Canti di cura, un progetto di Patrizia Dughero

Canti di cura, un progetto poetico di Patrizia Dughero.   

Stefania S., la mia bisnonna, è tornata a Gorizia

    

 

…“La follia, i nervi, sono queste le sconfitte visibili
in un mondo totalmente sano… sono dunque i malati quelli su cui contare,
coloro che ancora non hanno perduto il senso dell’ingiustizia e del mostruoso”

Ingeborg Bachmann

     

Ho sempre aspirato a comporre un proṡìmetro, un componimento misto di prosa e versi a contenuto filosofico-morale o anche amoroso: penso, come indicato dal poeta Fabio Pusterla, che potrebbe essere davvero la svolta per la poesia di questo nostro tempo, attraverso narrazioni che risolvano le pieghe oscure di alcuni versi, o semplicemente raccontino quel che la parola poetica non riesce a raccontare. È questo che intendo come filone dei Canti di cura. Mi sento di dire che due sono le corde su cui camminano, funambolicamente, le mie parole, attagliate ad una locuzione che vado sempre ripetendo, impegno del linguaggio per una militanza della memoria (per la poesia, il termine si sta trasformando in rumore della memoria). Ma se penso alle poesie scritte, mi appare chiaro l’intento: una strenua ricerca identitaria che vuole ripescare nella memoria familiare, non per istinto nostalgico, ma per prendermi cura degli avi, coloro che hanno dato origine, al fine di capire e liberare il futuro. Così prendersi cura di loro, gli originatori, diventa prendersi cura di sé per capire e concepire la nostra «gettata» nel mondo e tramandarla.

Si tratta di un proposito amoroso, di un amore di madre: insegue la linea «matriarché» (v. docufilm No Guo [1]), nell’intento di indagare una domanda appoggiata ad un’ideale di decrescita, quasi rappresentando la vita alla maniera di un enorme laboratorio d’esperienza: «è davvero possibile, un modello di relazione fondato sui principi di cura e di non violenza?»

Giovanni Fierro, poeta amico, mi ha commentata così, intitolando la mia presentazione, La terra che tutto trema: «…c’è quasi un canto nel tuo testo, quello che mi hai spedito [luci recise il buio non vince] avverto un non so che di mistico un dire di presenze che stanno come epifanie, nel centro di un tempo che mi sembra lotti per rimanere. Un qualcosa che non è del tutto già memoria, forse è la sua radice animale che non concede distacco da una emozione che non vuole andarsene.»  Mi sono sentita scoperta!

Stefania, povera donna, povera nonna, mia terra. Per la prima volta la parola su Lei si dischiudeva a ciò che di più rivelatore ci sia, senza freni, senza logica, nell’assonanza che ricomponeva i cesti di vimini, quelli delle agane e delle portatrici carniche: tutto ciò che ho visto in seguito… Parola che pre-vede. Selvatico, discesa (per invisibili scale?), suono roco di donna offesa, urlo da liberare, almeno alla terza generazione, un Io da conoscere ed amare. Bianca Inerzia – Egotica rappresenta il culmine di quelli che raccoglierei nel filone dei Canti di cura. Si tratta della III sezione di un poemetto interamente dedicato alla mia bisnonna Stefania, internata, una delle prime, all’Ospedale Psichiatrico di Gorizia (OPPG) nel 1912. Alla bisnonna Stefania S. sono ispirati e dedicati molti componimenti, anche articoli che ho pubblicato su Le Voci della Luna (culminati nell’evento dell’8 marzo 2013, Carte da Slegare 0, che ho curato e ideato insieme a Marinella Polidori). Le poesie su questi temi costituiscono il nocciolo de Le stanze del sale e del filone Canti di cura.     

Ogni incipit di Bianca inerzia è stato fermato tra le corsie dell’Ospedale Maggiore, durante una scintigrafia di mio padre, che scagionò il pericolo al cuore, non altro, e l’intero poemetto che fa parte di Canto di Sonno in tre tempi, è fortemente ispirato a Prometeo incatenato di Eschilo, nello strenuo tentativo di trovare la figura mitica, Io, in grado di riferire della pretesa follia della donna, disagio del destino, insano mutare come trasmigrazione corporea per il pungolo persistente e asfissiante dell’estro. Riconoscimento questo che vuole liberare, non solo compiangere, cura ancora.

Perché «solo chi ha perso le chiavi di casa / può scrivere una tragedia» [2].

