La poesia – comunicazione, l’utopia e la deviazione dell’immaginario di Sonia Caporossi

La poesia – comunicazione, l’utopia e la deviazione dell’immaginario di Sonia Caporossi.

   

   

Tre settimane fa ho ricevuto un invito da parte di Paolo Polvani che mi chiedeva di dire la mia circa il nesso intercorrente fra poesia, immaginario e utopia, a partire da questa frase di Daniele Barbieri: “L’uomo fonda le proprie strutture, sociali e tecniche, a partire da un desiderio che si fonda sull’immaginario”. Confesso che, contrariamente all’amico Paolo, considero l’argomento molto intricato e ben poco predisposto ad un esito ottimistico. Le motivazioni sono abbastanza patenti, cercherò di andare subito al punto della questione.

La mia idea, derivante da una lunga osservazione dei fenomeni socioeconomici in atto anche in riferimento all’industria culturale, è la seguente: se “le società vivono in intima connessione con il desiderio e con l’immaginario”, la poesia, che dell’immaginario storicamente si è sempre arrogata il diritto d’espressione primigenio, a maggior ragione oggigiorno, nella vita reale, nella quotidianità appare svilita nella propria funzione nobilitante, rattrappita nella propria capacità comunicativa, oppressa da forme suasorie “altre”, in particolare quelle dell’universo comunicativo massmediale, che l’hanno ben presto spiazzata e sostituita nel proprio compito immaginifico e ideoforo.

La poesia, fin dall’antichità, ha sempre avuto il compito di esprimere, attraverso l’uso precipuo del linguaggio metaforico, il senso e lo spirito di un popolo, la fenomenologia compiuta della sua civiltà  (“il genio della lingua è anche il genio della letteratura di una nazione”, diceva Herder ispirandosi a Hamann). In questo senso, ha ragione Roland Barthes quando afferma che è proprio nel “lavoro di spostamento” che lo scrittore “esercita sulla lingua” a prendere corpo la capacità, insita da sempre nella letteratura, di farsi portatrice di un messaggio di rinnovamento oltre che estetico anche ideologico, e quindi sociale. Ma quale civiltà oggigiorno la poesia potrebbe arrogarsi il diritto di rappresentare, tutelare e proteggere nelle proprie archetipiche cristallizzazioni culturali?
In una civiltà come l’attuale il principio di ragione ha lasciato ormai da tempo il passo al principio di piacere, la sfera razionale ha ceduto la poltrona ad un irrazionalismo nemmeno più nietzscheano, ovvero emancipatorio, bensì solamente sordo e ottuso, in cui la violenza dogmatica e la chiusura asfittica all’interno della propria dimensione personalistica sono padrone del formicaio sociale in cui giocoforza ci aggiriamo come insetti, urtando gli uni contro gli altri a vuoto con le nostre tristi antenne atrofizzate, appendici sensoriali rattrappite e stanche, che non consentono più una genuina intercomunicazione fra parlanti e poetanti (in senso lato); e quando dico “genuina intercomunicazione”, mi riferisco ad un parlare che non si dia sotto l’egida dell’interesse, che non si manifesti necessariamente come merce economica di scambio.

Ho di recente descritto questa nostra civiltà abbrutita all’interno di un monologo letterario – filosofico in cui è Hegel a parlare in prima persona e di cui, a titolo esplicativo, mi piace qui citare un breve passo: “A me sembra che in molti filosofi della vostra sordida contemporaneità postmoderna, afflitta dalla soverchieria tumorale di un astio concettuale più o meno faceto, ci sia un diffuso timore antisacrale, che si appoggia ai puntelli della critica feroce contro l’autorità della ragione. Se la ragione è sovrana il singolo allora ha sempre torto. E siccome dopo di me il singolo è rimasto solo come un cane (mica per colpa mia, ma perché così alla fine è andato il mondo!); siccome voialtri disperati parete vivere orfani del senso delle cose, solitari nella folla, in una sorta di rinnovata età postalessandrina, in cui la polis ha rinnovato la fotografia sul proprio certificato di morte facendovi sentire dispersi sulla superficie nuda della crosta terrestre come formiche in colonna, o peggio, come vermi adamitici senza la foglia di fico a coprire le pudenda celenterate, che si contorcono nel caos della perdita di senso; allora il singolo, – tutto – sensi – senza – senso, ha il timore di essere sopraffatto da una ragione che pretende possa essere esclusivamente concepita come sovrana, come il logos imposto e prevaricante del Leviatano di Hobbes. Siccome non c’è una sola verità (e quando mai avrei detto il contrario!), allora non c’è verità da nessuna parte. Il che, sinceramente, come sillogismo, mi sembra quantomeno fallace.” [1]

