Contratto a termine di Luca Ariano, nota a margine di Claudia Zironi

Contratto a termine di Luca Ariano, Qudu libri Ed., 2018, nota a margine di Claudia Zironi.

    

    

“Contratto a termine” di Luca Ariano pubblicato nel 2018 con Qudulibri di Bologna, nella collana Fare Voci curata da Giovanni Fierro, dopo una prima parziale apparizione nel 2010 per i tipi di Farepoesia di Pavia, porta una prefazione del competente e stimato studioso di letteratura, politica e società Luca Mozzachiodi.
La prefazione di Mozzachiodi è ricca di riferimenti e illuminante per chi desideri inquadrare criticamente il libro prima di dedicarsi alla lettura. Io vorrei cercare di fornire qualche spunto ulteriore e un poco in contraddittorio con lui.

Innanzi tutto non mi sento di sposare la definizione “romanzo in versi” che già fu data a questo libro alla sua prima uscita. Da un romanzo ci si aspetta continuità della storia, ci si aspettano fatti, magari non eclatanti, magari interiori, magari svolti in libero flusso di pensiero, magari surreali, ma fatti, fatti che dettino una trama. Ci si aspetta un tempo cairologico a cui appigliarsi.
Un “romanzo in versi” per eccellenza è a mio parere “La ragazza Carla” di Elio Pagliarani per dirne uno, restando nel “civile” e nella contemporaneità.
Ma anche “romanzo in versi” si possono dire le altre opere di Ariano dal titolo “Ero altrove” e “Bitume d’intorno”.
In questo “Contratto a termine”, diviso in cinque sezioni, ritroviamo i personaggi – ricorrenti anche nelle altre opere di Ariano, scaturiti probabilmente da fenotipi della Lomellina dell’infanzia del poeta – di Teresa solo a partire dalla terza e di Fiulin e del Professor Emilio solo a partire dalla quarta, mentre nelle prime sezioni l’interlocutore in seconda persona non ha nome e a volte pare coincidere con il poeta stesso.
Le poesie consistono in flash di vite, di storia, di paesaggio e di atmosfera – questo è certo non comune punto di originalità nella composizione di Ariano – che dettano lo scorrere dei giorni padani a cavallo del vecchio e del nuovo millennio, nel momento della resa dei sogni.

Altro grande pregio di queste belle poesie è far sentire al lettore la patina uggioso-nostalgica di un tempo-luogo immobile in se stesso, salvaguardato dalla rassegnazione e dall’inconsapevolezza di chi vi è immerso. La stessa aria si respira quando l’ambientazione si sposta in Spagna o in Lazio, la città viene vissuta solo marginalmente, come corpo estraneo, alveare provvisorio e senza attrattiva. Come se il poeta e i suoi personaggi non potessero staccarsi mai da un paesaggio interiore. Più che di elegia, come fa Mozzachiodi, dovendo definire un registro evocativo generale del libro, parlerei di saudade.
E se dovessi illustrare i versi sceglierei senz’altro i quadri di Hopper: i loci ritratti risulterebbero esotici ma l’attimo quotidiano fermato e cristallizzato fuori dalla storia è proprio operazione affine a quella intrapresa da Ariano. Come colonna sonora sceglierei Guccini di “Fra la via Emilia e il West” o qualche De Andrè. Più di una volta, del resto, ho ravvisato citazioni cantautoriali nelle composizioni di Ariano, molto ricche di richiami a modi di dire noti alla cultura popolare. Perfino la eco di Leopardi nei versi “proprio quando sul colle infinito/ si agita il bastone con un volto d’eremita” e Dante, che dà il titolo all’ultima sezione “Genti dolorose”, sono presenti come prestiti di cultura scolastica pop e convivono armonicamente con slang contemporaneo e dialetto lomellinese.
Troviamo una felice coerenza tra linguaggio, dettagli ambientali e contenutistici, ritmo e gli obiettivi “civili” che il poeta desidera conseguire.