Per meglio colloquiare con questa piccolo poema, che non vuol saperne di fermarsi ad un preciso registro, perché la vicenda della bisnonna Stefania ancora risuona e mi chiama, riporto una nota composta per una lettura nel luogo che la vide “prigioniera” per quattro anni, costretta a non tramandare.

     

Eccoci a “Parco Basaglia, a Gorizia, all’interno dall’area dell’ex Ospedale psichiatrico provinciale che va dal n.174 della via Vittorio Veneto fino al confine di stato con la Repubblica di Slovenia.

Dalla mia silloge Le Stanze del Sale, Edizioni Le Voci della Luna, Sasso Marconi, Bologna, 2010, leggiamo.    

“Le origini dell’area risalgono agli inizi del ‘900. L’Ospedale fu realizzato in un settore esclusivamente agricolo della città, dove vennero progettati gli edifici amministrativi e sanitari circondati da ampi spazi di verde, un parco centrale ornamentale e gli impianti di una colonia agricola all’interno della quale gli ammalati potessero svolgere quelle attività lavorative ritenute valide per il recupero, secondo una metodologia terapeutica innovativa. Fin dal secolo XVII, a Gorizia, i “mentecatti” venivano ospitati presso l’ospedale generale Fatebenefratelli e successivamente anche presso il separato Ospedale Civico Femminile. Con il primo Novecento, la città ebbe uno specifico ospedale per i “malati di mente”. La moderna struttura a padiglioni fu inaugurata nel 1911, ma funzionò fino al 1916, quando fu distrutta dai bombardamenti della I Guerra Mondiale; gli ammalati vennero ricoverati presso altri ospedali locali, in Friuli e nel Veneto, in Trentino, a Pergine. Da lì per alcuni il viaggio proseguì fino a Kremsier in Moravia, città famosa per il suo manicomio oltre che per l’Assemblea omonima tenutasi nel 1849. La mia bisnonna Stefania fu una delle prime degenti del nuovo Ospedale Psichiatrico di Gorizia e da lì, come molti altri, raggiunse in seguito la città di Kremsier, da cui, come molti altri, non fece ritorno. Morì di tubercolosi la notte di Natale del 1917, dimenticata da tutti i suoi familiari, compresi quelli di nobili origini. Il complesso di Gorizia fu ricostruito e ampliato dallo Stato italiano nel 1933 secondo le linee generali di quello austro-ungarico.” [3]    

Dopo Le stanze del Sale, dove intenzionalmente avevo “asciugato il sangue”, ingabbiandolo in un percorso d’architetture che puntellavano i monologhi drammatici; dopo aver raggelato la testimonianza cercando d’immaginare la sorte degli ultimi anni della mia bisnonna Stefania, ancora in attesa di una ricerca documentale, ho avvertito la necessità di cercare nel suo sguardo, nei suoi colori, nella sua pelle, nella sua carne. Poiché ancora non avevo esaurito l’urgenza di cantare di lei che, nonostante tutto, era stata madre, costretta a fondare una genealogia costruita a tavolino (giovanissima, le avevano fatto sposare un nobile che aveva trent’anni e passa più di lei), determinando così destini ineluttabili e tragiche vicende.

Sarà poi la splendida Diotima [4] di Ida Travi, l’atto tragico sulla suonatrice di flauto allontanata per consentire a Socrate e agli altri uomini di parlare liberamente di Amore, nel Simposio di Platone, a riportarmi sulla strada del mito e della Grecia, a me cara, partendo fin dalla bellissima introduzione della Muraro: “[…], lei si muove [nel mondo greco] con la confidenza di una che sta camminando verso casa…”

Ho ricominciato così a cercare i miei personaggi su per la mont, il monte Quarin, la collina di vigne a Cormons, paese dei miei, che ancora oggi mi ossessiona (come quella di Lewistown per E.L. Masters), muovendo nuovamente i personaggi come se agissero in un ampio proscenio; la càvea diventa distintamente il ronco di famiglia. Si è trattato del mio ennesimo incontro col mito, prendendo a prestito la figura di Io, dal Prometeo incatenato di Eschilo, l’unica chiara rappresentazione epica (greca) della follia, mito che dice della follia delle donne, attraversando lo straniamento della forma e dal corpo – mi sono così sentita regista del mio film .-

