Il soggetto materno, editoriale di Cristina Annino

Il soggetto materno, editoriale di Cristina Annino.

     

     

Esistono varie modalità di trattare poeticamente il soggetto materno, alcune presentano un valore indiscutibile, altre lasciano il lettore indifferente. Credo che ciò sia dovuto al fatto che la figura materna per non diventare un incidente di notevole banalità poetica, debba essere immessa, al pari di ogni altro grande sentimento intimo, nella zona inconscia del mito. Qui, ovviamente, si dissolve l’identità del reale ed sarà l’Io a regolare la vita di relazione.
Il mito infatti, quale rifugio di un evento avulso dalla propria realtà e assunto in prima persona dall’autore, aprirà il simulacro evitando lo standard, l’affettività tout-court, i ricordi edulcorati, i rimpianti, le riappacificazioni postume, ecc. Eviterà il circolo viziato della biografia espressa attraverso l’alter ego autobiografico. Giacché, in questo caso, due sono i ruoli, e c’è quindi il doppio rischio della codificazione.
Allora: si tratterà di prendere in esame un certo dato (la madre) elaborarlo quasi indirettamente, direi a margine, ed immergerlo in ciò che non importa gli appartenga in modo consapevole né tanto meno biografico.
Con le poesie e con il racconto che propongo su questo numero di VR, non ero quindi interessata ad esprimere poeticamente quel che sapevo di lei, bensì ho tentato di rappresentare mia madre con immagini che lei stessa ha generato in me forse, senza neppure averne coscienza.

Mitizzare, e qui termino, non la considero un’operazione limitativa né tanto meno agiografica. A mio modo di vedere, ci sarà mito allorché l’autore renderà il soggetto quale effettivamente è, nella maniera però non pensabile da altri (non credo che a nessuno interessino i fatti reali di qualcun altro. A meno di non entrare nella spigolosa polemica della “purificazione del linguaggio”.)
Tale procedimento implica, oltre agli spostamenti di ruolo, l’invenzione di “stati” credibili. Sceneggiatura e macchinazione. Dove non c’è scena, il soggetto su cui si lavora poeticamente non cresce, non respira, non si allarga in una sua realtà vera anche se simulata.
Come dire, più l’autore sprofonda nella rappresentazione biografica dell’intimo di qualcuno, meno qualcosa di importante circola.

         

 

Paolo Figar, Sirena, 2016

 

3 thoughts on “Il soggetto materno, editoriale di Cristina Annino”

  1. certo, si scrive per deformare a piacimento, ed è buona scrittura se la deformazione è credibile. i testi precedenti dell’Annino su questo stesso sito ne sono la conferma.

  2. Il far sprofondare il materiale biografico nel mito è la strada maestra per scrivere buona poesia. Il mito offre archetipi che legano l’istantanea contingente della vita personale al film eterno di qualunque altra vita e al materiale psicologico così come è scaturito dalle origini. Non si tratta dunque di scattare selfie in cui trascinare a forza la propria madre, ma di aerarla e attendere possibili fall out poetici. Come scrive Annino in una delle poesie dell’ottetto: “(…)lei evapora sulla pira/entrando in me come gas o siringa.” Alla maniera dei surrealisti si potrebbe dire: “ceci n’est pas une mère” o lasciarsi suggestionare dall’aura imprevedibile che il soggetto crea, senza riferirsi direttamente a esso. La pratica surrealista porta direttamente anche all’altra idea indicata da Annino della “sceneggiatura e macchinazione”. Bisogna essere consci che la scrittura poetica è sempre seconda rispetto alla biografia e alla vita vissuta e rientra nella possibilità offerta dai giochi linguistici. Si potrebbe pensare a un effetto di straniamento, eppure anche la tragedia greca è tutto un procedimento che riguarda la sceneggiatura e la macchinazione. E lì potentissime madri, fatte di pietra e di ferro, sfuggivano alle maglie troppo strette dell’intimismo e della retorica e ponevano interrogativi fatali su come nella relazione l’amore sia sempre legato all’odio.

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