Ancora un punto sul quale desidero amichevolmente dissentire da Mozzachiodi: “Non abbiamo in Contratto a termine, e in generale poco spesso anche nell’Ariano più lirico, versi memorabili, clausole fulminanti, quel che conta è l’insieme.”
Per farlo vi propongo, in chiusura di questa breve nota di lettura, alcuni estratti che mi hanno particolarmente emozionato e due poesie intere:

    

… mentre la madre
chiama la sua Bea – identici occhi di neve
che si squaglieranno,
ritorna alla mente il Peppino, l’ultimo
ranat, spazzato una sera sul suo Garelli
da un furgoncino della SIP;

(pag.17)

     

…specchio
opaco d’un altro decennio
con ancora l’odore delle bombe sotto gli occhi.
Un vecchio osserva le cosce d’una ragazza
e ritorna ai frettolosi amplessi
tra macerie e sirene quando un bacio
poteva esser l’ultimo prima della cenere.

(pag.23)

     


Prenderà un treno per Roma nell’illusione
d’un lampo di labbra per poi tornare
dalla Tiburtina senza un po’ di riso.
Il transito nella galleria ha lasciato
solo un vento ad accapigliare i giornali
del giorno prima e il pietrisco del fogliame.

(pag.31)

      

nascere in Lomellina è un sospiro d’autunno.
Ti bombardano di messaggi
e giù a rimbrottare che ai tuoi tempi
non c’erano, che loro non si scambiano
un’occhiata, immersi nelle cuffie.
Aspetti ancora che i viali splendano
del suo riverbero e non delle abusate
luci natalizie sotto i portici.

(pag.35)

     


ti racconterai a uno sconosciuto
che già s’è scordato la tua storia:
tanto domani s’ammazza!

(pag.37)

    


In quella cittadella dello shopping
non ti rimane che bere per non vedere sguardi
assatanati di vetrine, di plastica, tinture
e pelli tirate senza il placido invecchiare
d’un volto grinzoso.

(pag.44)

*

     

In quella casa Teresa ha trascorso
stagioni – quando hai gli occhi spensierati,
ma le generazioni passano
e delle onde sugli scogli rimane un po’ di sale
a erodere il tempo d’un tuffo.
Fiulin le conosce bene quelle case,
lui che ancora gioca con l’Enrico,
stanotte in riva all’Enza con la gola trepidante
e calzoni stirati dal vento d’una promessa
non ancora mantenuta.
L’Emilio una domenica a Milano senza partite,
nell’imponente silenzio di San Siro
tra cani scodinzolanti e stoviglie della festa,
a svuotare scatoloni come prima d’un ritorno.
L’Andrea voterà socialista – forse per tradizione:
suo padre commosso
a fischiare l’Internazionale
che manco una lira avrebbe preso negli anni Ottanta.
Guido è rimasto comunista per quarant’anni
anche quando suo fratello Paolo
non è più tornato dalle valli
e il Maresciallo Tito era un altro sogno
da riporre in cantina.
Sicuramente lui c’era quando han bruciato
Giordano Bruno: ha filmato tutto
col videofonino e lo puoi scaricare su you tube
ma per le scene piccanti lo trovi su you porn.

*

      

I cavalieri d’Annibale
presso il Ticino sconfissero
i fanti di Scipione in fuga sul Trebbia.
I cercatori d’oro – dai tempi di Plinio –
setacciano il fiume e ora non rimane
che pescare metalli pesanti
mentre la Tavola Periodica sgorga dal rubinetto.
Teodosio non ci credeva poi molto in quel Dio,
preferiva Apollo e Marte,
ma il potere delle religioni vale più di mille eserciti.
L’Emilio ripassa la sua storia
e quando Claretta sul divano si struscia,
manda giù il suo boccone amaro e gli anni all’Università.
Il professor Piero non capì mai
l’azione di Via Rasella ma il figlio Franco
forse ci sperava davvero nella Rivoluzione.
Nell’antica provincia romana c’è odore
di raffineria, di petroliere nel porto
che tanti sghei hanno portato:
quei giovani sorrisi non diverranno mai padri.

*

in apertura L’orco non dorme mai sotto il letto, Lara Steffe, 2018

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