Il canto si è dispiegato in tre tempi diversi e da quella càvea, è nata Egotica (terza sezione di un poemetto dal titolo Canto di sonno in tre tempi. in Contatti, Edizioni Smasher, 2011); il monte s’è popolato di coloni dallo sguardo torvo, di mariti tiranni e di una fanciulla che si avvia con le sue compagne, in mano un bel canestro dorato, sbalzata in oro e riconoscibile la giovenca errante che sembra nuotare in un mare di smalto celeste. Appena scostati si sarebbe potuto osservare la scena: un vecchio accarezza la sua bronzea giovenca, sullo sfondo un fiume, ma il vecchio non è Zeus e il fiume non è il Nilo, ma l’Isonzo; mentre “il respiro dell’Asia è al di là”, quello sì. Europa/Io fa l’apparizione che guarirà la stirpe, a discapito d’inenarrabili sofferenze, consegnandoci “l’alienazione della forma”, iscritta nel dettato mitico, che assume la prospettiva dell’alienazione mentale e del delirio. Il dispiegarsi del suo canto, medicamento di una patologia innescata dal trauma di una violenza, dalla perdita di sé, dalla metamorfosi e l’erranza conseguente; il vagheggiamento della morte come atroce approdo di un soggetto abusato e stuprato.

Ancora una volta mi sono calata nello scenario di un Prometeo: si apre come un inserto il teatro della fanciulla perseguitata, il supplizio dell’innocenza indifesa e sporcata, per interesse, la vita nuda esposta alla prevaricazione dei signori che agiscono il loro desiderio al di fuori di ogni reciprocità consensuale e senza misura. Una storia ricorrente, una violenza sottile e inaudita. Mentre le sorelle cantano.

Secondo la leggenda, Inaco, il padre di Io, impazzito di rabbia alla trasformazione della figlia che prese le sembianze di mucca a causa della gelosia di Era, maledisse Zeus e fu per questo da lui trasformato in un fiume. Nella mia messa in scena, l’incontro col femminile, “le ragazze / che hanno forma di cigno / colme di anni”, rappresenta una pausa al tormento, l’incontro che riscatta. Infine il padre Eugenio, nella realtà il grande escluso, mette un colono a guardia di Stefania, ma a nulla possono le sue precauzioni onde evitare lo straniamento e lo sradicamento della fanciulla. Occorrerà un suono di flauto, come quello di Diotima, la maestra di Socrate, ma soprattutto maestra dell’esclusione e dell’assenza, a riconnettere la mia bisnonna e simbolo, verso un’integrazione della propria pena, nella confessione della pena, invece che della colpa. Il riconoscimento è avvenuto.

Sono occorse tre generazioni, la ricerca e il ritorno a quelle assenze nell’amore, che a volte passa solo dalla voce. P.D.

——————————

[1] Nu Guo, Nel Nome della Madre, di Pio d’Emilia e Francesca Rosati Freeman: il documentario che descrive alcuni concetti chiave della cultura dei Moso, popolazione che vive in territorio cinese, vicino al confine con il Tibet, con una struttura sociale matriarcale, matrilineare e matrifocale.

[2] Il riferimento è ai versi della mia poesia Genealogia, in Luci di Ljubljana, Ibiskos Editrice Risolo, 2009.

[3] Ricordo che Hemingway, v. Addio alle armi (A Farewell to Arms, 1929), fu presente in Friuli, a Gorizia, a Cormons addirittura, proprio nel periodo in cui la mia bisnonna era internata: questa immaginazione mi ha portato a scrivere la poesia Distanze, ne’ Le stanze del sale, con scenari completamente ispirati a questo romanzo.

[4] Ida Travi, Diotima e la suonatrice di flauto. Atto tragico, La Tartaruga Edizioni, Milano, 2004

*** 

                     

tn_klinger brhams DUGHERO

                    

III 

BIANCA INERZIA

Egotica  

     

Novena 
vuota la voce che risulta oscura
verso il chiaro in distesa
lascia, che in parte dentro
una cesta sicura resti, senza
offesa alcuna potresti
poi ritrova la foce
fondata fin dentro la
terra inonda la voce, facies
obscura in risoluti giunti
falla appariscente, aperti
di aperti giunchi i gesti
e aperti e vasti e giusti
senza compensi, risolute genti
con le mani fresche scartano giunchi
che parrebbero strani
per alcune volte vani
                        

*** 

Canto d’inizio
                        
S’ode una voce fuori testo:
Che via è mai questa,
che alberi accesi dal freddo incipiente,
che li fa rossi, mentre
il vento, movendo le foglie
fa brillare una larga fiamma di
fiaccole accese?
Un botto e un frastuono per la
via che dà sull’incrocio
dagli alberi accesi.
Una donna esce dalla macchina e dice:
Mia la colpa: non mi sono fermata
per forza d’inerzia. E si scusa.
                  
