“Calchi” racconto di Marisa Cecchetti

CALCHI

racconto di Marisa Cecchetti

              

Mi ha destato dal sogno il miagolio del gatto che vuole andare sul davanzale della finestra, ora che gli uccellini cinguettano sul far dell’alba.
Anche nel sogno era l’alba, con uno strato leggero di nuvole grigie basse ad oriente ed il rosa che le illuminava e le apriva. Ero alla finestra della camera di mia madre, nella casa dove sono nata, in campagna, e nella prima luce vedevo i campi e i filari proprio dentro i colori dell’alba e percepivo l’umidità sospesa e sentivo le voci dei vendemmiatori- ma perché così presto?- e tra quelle la voce di lei. Mi sono affrettata per raggiungerli con un senso di disagio per aver tirato tardi col sonno.
Le immagini del sogno mi si riproponevano nitide come in fotografia. E allora, mentre cercavo di orientarmi nel tempo e nello spazio, mi è balzata alla mente la figura di mia madre quando mi veniva incontro, come sempre, sul viottolo che porta alla strada, con il volto proteso verso di me ed il petto, con lo stesso piglio della donna che apre il gruppo di Pellizza da Volpedo. E mi chiedeva già da lontano com’è andata e mi prendeva dalle mani i libri che tenevo stretti nel laccio, e il vocabolario di Greco.

Siamo calchi. O quasi.

Quando attendo mia figlia al mattino – arrivo un po’ prima di lei nel suo Studio e spalanco le finestre e do luce – apro il portone dallo scatto secco e rimango in cima di scala a osservarla salire e non chiedo, ma scruto il suo passo e leggo il suo buongiorno e il suo volto per capire se va tutto bene. No, non avanzo verso di lei con il piede a raccogliere la borsa o il portatile, che non lo vorrebbe, ma lo faccio idealmente con moto del cuore sul posto.

Mi sono rivista in mia madre un giorno che scrivevo a mano su un foglio di carta. Ho visto una lettera, precisamente la P, prendere la stessa inclinazione e lo stesso taglio di quello inconfondibile di lei. Ha fatto capolino tra le lettere, l’ho salutata e ho sorriso.
Mia madre, quando è rimasta sola, si è trasferita in una casetta piccola, un appartamentino con un soggiorno-cucina ed una camera ma con il giardino grande che si raggiungeva dal soggiorno scendendo tre scalini. Lei viveva praticamente nel giardino e per il giardino. Quando mi apriva la porta mi prendeva per mano, svelta, ridendo furbetta e misteriosa, e mi diceva vieni, vieni a vedere. Lo ammirava insieme a me dall’alto, ferma sul primo scalino. Sei proprio brava, le dicevo, io non sono capace.
Ora io ho solo un piccolo terrazzo, forse due metri per due o giù di lì. Piano piano i fiori e le piante verdi lo hanno riempito e sono belli e li ammiro volentieri dal tavolino della colazione, di là dalla portafinestra.
Quando arriva mia figlia la guido con gli occhi e le dico piena d’orgoglio vieni a vedere il terrazzo e lei mi risponde brava mamma, io non sono brava come te. Io non le dico lo diventerai, ma lo penso.

A proposito di fiori…parto da lontano.
Mia madre amava farmi qualche bel regalo, anche quando ero sposata e avevo figli. Ricordo tra i tanti un vestito. Bello, aveva avuto buon gusto. Lei amava i colori quando io mi vestivo ancora di grigio, di beige e di blu. L’ho scelto colorato come piace a me, mi disse tutta contenta. Sai, ho fatto un regalo anche ai tuoi fratelli, a tutti e due, non voglio che ci siano gelosie tra di voi.
Figurati, mamma, le avevo risposto, con la stessa frase scontata del sarto del Manzoni, tra noi non c’è mai stata gelosia.
E i fiori? Eccoliqua.
Ora che secondo mia figlia sono io ad avere il pollice verde, ogni tanto mi chiede se sistemo un po’ le sue aiuole. Mi piace lavorare nel suo giardino, farglielo trovare bello e pieno di luce.
A fine inverno ho interrato delle belle pansé, di quelle che si allargano -ricadenti, mi hanno detto alla serra- . Spiccano tra il verde della salvia, del timo e del rosmarino, che mandano profumi pizzicanti intorno.

Io sono madre di due figli.
Allora ho scelto alcune pansé ricadenti e le ho appoggiate sulla pietra di lui -a sinistra della sua foto dove ride mentre cammina. Ricadono profumate verso il suo volto.
Va bene così. Gli dico. Senza gelosie.
Continua a sorridere dalla foto dove cammina. Sempre. Chissà se mi vuol dire che non è mai stato geloso di sua sorella.
Sembra che venga verso di me.

       

Paolo Figar, Vagabondo

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