La figura del poeta. Tre domande a Stefano Guglielmin

La figura del poeta. Tre domande a Stefano Guglielmin.

   

   

Sul tema “Chi è il poeta?” abbiamo sottoposto alcune domande, le stesse per tutti per poter confrontare i punti di vista e stimolare un dibattito, ad alcuni poeti. Le domande sono:
1) Perché il pubblico dovrebbe cercare e amare le tue poesie?
2) Tra stereotipi e marginalità: come si colloca la figura del poeta nell’attuale situazione culturale italiana?
3) Esistono strade per recuperare quella rilevanza che in altri paesi al poeta viene riconosciuta?

Abbiamo anche chiesto un contributo poetico a tema per concludere la mini-intervista.

Vi lasciamo in questo articolo con le risposte e i versi di Stefano Guglielmin.

Perché il pubblico dovrebbe cercare e amare le tue poesie?

Parto dal presupposto che ciascun poeta abbia un proprio progetto estetico ed etico. Magari anche politico, laddove la parola incontri la polis nelle sue dimensioni più partecipative. Nel mio caso, esso consiste nel mettere in scena la complessa natura dell’io, franta ma non per questo vuota, e la sua relazione co-espropriante con la lingua. Detto altrimenti: identità e scrittura si danno insieme, sono un unico evento storico-linguistico, che chiede di essere interpretato. E questo non per mera esibizione narcisistica o bisogno di compassione, ma in quanto lo ritengo il luogo in cui la verità sull’umano si fa conoscere. Se uomo è progetto-gettato, aspettazione e memoria agite nell’aperto dell’ora, leggere le mie poesie significa accettare di entrare in questo giogo, di bagnarsi nel labirinto dell’esistenza per incontrare l’altro che ci abita. Naturalmente, cercare e amare non coincidono, specie quando l’altro è soltanto in parte addomesticabile. Per amare le mie poesie bisogna essere umili, nel senso etimologico, ossia riuscire a stare sull’orlo della terra, sentire i piedi nel fango e la bocca in boccio come il fior di loto. Non c’entra il Sacro in tutto questo, anzi: il mio progetto cerca di vivere la pienezza del finito come “mancante di nulla”, con l’orrore e l’euforia che questa condizione comporta. A questo proposito, un mio potenziale lettore dovrebbe conoscere la mia scrittura saggistica, che va di pari passo con la poesia. Basti pensare ai titoli dei miei saggi: “Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del novecento” e “Senza riparo. Poesia e finitezza”. Coerentemente con questa ricerca, nei prossimi mesi uscirà un nuovo saggio dal titolo “Le vie del ritorno. Letteratura, pensiero, caducità”. In sostanza: la mia poesia è per persone che pensano, che cercano un senso a una precarietà diventata struttura. In fondo, la democrazia ha bisogno di queste persone, non di un pubblico generico che applaude chi conosce un mestiere o chi promette felicità senza fatica.

Tra stereotipi e marginalità: come si colloca la figura del poeta nell’attuale situazione culturale italiana?

La situazione culturale va letta almeno sotto due prospettive: 1) quella governata dalla politica nazionale e dai maggiori network; in entrambe le agenzie, la poesia non trova alcuna attenzione se non attraverso la spettacolarizzazione (se si esclude il meritevole lavoro di Rai radio 3 “fahrenheit”); 2) il grande proliferare di iniziative comunali e private, dove trovano spazio reading, presentazioni di libri, laboratori di scrittura e di lettura (ricordo, a questo proposito, il laboratorio “Artemis” che conduco a Vicenza dal 2001). Questa seconda prospettiva sopravvive quasi autonomamente, seguita da un pubblico piccolo ma fedele, “marginale” rispetto ai grandi eventi di moda. Che non significa, per forza, di minor spessore: certe letture catacombali possono essere più mediocri, rispetto, per esempio, a “Pordenonelegge” o a “Dire poesia” di Vicenza (purtroppo defunta), in cui ci sono centinaia di ascoltatori attenti e poeti di sicuro valore. L’aspetto inquietante sta nella precarietà economica in cui avviene ciascun evento, raramente sostenuto dai privati, che non vedono un vantaggio immediato nell’investimento.

Esistono strade per recuperare quella rilevanza che in altri paesi al poeta viene riconosciuta?

Non vedo strade di facile costruzione. Occorrerebbe rifondare la cultura dell’italiano medio, edonista e moralista nel contempo, un cortocircuito che incarna i conflitti di una società schizoide perché cambiata rapidamente, al punto da far convivere, con attrito dolente, l’arcaico e il moderno in molti cittadini italiani, semianalfabeti eppure espertissimi nello sport, nella cucina e magari nella letteratura di consumo. Esiste tuttavia una ragione più profonda per la quale la poesia italiana non trova un popolo (che è altro dal pubblico): il fatto che non è ancora nata la nazione italiana ossia una terra unica dove ciascuno si riconosca parte attiva e nella quale fondare il proprio progetto. Siamo ancora nell’Italia dei comuni medioevali, per cui non può nascere una poesia che parli a tutti e del medesimo sentire: c’è invece il canto del singolo, che non trova fondamenti civili se non per contrasto ossia in forma di denuncia (con tutte le implicazioni ideologiche che essa comporta). Whitman, insomma, qui non può nascere perché gli mancherebbe la terra sotto i piedi. Ecco allora la solitudine del poeta, che è di natura sociale ed esistenziale, nella misura in cui non possiede una terra da cantare che non sia quella messa in ombra dal suo campanile.

***

Nel frattempo, al bivio

Come l’ala sfrutta il peso, chiedi un gesto
che porti in tavola o a dormire. Viene il mese giusto
intanto, con la sua muta affacciata ai frutti
in strada, che fanno aprile, nozze e ogni altro
a capo, per un soffio vivo e languido insieme
come se notte e cagna o giorno e angelo
sgorgassero qui, al bivio
con la platea da fare e la scrofa
che tiene il mondo in moto, che dispera
ai quattro angoli della lingua. E non c’è altro
infatti: autobomba, ladro, lavoro, amante
scarico dell’iva, tutto, dalla bocca
scuote le tende e nasce.

   

In Stefano Guglielmin, Le volpi gridano in giardino, CFR edizioni, 2013

8-e-mezzo

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