Hypnerotomachia Ulixis di Sonia Caporossi, nota di lettura di Enea Roversi

Hypnerotomachia Ulixis di Sonia Caporossi, Carteggi letterari Ed., 2019, nota di lettura di Enea Roversi.

      

                   

Nel mio immaginario, ma credo anche in quello di molti altri della mia generazione, la figura di Ulisse ha le sembianze di Bekim Fehmiu, l’attore che impersonò, dando risalto alla fisicità  del personaggio, l’eroe omerico nell’Odissea televisiva del 1968 diretta da Franco Rossi. Di quello sceneggiato (allora non si usava la parola fiction) che fu una delle produzioni più spettacolari della RAI di quel periodo e che portò il poema epico nelle case degli italiani, ricordo anche la rassegnata e mite Penelope che aveva i lineamenti mediterranei di Irene Papas. Ma soprattutto ricordo l’introduzione a ogni puntata: un arruffato, ispiratissimo e sibilante Giuseppe Ungaretti descriveva il poema di Omero, accompagnando le parole con una personalissima gesticolazione che affascinava e forse un po’ turbava lo spettatore. Iconico, si direbbe ora, di sicuro unico e per certi versi surreale: lo immaginate, oggi, un poeta che parla di Omero in prima serata televisiva?

L’Ulisse protagonista di questo Hypnerotomachia Ulixis di Sonia Caporossi è un eroe tormentato e pieno di dubbi, incalzato dai ricordi e dai rimorsi. Si muove, a volte arrancando e incespicando, spesso correndo, lungo un percorso irto di ostacoli e trappole, tra sogni e incubi, in un viaggio che è al tempo stesso fuga e cammino verso la meta.

Per dirla con le stesse parole che Caporossi usa nella premessa, si tratta di un “Bildungsroman al contrario” e anche di una vera e propria “odissea di autoscoperta”.

Non è mai facile approcciarsi alla scrittura di Sonia Caporossi, fin dai titoli che dà alle sue opere: basti ricordare, tra quelle che precedono  Hypnerotomachia Ulixis, il volume di racconti Opus metachronicum e la raccolta di poesie erotiche Erotomaculae.

Sono titoli che potrebbero mettere in soggezione il lettore in cerca di letture rassicuranti, ma, se pur non è mai facile (lo si è già detto)  entrare nella scrittura di Sonia Caporossi, non per questo il lettore si troverà davanti una porta chiusa, anzi. Caporossi apre volentieri la propria porta, o per meglio dire la tiene socchiusa, lasciando spiragli sottili, ma comunque utili, a rischiarare lo sguardo di chi legge.

Proviamo a cominciare dall’inizio: le citazioni che troviamo in esergo appartengono a Platone, Dead Can Dance, Friedrich Nietzsche e The Cure e ci dicono già molto riguardo il romanzo e la sua autrice. Abbiamo da subito riferimenti precisi che riguardano filosofia e musica, due capisaldi della cultura (vastissima, peraltro) di Caporossi.

Il romanzo si snoda come un viaggio letterario-filosofico, in cui le citazioni e i rimandi non sono puro ornamento, ma diventano, man mano che l’avventura si sviluppa, parte integrante della struttura sulla quale è costruito il racconto.

Troviamo, più o meno esplicitamente citati, oltre naturalmente all’Odissea di Omero (“Io sono stato Nessuno, e ambisco a tornare Nessuno.”), la  Commedia di Dante (“Sono nel bel mezzo del bosco, ora: è questa la mia selva oscura.”), l’Ulysses di Joyce,  e gli autori che Caporossi definisce “la mia sacra Trimurti”, vale a dire Gadda, Morselli e Manganelli.

Troviamo così l’eroe caporossiano, alle prese con i propri dubbi, che pronuncia con socratica rassegnazione le seguenti parole: “Mi rendo conto per la prima volta nella mia vita di non sapere, e questo è tutto quello che ora so”  ma, più avanti nel corso del romanzo, dirà “Io devosapere.”  a dimostrazione che la sete di conoscenza è la forza più grande di cui l’uomo dispone.

L’Ulisse al centro del romanzo di Caporossi è un eroe solitario, fragile e stanco (“Io sono solo, quindi mi sento solo.”): in esso ritroviamo le debolezze e i tormenti di tanti eroi della letteratura. E qui, lungi dal voler stilare un noioso quanto inutile elenco, ma pur sbizzarrendosi un po’, si potrebbero tirare in ballo l’Enea virgiliano, Don Chisciotte, Martin Eden, il Santiago de Il vecchio e il mare  e pure il Rick Deckard di Blade Runner.

Lungo il procedere del viaggio di Ulisse il lettore assiste al progressivo sfinimento del protagonista (“Mi sento sempre più uomo. Un uomo sfinito. Un uomo finito.”):  lo spessore della scrittura è di stampo filosofico, ma attinge anche alla science fiction. Si susseguono immagini oniriche, prendono vita personaggi fantastici che sembrano uscire da un racconto di Borges o, ancor di più forse, di Wilcock. Le descrizioni dei luoghi rimandano in alcune pagine ad autori come  J.G. Ballard e non manca, in altre,  il tono sfrontatamente grandguignolesco, come per esempio nella descrizione della lotta cruenta tra il ragno e la mosca.

Ulisse è in fuga da qualcosa, è alla ricerca di qualcosa: si mescolano la vita e la morte, la realtà e la finzione, attraverso “viaggi dai confini dilatati fino al limite del sopportabile” , come scrive Anna Maria Curci nella sua prefazione.

La ricerca del senso della propria esistenza perseguita il pensiero e la coscienza dell’eroe / antieroe: il suo viaggio alla fine è un eterno ritorno.

Leggendo Hypnerotomachia Ulixis mi è tornato in mente un verso di Roberto Roversi dalla canzone Ulisse coperto di sale, contenuta nell’album Anidride solforosa di Lucio Dalla: “i sassi si consumano, non si consuma la vita / la giornata è uguale a una mano che è ferita / io sono Ulisse al ritorno / Ulisse coperto di sale! / Ulisse al principio del giorno!”.

Sonia Caporossi afferma che questa narrazione è nata dal lavoro onirico del proprio inconscio e che ogni pagina richiama sogni e incubi da lei annotati nel corso degli anni.

Afferma anche che, dopo aver terminato la stesura del romanzo, non ha più sognato: ci si auspica che possa riprendere a sognare. Anzi, considerando gli esiti letterari che ne scaturiscono, oltre che di un auspicio si tratta anche di una speranza.

in apertura Nell’aria libera, Lara Steffe, 2009

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