La figura del poeta. Tre domande a Natalia Bondarenko

La figura del poeta. Tre domande a Natalia Bondarenko.

   

   

Sul tema “Chi è il poeta?” abbiamo sottoposto alcune domande, le stesse per tutti per poter confrontare i punti di vista e stimolare un dibattito, ad alcuni poeti. Le domande sono:
1) Perché il pubblico dovrebbe cercare e amare le tue poesie?
2) Tra stereotipi e marginalità: come si colloca la figura del poeta nell’attuale situazione culturale italiana?
3) Esistono strade per recuperare quella rilevanza che in altri paesi al poeta viene riconosciuta?

Abbiamo anche chiesto un contributo poetico a tema per concludere la mini-intervista.

Vi lasciamo in questo articolo con le risposte e i versi di Natalia Bondarenko.

   

Perché il pubblico dovrebbe cercare e amare le tue poesie?

Io metterei la parola “amare” prima della parola “cercare”. “Cercare” è una fantastica conseguenza di questo miracolo dei nostri giorni: parlo dell’amore verso la poesia. Per il resto sono una specie di “Salieri”, affascinata dalla bravura di alcuni “Mozart” con un certo senso d’invidia, perché molto spesso più delle mie, mi piacciono le poesie degli altri. E non mi sono mai chiesta perché la gente compra il mio libro, anche se i motivi possono essere molteplici, incominciando da semplici commenti che mi è capitato di sentire durante una delle mie presentazioni, e che suonavano più o meno così:
«La tua poesia e molto vicina a noi, donne…»;
«…senza veli, senza ipocrisia, senza ‘fronzoli…»;
«…la tua poesia è diretta, scritta con un linguaggio attuale e quotidiano»;
«…con una certa ironia riesce rivalorizzare anche la donna cosiddetta ‘sfigata’, quella che non trova mai la pace, ma che riesce ‘cavalcare’ la vita lo stesso…»;
«… alcune tue poesie sembrano romanzi di una pagina, di mezza pagina, di poche righe…».

Perché il pubblico dovrebbe cercare e amare le mie poesie?
E che ne so?

Tra stereotipi e marginalità: come si colloca la figura del poeta nell’attuale situazione culturale italiana?

Non saprei rispondere a questa domanda, ma lo potrebbe fare questa poesia-narrativa scritta da Francesco Di Lorenzo, poeta e saggista napoletano, che in questa maniera – quasi satirica – risponde ad un/una poeta (C.M.C) che chiede il suo parere sulla poesia:
“Questi non sono versi (non c’è verso di fare versi)/sono appunti di viaggio, dopo un colloquio, diciamo così. / Ebbene, per entrare subito in argomento / mi vien da ribadire (perché ce lo siam detti) che molto spesso la poesia di avanguardia, che potremmo far coincidere con tutta quella postmoderna? / non è in possesso di contenuti poetici, forse neanche di semplici contenuti / così che un lettore dovrebbe far credito al poeta, chissà poi perché? / e qui siamo di nuovo e sempre di fronte al Poeta e non alla Poesia / che è cosa da meditare / e dovremmo quindi anche chiedere lo sforzo di immaginare la vita interiore del poeta / leggere cioè le biografie e non le poesie, / ma noi sappiamo anche che un poeta non nasce tutti i giorni / e lo sappiamo perché altrimenti ce ne saremmo accorti / e ce ne saremmo accorti non con i sensi, ma con la ragione (come minimo). / Di poeta ne nasce uno ogni cento anni, diceva Moravia (il borghese) / e questi qua sono poeti perché sono incapaci di non esserlo / spesso scrivono versi mediocri, non sempre all’altezza / o non sanno proprio scrivere versi / quindi? / quale possibile-passabile conclusione? / Semplice (insomma!): quella che andiamo vivendo / sotto gli occhi di tutti. / Che ognuno scriva poesia, a mano / a voce alta o bassa / a manovella, visiva e sonora, insensata e razionale / classica o di avanguardia, bella o brutta, postmoderna e oggettiva / senza gerarchie, confondendo i piani con i pianerottoli, / ma finalmente portando alla luce un po’ di casino meditato / che di questo caos lucidato / e per di più feisbuchizzato / non se ne può più.”

Esistono strade per recuperare quella rilevanza che in altri paesi al poeta viene riconosciuta?

Credo che tutto dipenda dall’onestà intellettuale degli editori e critici letterari, che molto spesso si adeguano, si ammucchiano, si macinano nelle stesse mole dello stesso mulino e, come risultato, producono una ‘farina’ scadente: si butta tutto in un sacco e si mette un cartellino col prezzo… che molto spesso non corrisponde alla realtà. Intanto i poeti bravi non fanno soltanto i poeti. Fanno un lavoro normale che gli permette di vivere e ogni tanto scrivono le loro bellissime poesie; ogni tanto vengono stroncate da qualche invidioso cretino di turno; qualche volta vengono semplicemente ignorate; qualche volta vengono – venerate… dopo la loro morte.
Piccola considerazione sulla poesia sovietica che io conosco perfettamente (è soltanto un mio piccolo pensierino…): di chi è la colpa se la poesia sovietica per anni e anni è rimasta lontana dallo sperimentalismo? La rima che stenta ad andare via, anche oggi, si appiccica con il suo classicismo come una muffa… La Russia, per la grandezza del proprio territorio ha prodotto bravissimi parolieri e canzonieri, ma pochi poeti. Troppo pochi per un paese così vasto.

***

La poesia, come il colore buono deve essere coprente,
come un corpo con i due seni che protegge il neonato o
il bianco della neve che ammortizza l’orizzonte: deve essere
cosciente nella sua incoscienza; raramente pescata come
si pesca una carpa; adescata come si adesca una puttana
al lato della strada; lasciata fuggire; perdonata per le bugie
predilette o mal accettata come la malata incurabile; deve
essere spalmabile come il burro che si mette sull’anima;
come la luce di una finestra sempre accesa e smarrita
nella notte; presa così com’è – come ultima spiaggia.

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