia moglie, la testa e le calde orecchie penzoloni, vomitò più volte. Un grosso batuffolo con poche macchie, appena accennate. Spaventata ma coraggiosa. Il cuore che le batteva a mille. Io la guardavo di traverso, guidando, e non sapevo che pensarne. Lei mi guardava a sua volta, forse intuendo i miei dubbi, e con degli occhi così languidi, che di colpo mi arresi. E compresi che c’era un nuovo membro in famiglia. Una compagnia durata diciassette anni, una signoria. Diciassette anni passati in un lampo, lei pure figlia del tempo e delle maree: turbolenta e docile, vorace, personalissima sempre, finché il tempo la prese. Lei che sapeva ridere e guaire, irruente da piccola e da adulta, che nel pieno delle forze ci precedeva in montagna facendo due volte la nostra stessa strada: indipendente e al contempo gelosa, un tutt’uno pieno di un’immensa gioia di vivere. Regina dei campi circostanti, ladra dal vicino contadino, sculettante al ritorno da ogni sua scorribanda, e per ciò proprio acquisitrice di perdono. Frequentatrice di sterpi, figlia di campioni ma restia alla monta, nubile per eccesso di pudore, per amore dell’amore: come fosse stato l’atto, per il suo naturale senso estetico, lesivo di bellezza.

     Furono anni lieti, lievi, implacabilmente rapidi. Vecchiezza la colse intatta negli organi ma logora nella struttura. Il bacino non la teneva più. Tappezzammo di morbido lo spazio intorno al divano, perché lei comunque da esso si buttava per scendere, indomita, non rassegnandosi alla sua infermità. Finché non vi fu più nulla da fare. Non farmaci a lenirle il dolore, non speranza in noi d’evitare il passo. Accadde allora uno di quegli episodi che non si dimenticano. Quando ci accolse quel venerdì, dopo giorni e notti di lamenti (quasi invocante una soluzione, in noi fiduciosa come in una coppia di dèi) ci fu chiaro il momento: e la decisione fu presa. Mi appartai per telefonare al veterinario e prendere accordi per l’indomani, vergognoso di fronte a quello che stavo per fare, conscio del tradimento, della ferocia dell’ora. Sia come sia, dopo che ebbi chiuso la comunicazione, lei si mise tranquilla. Non più lamenti, non più inquietudine. Se ne rimase ferma sul divano e passò una notte serena. Al mattino, un accenno di sorriso, un lappare tenero nella ciotola del latte, mentre già il dottore predisponeva il rimedio. Uno sguardo quasi indifferente alla siringa che le avrebbe iniettato sonnifero e curaro insieme, e poi il riposo, il riposo eterno.

PAUL-KLEE (2)

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