C’est tout. Poesia, prosa, note in miscellanea di Emanuela Rambaldi

C’est tout. Poesia, prosa, note in miscellanea di Emanuela Rambaldi.

    

   

Ognuno ha la sua volpe
nascosta nella notte
al di là del limite
ci annusa
e il nostro odore si fa desiderio
e il desiderio si fa sforzo
scavo violento
sotto l’esile barriera
e le carezze che abbiamo ricevuto
non ci hanno salvato

Bisognerebbe dirle
che non c’è bisogno
della rabbia
che lo strazio non serve
abbiamo difese deboli
morbidezze che non si
addicono agli assassini cruenti

Bisognerebbe dirle
di risparmiarci il dolore e la paura
di arrivare velocemente
senza farsi riconoscere
lasciando intatti i sogni
che è tutto ciò che abbiamo
e non indurci in corse
senza speranza

Benedetti coloro che
praticano la rassegnazione

*

    

Ma tutto il dolore dove va a finire. Quanto ne può assorbire il corpo. Quanto la pelle. I peli. I nervi. Le ossa. La carne. Quanto la mente. E se c’è una fine, un orlo, un confine, il resto del dolore quali strade prende. Quali tessuti va a strappare. Quali vite distruggere.

Ci sono dolori davanti ai quali non è vero che la vita continua. La vita si ferma. Si arrende. Si accartoccia su se stessa come foglia secca. Marcisce. Imputridisce.

Ci sono dolori che il pensiero non riesce a contenere – che per continuare ad esistere devono diventare qualcosa d’altro – rabbia – oblio – religione- follia.

E se la vita mantiene ancora un’apparenza è il simulacro di se stessa – delle sue menzogne – e prima di ribellarci alla morte dovremmo ribellarci alla vita – che è fatta di dolori che fanno paura a coloro che restano ancora per caso ai margini – paura che il dolore si allarghi come un incendio reso indomabile dalla furia del vento e li travolga – e allora pregano il dio dei ladri e delle puttane dei bestemmiatori e degli atei di preservarli – ma non si è mai al sicuro dal destino – mai.

Sul dolore non si crea nulla. Perché il dolore è la vittoria della morte sulla vita – dopo rimane solo il pianto – o le grida – e nessuna possibilità di fuga – se non di nuovo la morte.

     

(aveva 14 anni Anna, quando gli uomini che dovevano curarla, finirono per ucciderla. Tutto l’amore di suo padre non è servito a salvarla – perchè anche questo va detto – l’amore non salva)

       

Firenze

La stanza è in penombra. La luce è rimasta per sempre al di là della finestra, nel sole di questo pomeriggio tiepido d’inverno. Al muro, ad un’estremità del letto, una foto che lo ritrae a vent’anni, dall’altra un quadro che ho dipinto a dodici. Ciò che è sul letto è qualcosa che non ho conosciuto.
Perde sangue dalla bocca socchiusa. Ai lati delle labbra un mosaico di fazzoletti bianchi. Le mani verdognole incrociate sullo stomaco gonfio, sul maglione buono. Chissà se acquistato da vivo o da morto.
Morto. E’ tutta qui la differenza. Mi sorprendo a pensare quanto sia strano che lo stomaco non si sollevi sotto quelle mani. Mi sorprendo a notare la mancanza del respiro.
Eppure, questo manichino disteso non mi ricorda nulla. Mi fa solo orrore.
Finché rimango a guardare la mostruosità della morte, oscenamente esposta agli occhi umidi dei vivi, non piango. Baci. Abbracci. Sorrisi di circostanza. Lacrime di circostanza.
Fuori. Lontana. Penso tutto.
Cosa ne è stata della nostra infanzia. Dopo tanti anni non ci eravamo neppure riconosciuti. Avevamo perso quell’espressione ridicola che hanno i bambini dopo aver combinato qualche guaio.
Fino a qui nulla.
Sale la nausea, ma quella c’è sempre.
Si alza una brezza leggera. Sembra primavera.
Poi le campane, lente, solitarie, di questo straziante rito cattolico, liberano le lacrime.
E la nostra infanzia mi appare per quello che è.
Irraggiungibile.

     

C’est tout

C’est tout è Marguerite Duras che sente la morte arrivare, ma si ribella all’idea di aspettarla. E’ la più grande delle impossibilità. La morte, che ancora non è, è comunque già. Non ancora il suo corpo nella fossa, ma già il nulla. Che è assenza di sé e della scrittura.
Marguerite Duras si perde. In quasi due anni scrive ciò che può, ciò che la morte le permette. Scrive perché finché non morirà del tutto non potrà non farlo. Annota la paura della perdita.
Dopo, solo dopo, le note saranno libro. Non più per lei.
Libro d’amore e morte, caro ai romantici.
La morte, non è mai cercata, mai voluta – solo la stanchezza terribile della vita a volte. In questi due anni la morte viene rifiutata con rabbia, con l’odio che fa resistere. Con l’amore che continua ad essere, ineluttabilmente fino alla fine.
Alla fine Marguerite sa che ora è veramente tutto. Che per lei non ci saranno più libri né progetti di libri. La morte costringe a non parlare più. Per quasi due anni non fa che ripeterlo. E dire di lei. Ogni volta che si perde qualcosa bisogna scriverne. E scriverne ancora. E’ di se stessa che parla. Questo Marguerite fino alla fine, ha fatto. La sua malattia non è mai stata la morte.

 

Morire è un nulla: è il non vivere che riesce orribile
(Victor Hugo, I miserabili)

 

 

Ksenja Laginja, Rivoluzione, 2018

      

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