Campo lungo di Ivan Fedeli, note di lettura di Luigi Paraboschi

Campo lungo di Ivan Fedeli, Puntoacapo ed. 2014, note di lettura di Luigi Paraboschi.

   

    

Avvicinarsi, anzi meglio sarebbe dire “ accostarsi “, a questa ultima raccolta poetica di Ivan Fedeli, dal titolo mediato dal linguaggio cinematografico, Campo lungo, è un lavoro non semplice  ma non per l’arduità dei testi che hanno il pregio di offrire una lettura piana, aperta alla mente, come sarebbe sempre richiesto alla vera poesia per poterla avvicinare meglio ai lettori, quanto per l’abbondanza  di spunti che queste poesie offrono.

Effettuare stralci dell’intera partitura è impresa facile, nel senso che vi è un numero grandissimo di versi che si prestano ad iniziare un discorso su questo lavoro in poesia per il quale mi auguro si spenderanno parole ben più quotate ed importanti delle mie, frutto di un’ammirazione sconfinata per un lavoro che è fotografia di una realtà con la quale veniamo tutti in contatto quotidiano pur con un vissuto personale lontano logisticamente da quella parte di Milano  che è  presa in osservazione in questo libro.

Sono i  “poveri diavoli fuori sistema“, come l’autore li definisce in apertura, gli attori di quella che sembra essere diventata la tragedia umana del nostro tempo, poveri diavoli che “vanno a scivolare in fondo” i protagonisti delle storie di questo Spoon River di vivi con il quale veniamo in contatto continuamente attraverso incontri, o chiacchiere televisive, oppure che captiamo nei giornali e nelle riviste. Sono i nuovi poveri, come li definiscono i titoli delle inchieste e gli inviati speciali delle Tv, dei servizi volti ad osservare il sociale, coloro per i quali “la pena di vivere è lo scontrino/ che batte la cassiera bionda prima/ del turno di notte“.

Ma non è l’occhio del sociologo quello che osserva questi poveri Cristi, e neppure quello del politico, è solamente un occhio amorevole che fa scrivere:

“vorresti così abbracciarli, tu con loro/ uno dei tanti mentre conti alla  mente/ in fila alla cassa il pacco di pasta/il dentifricio alla menta, i biscotti/all’avena.” 

E’ la com-passione, la con-divisione  che animano i versi di Fedeli, e sono questi sentimenti a spingerlo a definire i suoi personaggi “eroi veri“  … “indomiti/ quando abbracciano un’idea, un valore“,  persone che “non hanno nome se la città avanza/ e li trascina solo una pietà / di quasi vinti“.

Un’umanità composta da tutti noi che siamo di volta in volta “operai in prova, docenti, attenti lavatori di vetri, formichine dell’epoca grigia, mangiati sempre/ nella stessa salsa, allo stesso modo“,  siamo “perdenti posto“  che  “restano/ lì con un gratta e vinci in tasca e il numero/ del cellulare in attesa , ma eppure resistono/ stanno nell’attesa di un futuro a termine“.

Leggere questa raccolta poetica è come rivedere certi film dell’immediato dopo guerra, come “ Miracolo a Milano “ di Vittoria De Sica, perché sono poesie in bianco e nero come certe foto che apparivano sui settimanali di allora come  Luce,    Europeo o Epoca allora appena uscita. Non c’è colore nei versi di Fedeli perché non ci può essere, non serve il colore della parola scoppiettante alla Marinetti, c’è il ripiegarsi sulla quotidianità nella quale il colore è lasciato alla finzione della Tv generalista e non, e non c’è neppure la forza evocativa contenuta nel quadro di Boccioni dal titolo “la città che sale“, no, qui la città avvolge e quasi soffoca i suoi sperduti abitanti.

La parte di città della quale egli ci parla è quella squallidamente famosa per ragioni di gossip mediatico, detta l’Olgettina, un quartiere di Milano Est, ove “tutto accade senza un’orizzonte “, accanto all’ospedale San Raffaele, ove  “l’asfalto è muto “ e “ soltanto la pazienza delle rose resiste “.  E in questa area  abitata da “ vite da niente, gente che non vale “ si manifesta l’amarezza di questo verso nel quale quel “ non vale” che non vuole essere inteso in senso dispregiato sul piano umano, ma vuole essere solamente  riduttivo perché è nel “non-valere” il senso che gran parte del mondo attribuisce a quella maggioranza non ancora emarginata completamente, ma sempre sull’orlo della decadenza, che vive in una “ Milano in ombra “ ,  “ sfidando amianto e lamiere in un silenzio in attesa “  ove “ per rivolta accade la vita “, perché “ è  “ terra di nessuno, adatta forse a un fiore, a solitudini di ombrelli “.