 ***              
Stasimo
A frastuono diradato le donne
si sono riconosciute
una porta uno sguardo
ambiguo e lontano, onnipresente.
S’accende lentamente
e l’altra rivede,
le dice di salire.
Due stanze soltanto, divise
una sottile parete.
Una grande finestra nella stanza che
mostra i white chestnut fiammeggianti
macchine intermittenti che sfilano
stagliate su schermo da videogioco.
Il bianco domina sull’autunno
bianche le pareti, bianco l’abito
della donna, bianco il  tavolo
tondo e adornato.
             

***             

Canto di dolore

C’è un rumore di mare
e risacca di porto
d’attracco di navi che s’ode da ora.
C’è un soppalco nella piccola casa
gettata nel traffico:
il mondo d’Alba è
da salire, rifugio della donna
incanto d’autunno.
                      
Poi un suono fievole di flauto
legato al collo da un nastro
poi…è un canto di sonno.

*** 

Egotica           

I      

Dove l’ha portata il suo
remoto girovagare?
Arde nel fuoco, implora una preghiera
dalla sua terra medicamenta al male.
Non per enigmi, chiara, la preghiera.
Coprimi nella terra, dice
e le è vergogna narrare la bufera
che l’assalì e distrusse la sua pena.
La notte le apparivano
“bestiali immaginazioni”
vaganti dalle stanze dei suoi padri
voci lievi con possenti parole.
                 
Non disprezzarlo il letto coniugale
nozze grandi la sorte t’ha donato
non disprezzarlo, esci ai mali profondi
al ronco di tuo padre
perché lui si sazi in te.
Infine una voce limpida all’orecchio
un ordine chiaro
scacciata dalla casa e dalla terra
Che vaghi, sciolta come un animale
pronto al sacrificio, fino ai confini.
Pungolo forsennato.
A nulla è valsa l’ira ferma
lo sguardo fitto del colono.
Parole ambigue sono il male
quel male che più odia.                  

II               

Ha lasciato alle spalle l’Europa
e con le sue amare nozze
è giunta alle soglie obscure.

La chiama nel sogno e sono alle Ghiaie
spiaggia che conserva lacrime.
Dal bastione dice che la sua pelle
s’è riempita di squame.
Lei dice che è soltanto abbronzata
e lui piano risponde di guardar meglio.
Lei pensa che come sua madre
non distingue più il volto
che affonda i contorni, che mette il
velo col mondo scabro e inconsistente.
Non sembra arrabbiato, ma la sua pasta
la sua voce cola ferrigna
il canto ispido corrompe la luce.
Sui sassi bianchi le lacrime greche
si confondono stampate sul volto
colmo di turbamento, mentre l’aria
dirada e il respiro dell’Asia è al di là.               


III
                      

Anche questa volta la notte
non ha resistito alla luce.
Anche questa volta un pezzo del corpo
s’è impigliato a un dettaglio
e lì è rimasto
– corpo nudo per l’amore e la preghiera
– Con una serie di metamorfosi
Diventa acqua fuoco
aria e serpente colomba.
Anche questa volta le luci sono
rimaste lontane, barlumi
invisibili traducono
dallo splendore dell’assente.
Non ha potuto continuare
con gli occhi velati. Ha tolto il pianto
con il gioco del canto
alleviato con l’acqua
l’arsura ai colori. Vestita
d’aria, prima serpente colomba poi
non è riuscita a proteggersi.
– è per questo che le svolazzo attorno

– Luci recise il buio non vince
un bastone appoggiato
muri di mattoni dentro la casa
che s’inazzurra
animali nascosti, parco di ombre
un uomo dinnanzi.
La macchia vive a tutte le ore
parla e si fa ascoltare.
Cinghiali frugano suoni col grifo
sono canti di luna a luci spente
ci dicono il tempo e ci proteggono
riconciliano il sordo gracidare.
Insegue lo sgomento dell’isola
non ha altro domani che la partenza.                    

