“Con-tenuti (Migrations)” racconto di Alba Gnazi

“Con-tenuti (Migrations)”

racconto di Alba Gnazi.

                       

  

Che poi senza ormeggio dov’è che posso lasciare gli occhi (dimmi), a cominciare da questo liquido che m’affossa i pensieri, pubblicità d’ingresso senza speaker (mute and nude way) solo – odore, che poi

il sapore potresti mettercelo tu, se solo mi guardassi un istante, se solo mi accogliessi oltre questo tavolo e i continenti che si allargano, se solo mi con-tenessi, come un’urna cineraria, una scarpa tacco sette, una copertina di pelle – che vedi

 so migrare di tela in idea, come un’ipotesi o una margherita senza gambo, a braccia aperte tra l’erba e altre con-sistenze fitte, che poi d’un tratto sorridi –

(sorridi) a labbra piene stese appena, ed è segreto il biancore più sotto, è privilegio che non si espone, privilegio per chi si dispone (a. … .).

Levi un dito per avere un altro drink con la grazia di chi sa che subito verrà accontentato, con l’autorevolezza di chi, se chiede, è solo perché vuole essere ancora più sicuro; con la sonorità piana e scorrevole di ottantotto tasti accordati, quelli che il ventre mugola indolenzito di piacere, che il soffitto è un segmento che incornicia imprevisti e fumo, mentre le voci s’infrangono tra risa e mani sulla schiena, mentre –

ma sì, guardami anche tu, io non faccio altro, distratta appena dal dialetto, da questa gorgia che dove sono nata io non esiste, dove sono nata io non si usa, e che m’è più dolce d’un leopardiano mare, qui, accanto al bruno dei tuoi occhi, ai calici che s’incontrano in un addio o un benvenuto o un (ancora?) –

 che poi vorrei fosse New Orleans e gli anni Trenta,  gonne pesanti e  boccali vuoti, tra una preghiera in ginocchio e un assalto a realtà proibite: invece è questo luogo sul Mediterraneo ed è adesso, tra gonne leggere e boccali vuoti, e mai ho iniziato a pregare (mai inizierò), mai fino a ora che

scacco matto alla decenza, levo il bicchiere e con gli occhi ti sfido, raccolgo i metri che cincischiano ipocrisie e tu mi mostri quel biancore che sospetto: ridi, ridi pure, che ora ti raggiungo, che ora mi raggiungi : t’alzi su, sposti la sedia, scontorni luci e bui tra una falcata e l’altra, t’avvicini e ti fermi e sosti immobile, in un silenzio più esclamativo di una sorpresa: le spalle incontrano la testa e le mani l’aria che mi sovrasta:

– Andava bene così?-

– Mh-mh … – biascico in un crescendo di tono, il spostato all’indietro e di lato;

– Vuoi un altro drink? –

Mugolo un altro mh-mh.

Ti volti appena, fai un cenno al cameriere, non ti siedi.

–         Ti siedi? –

–         No. Voglio guardarti. –

(Anche io. Anche io.)

–         Andiamo a casa? –

–         Subito? –

–         Sì. –

Usciamo al fresco, il mare nei pressi si liscia il pelo sulla riva e borbotta soffocate sconcerie.

–         Ti piace qui? –

–         Sì. –

–         Vuoi tornarci? –

–         Sì. –

Mi stringi la mano. Sei caldo e feroce.

–         Ti amo. –

–         Sì. –

Soddisfatto, strusci il mento contro la mia fronte.

Si è fatto tardi.

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