Ma pur non avendo  l’indice puntato contro qualcuno, Ivan Fedeli fa certamente poesia di denuncia sommessa ma chiara, che proviene da un occhio non influenzato da visioni accalorate o politicizzate; egli osserva e guarda e quando giudica lo fa con l’ umanità sofferente di una persona che ama intensamente la vita, come si può estrarre dal testo di questa poesia

L’estate anche qui, accanto ai passi piatti
dei fuori corso di facoltà, mentre
cercano con gli occhi le gonne in volo
delle iscritte a medicina, o sul tram
che si avvicina prima della corsa
di fine tratta, dove il mondo chiude
e il San Raffaele giace sullo sfondo,
come se nell’afa ogni cosa fosse
scritta tra svincoli e rotonde, o lungo
la dorsale che s’immette alla Gobba,
quel giallo cemento dei muri in cui
tirano la briscola dopo l’ora
di pranzo e la canicola confonde
l’osteria e il metrò, il dialetto dei vecchi
e qualche zingaro in cerca di spazio.
Vivere qui immaginando la vita,
mentre un accento bulgaro chiama
e non sai spiegarla. Ma tutto è lì
a portata di mano: la fatica
del vento sulle strade senza sbocco,
le macchine che tagliano il sereno,
il limite indeciso che è Milano.

Le persone che vivono qui sono non sono dei “ caratteristi “ come verrebbe da dire usando un linguaggio cinematografico, bensì sono dei comprimari che “ sognano via Rizzoli “ una Milano  “piena delle loro tende azzurrine/ tutte sbilanciate sul Lambro/ in cerca d’aria “, persone  che “ fanno parole sul niente/ vivono senza nome/ non fanno ipotesi sul mondo/ solo sull’Inter “. Sono uomini e donne semplici,  l’ossatura di un paese silenzioso come la signora Marta di questa poesia

Pensa a Dio e alle nuvole la signora
Marta, quel suo respiro tutto in fretta
mentre sale al quarto piano e non c’è
notte nei suoi occhi. Dorme se può, un figlio
a contratto, l’odore della zuppa
avanzata per una cena da sola.
Aspetta un giorno di sole anche lei
dopo la serrata in fabbrica e il gratta
e vinci in pattumiera. Pregherà
a memoria come ogni sera, dopo
la tovaglia macchiata di caffè
che dondola in balcone, le molliche
in terra senza storia. Un’esistenza
così, tra città alle porte e le scarpe
buone col tacco da usare di sabato.
Ma c’è una gloria nascosta nei gesti
quando stira o abbraccia camicie e il mondo
sta intorno, ha sua luce nascosta. Scosta
allora le tende in cucina a fuori
attende un tempo incerto, l’acquazzone
di giugno che tutto lava e l’asfalto
lascia un calore opaco. Sogna ancora
all’antica se può, prima di uscire
per la spesa e sta in attesa del tram,
la corsa che allontana i fumi densi
di periferia e porta ben oltre,
dove vivere si fa sempre in tempo.

Persone che mantengono barlumi di vita, desideri non espressi sottopelle, costrette a barcamenarsi con l’idea che “ ogni cosa sia davvero possibile“,  gente che

guarda le rose a maggio
perché s’aprono anche qui dopo i muri
all’ombra, pungendo le strade e i cuori,
finché l’Amsa copre i profumi e sembra
che la bella stagione accada altrove,
prima dei fumi opachi delle nuvole.

e sopravvivono in esse  desideri umanamente comprensibili come appare da questi versi:

Eppure
i loro sguardi ancora sulle donne
che dondolano dal San Raffaele,
quelle gonne tutte da inizio estate.

gente che “ ha l’aria da sigaro fumato”, persone come il Gino che gestisce un bar nell’immensa solitudine di un via vai quotidiano che smemorizza gli individui ed i gesti, e che rimanda a certi personaggi delle canzoni di Gaber, gente che non lascia traccia di sé  tra “ un gratta e vinci/ e il cappuccio in piedi “,  che s’appassiona alle piccole partite di calcio tra i pulcini, che vive ai margini e sogna sul futuro di uno di loro, pur intuendo i limiti che egli ha di avere la spalle strette,  e lo fa cosciente di sentirsi come  “ una figurina doppia, di quelle che contano poco “.

Partecipazione e dolcezza sono le chiavi per leggere i versi di Fedeli, altro modo, per me, non è possibile, perché cercando di allargare i significati della sua poesia oltre i confini che egli intende assegnarle, come si intuisce così morbidamente dal testo che segue

Si annuncia a volte un silenzio di case
e si fa una quiete strana sul mondo,
come se la mattina rinunciasse
al moto operoso di scale e passi
denunciandone l’attrito, lo sforzo.
Viene da qui, dal parquet delle camere
sfatte, l’idea di un tempo smorzato
per frattura di luoghi, e tutto va
tra corpi in affitto e premure d’aria.
Fuori la città, la sua scorza dura
quando si scivola in basso, il dispetto
dell’asfalto che cattura. Eppure
amare la vita senza esclusione
di colpi, per un eccesso di zelo.
Sopra un cielo paziente, quella fuga
di nuvole in viaggio. Sta nel coraggio
degli uomini la grandezza di un giorno,
l’ebbrezza irripetibile che muove
le strade, le piazze stese, lì intorno.

vorrebbe dire fare torto ad un poeta che sa raccontare una Milano ove

La malinconia
delle cose si abbatte su bagagli
e mondi. Ma sono tempi così,
buoni soltanto per la poesia

e lo fa altrettanto bene come prima di lui lo hanno fatto poeti del calibro di  Loi, De Angelis, e Cucchi.

Listener

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