Ma allora, di quale verità possiamo parlare, se oggigiorno il relativismo è diventato a sua volta un assunto assoluto? Vero è, ad esempio, che tutto, nell’era di internet, è divenuto conversazione e comunicazione in tempo reale, tale che ad essere reale è rimasto solo il tempo, e virtuale è ormai tutto il resto. Vero, da alcuni punti di vista (nonostante alcuni altri siano di gran lunga opinabili) che persino “i mercati sono conversazioni”, come affermava già nel 1999 il Cluetrain Manifesto, movimento di pensiero il quale, in tempi non ancora sospetti, intendeva intervenire sull’immaginario collettivo modificando il modo di vedere internet e l’e-commerce. In effetti il Manifesto era un atto di denuncia dell’estraneità e dell’alienazione (in termini evidentemente hegeliani) della nostra cultura fondata ormai su un deviante e deviato uso del business: un business che, da quando è uscito il Manifesto fino ad oggi, non ha mai smesso di coinvolgere, istigando al consumo coatto, qualsiasi aspetto del vivere civile, anche l’arte, anche la filosofia, anche la poesia. La proposta utopica era, allora, quella di ritornare ad una originarietà dei rapporti e degli scambi interpersonali fondata sulla voce umana come territorio preferenziale del potere della parola. L’augurio era che ciò fosse “una dichiarazione di esistenza da parte di migliaia di persone nei confronti di una civiltà nella quale non si riconoscono” [2]. E questo già accadeva in termini socioeconomici ben prima che venissero forgiati i concetti di Wikinomics e new Alexandrians, i nuovi Alessandrini che sarebbero oggigiorno portavoce di una ipermoderna scienza della condivisione internettiana totale.
In effetti oggi ogni individuo ha la sua voce e internet non fa che amplificarla mescolandola dialetticamente alle miriadi di voci umane che fanno del mezzo telematico un background preferenziale di comunicazione. In questo contesto, la Rete è composta interamente di voci dietro cui ci sono persone in carne ed ossa, le quali in teoria sarebbero dotate di apertura mentale sufficiente ad espellere automaticamente dalla propria dimensione conscia tutto ciò che è sovrastruttura, finzione, falsificazione precostituita. I mercati, infatti, originariamente erano luoghi innanzitutto di conversazione, non virtualità individuate dai settori demografici. Il punto in questione, ancor oggi, è la pretesa di affermare la totale estraneità del Web (del vero Web, quello composto di persone che scambiano parole, di parole che scambiano pensieri, di pensieri che si scambiano realtà, o meglio, iperrealtà virtuali) a tutto ciò che è mercato, invito al consumo a scopo di lucro, prepotenza del denaro ma non solo: anche del semplice do ut des. E invece  in circa quindici anni, la visione confortante e utopistica del Cluetrain Manifesto è stata totalmente disattesa: il Web (è cosa sotto gli occhi di tutti, basti pensare alla struttura coercitiva di facebook!) è divenuto un luogo mercificato in cui la consapevolezza dei meccanismi di controllo e di potere massmediale da parte dei fruitori langue, in cui le arti suasorie della dimensione pubblicitaria hanno stravinto ovunque, in cui non c’è pagina che non abbia tag, banner, link aleatori a qualcosa che non possiamo controllare né scegliere da soli.
È quindi importante, in questo senso, denunciare l’avvilente situazione della società post-neo-capitalistica nella quale viviamo, in cui troppo spesso sembriamo vivere addormentati e cullati dal suono confortante di un jingle pubblicitario, laddove persino l’arte libera, da sempre quella cosa che, per essere tale, non deve essere invischiata con interessi di potere, ormai soggiace alle regole del branco socioeconomico che ne ha fatto uso e consumo.
Per questo, in un certo senso, ma anche in un altro e in un altro e in un altro ancora, è vero che “i mercati sono conversazioni”; e tutto ciò è vero per l’attuale business come anche per la poesia, essendo quest’ultima la suprema forma di conversazione – comunicazione artistica ed estetica che ha preso piede su internet, all’interno dei social network, dei forum di discussione, di Youtube, dei lit-blog e delle riviste online, in cui tutti vi si cimentano. Il fatto è che la poesia non permea più tanto la quotidianità della vita reale, laddove invece la gente, la massa indistinta statisticamente individuata da istogrammi deprimenti non legge più, non si appassiona più, non ama più il verso, l’arte, la creatività, e cultori della materia rimangono i singoli, solitari nella folla; la poesia ha subito un processo di massificazione in base al quale non sta più tanto fuori dallo schermo, bensì dentro lo schermo, in quel tempo sospeso, perpetuamente revisionabile e modificabile, della vita virtuale della rete: ovvero nel non-luogo dell’utopia.

Siamo nell’era del digito, ergo poeta sum, e con questa indeterminatezza di fondo dovremo prima o poi fare i conti definitivi. La poesia e l’arte in generale da un lato s’avvantaggiano di questa indefessa e totalizzante possibilità d’espressione e di comunicazione globale internettiana del sé, essendoci poeti su poeti che pubblicano e fanno leggere i propri versi, e li fanno girare formando reti di scambio in cui si sovvertono le gerarchie castranti e soverchianti dell’editoria, le piramidi sociali del potere e del consumo; eppure, dall’altro lato, la poesia e l’arte vengono svilite proprio da quel consumo, dall’uso e dall’abuso, dalla reduplicazione indefessa dei poeti, dei temi, degli stili e delle forme, poeti, poetucoli e poetastri, dissimulati e sparsi fra poeti, gran poeti e poetanti. Se anche l’immaginario collettivo, oggi, è diventato come un barattolo di Coca – Cola, soggetto e oggetto contemporaneamente del proprio consumo, come in una opera di pop art, accade allora che attraverso il mercato globale della Parola Abusata, in quanto Arte Abusata di conseguenza, questa resa dei conti con il consumismo di se stessa, la Poesia ch’è Poesia, debba proprio finire per farla. E chissà che non la stia già facendo.

 —————————————–

[1] Sonia Caporossi, “Hegel: un monologo”, su Quaderni di Dialettica E Filosofia, – ISSN 1974-417X [online], Novembre 2014 http://www.dialetticaefilosofia.it/public/quaderni/302_desiderio.pdf

[2] Internet Magazine,  N°5/Giugno 2002.

                           

ran - akira kurosawa
ran – akira kurosawa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: