Cucine abitabili di Paolo Polvani, note di lettura di E. Rambaldi e C. Zironi

Cucine abitabili di Paolo Polvani, M.R. edizioni, 2014. Note di lettura a cura di Emanuela Rambaldi e Claudia Zironi.

  

   

Cosa sono le cucine abitabili?

Luoghi dove far accomodare, intrattenere, vecchi amici – ospiti di passaggio – dove sorseggiare con calma un caffè – per il semplice gusto dell’ospitalità, chiacchierare – prendere tempo – dilazionare.

E intanto guardarsi intorno, cogliere le presenze, raccogliere i pezzi, ritrovarsi.

Dalle finestre si scorgono panorami abitati da musica e rimpianti e domande che provocano groppi alla gola, paesaggi vasti che si abbracciano con lo sguardo, dove – come in un campo lungo felliniano – ad uno ad uno ci appaiono le città e i loro abitanti, le musiciste, la morte, le malattie, le madri, i corpi e i ricordi, e tutti i vivi e tutti i morti sembrano prima o poi passare di lì.

I versi, come profumi, aderiscono alle immagini che evocano, così lontani dalla poesia elucubratoria che sempre lascia il sospetto del vuoto. Qui le parole riempiono, come in un quadro o un film, la tela o lo schermo, e riempiono con pennellate fluide, con carrellate morbide, invitandoci a spostare lo sguardo, a guardare ancora, ad ascoltare.

Per noi che leggiamo è come sbirciare dalla finestra, ma non come voyeur sull’intimità altrui, solo come invitati timidi che si attardano all’esterno e annusano la familiarità che li accoglierà tra poco, quando finalmente si decideranno ad entrare.

    

Il giorno che morirò

Mamma, il giorno che morirò
il cielo continuerà a essere
sfacciatamente azzurro?
e il mare a sussurrare parole
indecifrabili e salate?
scodinzoleranno i cani il giorno
che morirò?
lumacheranno le lumache e i gatti,
gatteranno i gatti?
mamma il giorno che morirò le portinaie
ciabatteranno ancora? e le campane
avranno da ridire le campane?
e i fornai? germoglierà nelle strade
il profumo del pane?

Il giorno che morirai accadrà tutto questo,
e le ragazze avranno ancora sguardi innamorati
e i tram si fermeranno ai semafori.
Il giorno che morirai i muratori avranno le mani
sporche di calce e il mondo
sarà quello di prima, con le lacrime agli occhi
e i sorrisi di sempre, le parole
nella tromba delle scale e i bambini
che corrono, il giorno che morirai ci sarà il sole
o forse pioverà.

Allora mamma, il giorno che morirò
sarà una festa, tu, per favore,
tieni la finestra aperta.

     

Emanuela Rambaldi

   

***

   

Paolo Polvani è il poeta della comprensibilità, il poeta che accede ai sensi e alla fantasia porgendo al lettore il verso con garbo e delicatezza, fornendogli chiavi di interpretazione inequivocabili, tenendolo per mano con affetto nel percorso di lettura. Ma è anche il poeta dello stupore. Non si può rimanere indifferenti di fronte al suo sguardo attento, rivolto ai minimi dettagli delle situazioni, mirabilmente descritti con metafore e accostamenti di aggettivi ardimentosi. Lo studio accurato di ogni singolo lemma è tanto più apprezzabile quanto mascherato e confuso in un’apparente ingenuità fanciullesca.

Questa silloge è divisa in due parti: “le cucine abitabili”, dove assistiamo a un’esposizione intima, di momenti che potremmo definire “casalinghi” in quanto riferiti al sentire del poeta, al suo godere la vita – apprezzarne i semplici momenti – agli affetti, ai dolori e alle paure; e “i paesaggi commestibili”, dove lo sguardo è rivolto completamente all’esterno, un esterno mediato da personale gusto e sensibilità.

Basti leggere della malva, ripresa in entrambe le sezioni: nella prima è associata a una donna, a un’emozione che dall’interno sembra espandersi verso la malva stessa; nella seconda vive di vita propria, oggetto di osservazione e germe dell’emozione.

    

La malva (1)


Sonia, in orario
perfetto viene all’appuntamento,
col vestito nuovo e un alfabeto
di bucato, lo riconosci, guarda,
nella malva, e la sua voce
è l’ape, è l’insetto
che ricama il campo rigoglioso della luce.

***

La malva (2)

Non chiedere altro che la malva
profusa a sbuffi sul ciglio
del sentiero, aggrappata
a maggio in un disperato
tentativo d’immortalità

incidere la pura gioia dell’istante
nella ruota del mondo

Entrambe le sezioni sono interessanti, piacevoli, mai banali. La scelta delle poesie è curatissima e non ci sono cadute, semmai voli di alta arte come in Il giorno che morirò e in Le cattedrali impelagate.

Nella seconda sezione, dei paesaggi, del poeta si percepisce una grande gioia di vivere, se ne scopre l’amore per lo sport e per la natura. Perfino i rari paesaggi urbanizzati sono intrisi di natura come ci trovassimo in una sorta di Arcadia dove l’uomo fosse riuscito ad integrarsi perfettamente con la propria origine. Non si tratta però di poetica bucolica bensì di poetica della consapevolezza e della pace interiore.

Qui ci compete il chiarore delle piazze.
Questa è la mia terra: l’indicativo presente
delle cattedrali, il bagliore algebrico
delle pietre. Quanti orizzonti hanno sostato
nella traccia del vento intorno ai campanili,
e derive di costellazioni, teorie degli equinozi,
la progressione aritmetica dell’ombra
e variabili per noi indecifrabili nella gloria
degli arcobaleni. Si dipana questa terra, si spiana
secondo un criterio orizzontale, per isobare
di vigne, per fragilissime ondulazioni di uliveti
che rendono ineluttabile l’incontro. Cosa
si addice ai campanili ? Gli armistizi delle maree,

Gli “armistizi delle maree”, ecco: di armistizi si parla, fra l’uomo e se stesso, fra l’uomo e la natura, fra l’uomo e la vita, la morte, l’amore, la paternità… si parla della gioia di essere viventi.

Più complessa la prima parte del libro, le “cucine abitabili” che tratto per seconda. C’è tantissimo in questi versi della filosofia di vita e dell’interiorità del poeta. La sezione risulta di più impegnativo approccio per la varietà di contenuti tenuti insieme dal filo conduttore dell’anima “abitabile” dell’autore. Ho apprezzato ogni singolo verso e ne cito alcuni:

Che meraviglia questo mare che non rasserena.
Ci sono finiti dentro i nostri anni, e i nonni
ci si specchiano dal cimitero di Antignano.

***

Di questo corpo sgangherato
sarò io la traccia
per una breve svolta della via,
poi, sopravvivrà una scia
come nel cielo restano i segni
del volo degli uccelli

in questo corpo io ho abitato
in questo corpo che cigola
come le portiere delle vecchie auto

….

è esattamente questo ciò che io
chiamo mamma

***

Viaggiare è anche la scoperta delle nuvole,
la meraviglia di un volo radente
che abbaglia le pupille. E’ anche
un balbettio di coordinate, un ansimare
che condensa la pioggia, un’inesausta
sequenza di dimenticanze, un risvegliarsi
nel luogo esatto da cui eravamo partiti.

***

Santo spazzino, possa la tua scopa accedere alle nostre anime,
sferrare colpi di ramazza nei pensieri, nei desideri,
è lì che si annida la sporcizia, santo spazzino che non profumi.

E ora vi lascio con l’invito alla lettura integrale del libro che vi spalancherà le porte della buona poesia italiana contemporanea.

    

Claudia Zironi

copertina

 

 

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