IV                      

Perché non ha usato la dura pietra
bianca, a finire d’un balzo tutti i mali?
Sarà la figlia più forte della sua
madre, se le è concesso.
L’affiderò ai quaderni del ricordo
la scelta sui due racconti
i dolori patiti
o chi sarà a liberarli

***             

Canto d’impasto 

Manteca arancione
di zucche grandi appoggiate
ai bordi delle strade greche.
Ho visto le tartarughe tornare
alla sabbia, torno felice.
Manteca arancione
di zucche appoggiate su banchi colmi,
pesante autunno ci raggiunge
sulle strade greche ho gli occhi
pieni di volti mai più visti
di miti incrociati con i suoni rozzi
della lingua che ho cercato.
Manteca arancione
di zucca cotta coi pinoli
ammorbidisci questo sogno ruvido
impastalo coi miei vent’anni
in un’amalgama dove il sugo
del mondo attacchi il suo sapore.

*** 

V                   

La madre vestita di bianco
accende un lume e lo porta.
Rivestita, la figlia
apre la bocca ma non può parlare.
Il turgore d’ira si disfa in mare
– ora c’è un lago in mare –
Sta nella barca, dal fondo risale.
La lingua dei dogi la chiama.
Una pinna di piccola verdesca
sembra un dente, s’aggira insidiosa.
Torna sul fondo a deriva sospesa
a timone bloccato.
Le gira in tondo la piccola pinna
lei giace nel fondo e aspetta
la lingua dei dogi la chiama
la madre vestita di bianco
ora accende un lume e lo dona.

***                      

profumo d’acqua 

A volte dopo il parto
il pungolo risale
la mia mente non è a posto, quest’anno
è atroce, non ci sono mani
a scacciare tafani
piedi per rincorrere il sentimento.
I bambini quest’anno
giocano un gioco nuovo.
Cercano un profumo, vogliono
racchiudere gli odori in un sacchetto.
Non sanno come fare
Vi manca una foglia, dice
una piccola foglia d’eucalipto
a completar l’impasto.
Quando piove, quest’anno
l’albero effonde solleva sospende
perde la sua essenza
copre ogni languore e l’acredine
sapida di macchia.
L’albero qui non c’era
s’è avvinghiato forte
per rinascere più nuovo.
Staccarne un angolo perfetto
d’una foglia. A ogni costo
appartenenza che lei non conosce.

***    

VI

Le rane gracidano
un canto quotidiano
narrando il giorno e il lume lontano
andando oltre le onde
varcando un mare di suono, giungendo
a quelle pianure fertili e brune.

Incontrò ragazze che
hanno forma di cigno
colme d’anni, che non hanno mai scorto
di nessuna notte, la luna
– il tempo è lungo più di
quello che non vorresti –

Ferita dall’estro, colpita
da bufera, chiamata
infine senza enigma
– querce che hanno voce –
lungo le vie del mare
ricordò il suo cammino
il suo girovagare. Senza senno.
Passeranno ben tre generazioni
predatori di nozze
predatori imperdonabili.
Corpi negati. Lo sfacelo, la follia
il pungolo dell’estro.
Il cuore che dà calci di terrore
la vista che stravolge
l’ira che ruba l’assurdo
la parola, il fango che nutre enigmi.

***

Stasimo

Questi i luoghi dove il tempo sospende
nello sciabordio d’acqua
dove il mare protende a costa
lunghe braccia e accatasta a terra
la poseidonia accolta
rammenta che non c’è fretta
a scorrere la leggerezza
rivolti a un tempo nudo
– è molto bello qui, si sa
il canto splende nell’assenza
Kore Lia
ricorda, l’onda infrange d’improvviso –

A frastuono diradato, le due donne
si sono riconosciute, una porta uno sguardo
ambiguo e lontano. Onnipresente.
S’accende lentamente e l’altra vede:
c’è un colono lontano, lo sguardo
da segugio, ambiguo e buio
neanche i lunghi anni lo nascondono
né la terra né le rive sabbiose.

***                

Canto d’Aurora

C’è un rumore di mare e risacca di porto
d’attracco di navi che s’ode  da ora.
Risale un canto d’Aurora
rifugio della donna
incanto di colore.

Poi un suono fievole di flauto
legato al collo da un nastro,
poi è un canto di sonno.

                

                  tn_klinger max brahmsphantasie DUGHERO

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