Da Babbeleoteca minuta (inoperosa opera) di Giovanni Campi

Da Babbeleoteca minuta (inoperosa opera) di Giovanni Campi, con introduzione di Claudia Zironi.

   

   

Il libro di cui proponiamo alcuni estratti ha una storia bizzarra, surreale – direi – quanto il suo contenuto. Innanzi tutto non è reperibile sul mercato. Le prime quattordici “centurie” (G. Campi le chiama così – anche se al momento i brani non sono cento – forse in un omaggio manganelliano) avrebbero dovuto essere pubblicate a seguito della vittoria conseguita in un concorso ma questa pubblicazione non si è mai concretizzata. E’ dunque un libro-fantasma. Ma è anche un libro in gestazione, ancora incompiuto. Condizione peculiare assai per un libro edito ma non edito per mera contingenza.

Un viaggio surreale dunque e metafisico quello che si compie nella Babbeleoteca minuta di Giovanni Campi; ad ogni inquadratura pare di trovarsi in una nuova opera di Escher dove scienza e filosofia si sposano in un contesto spiazzante, difficile ma pure godibilissimo perché Giovanni Campi è anche ironia – come lo era Escher – e il lettore, ogni qualvolta riesca a superare una certa sensazione di inadeguatezza e di smarrimento, trova intelligenti occasioni di sorriso. Che le “avventure del Signore” inizino con  la sua fucilazione e con l’inesistenza del perdono la dice lunga sui successivi sviluppi delle “minute” in assenza totale di clemenza e di speranza: ubiquità e non-luoghi, un dio senza motivazioni e senza risposte, risposte senza domande, porte che conducono sia dentro che fuori ma né dentro né fuori, dubitose voci divine fuori campo, amnesie e infiniti riflessi che fanno dell’uomo un accidentale elemento quasi di ornamento estetico ma anche di disturbo – ineziale – nella perfezione del nulla imperante. E le torri: simbolo della lingua che occorre, poi decade, si frantuma, cerca se stessa nelle macerie della comunicazione, si ricrea, si contrappone nella sua inadeguatezza alla comprensione di ciò che è incomprensibile. L’uomo è limitato dalla lingua, quanto dalla propria scienza fisica, dagli istinti e dalle paure, pare dirci Campi – grande illusionista – che nei suoi non-sense sembra vedere ben oltre queste limitazioni. E così i non-sense si ripetono in modo ossessivo, come fossero un mantra: “Non c’erano dati che fossero dati: tutti, tutti i dati erano dati come non dati. I lati, e le porte con esse, gli angoli, e le scale con essi, tutto ― tutto era una imago distorta. E il signore ― una figura trasfigurata.”

Vi lasciamo ora a tre “minute” da Babbeleoteca. C.Z.

* 

plotone d’esecuzione

“Mon dieu! Ô mon dieu!”   –  disse il Signore.

La vita del signore era stata costellata da una serie di avvenimenti a dir poco sconcertanti, l’ultimo dei quali fu appunto di trovarsi, tradito da uno, e ancor di più da tutti coloro non l’avevano creduto, dinnanzi ad una platea fatta di persone pronte a tutto sí ma non al perdono. Come se il perdono non fosse fatto per costoro, come se il perdono non esistesse punto.

Due uomini gli erano accanto: c’è chi dice che soltanto uno venne salvato, un altro invece dice che ambedue furono condannati, altri ancora tacciono sulla questione. Come dire che dei fatti ci son versioni discordanti, cui credere o meno; cui dar credito, e credibilità, o, per lo meno, verosimiglianza. E se invece fossero vere tutte le versioni? o false amendue? Forse la verità era nel silenzio di quelli che tacevano? e perché la tacevano?   Era   dunque  una  verità   indicibile?  o
semplicemente non riuscivano a far corrispondere le cose all’intelletto di esse?

“Un, due, tre: fuoco!”

C’era dunque un numero per ognuno di loro, e il fuoco per tutti.

“Mon dieu, Ô mon inaccessible dieu!”

***

tetr’agone m’usi che musica non m’usa

Il Signore era ai quattro lati d’una figura che potremmo definire come un teatro da burattini, ma senza piú burattini né burattinajo, o come uno scacchiere, o scacchiera, ma senza piú pezzi: le torri, cadute, e no,  né re né regine, né manco nel c’era una volta; del cavallo nulla, se non la mossa, ma no, nessuna mossa né altro da fare.

Agli angoli, avanti a sé, o dietro di, i pezzi di quella grantorre e di questa, la minuta. Come se la partita finita da sempre non fosse per altro mai stata giocata, eran pezzi del resto delle torri cadute, pezzi fatti a pezzi, rovine. Tra i resti di nulla ne immaginava alcuni come porte. Man mano che varcava la soglia, da cui n’era varcato, non sapeva piú ove fosse: se dentro o fuori. Qualora dentro, gli si diceva d’uscire. Qualora fuori, d’entrare. Talora si pensava dentro e fuori insieme, o fuor di sé e ritornato in sé; talaltra, riuscitone fuori senza per altro riuscire ad alcun ché. C’erano, ora li vedeva, gli occhi volti indietro,  avanti,   il passato da venire, avvenuto, e cosí il futuro, c’erano, ora li vedeva, altri resti, altre rovine: pezzi di scale, non tutti i gradini, no, solo alcuni, solo parti. Man mano che d’un  grado saliva, man mano che d’un grado scendeva, non sapeva piú ove fosse: se sopra o sotto. Qualora sotto, gli si diceva di salire. Qualora sopra, di scendere. Talora si pensava sopra e sotto insieme. Senza soluzione di continuità di notte il giorno del, di giorno la notte del: si destava al sogno d’un quadro d’insieme ma senza insieme, luogo & tempo ora mai comuni, quasi la memoria, non facendosi storia, fosse disfatta in storie senza storia. Nel corpo a corpo d’anime animate in agoni d’agonía, forse già morte, forse mai nate, si destava al destarsi d’esse, anime dal corpus esangue che langue al presente dell’assenza; anime di ricomposte lame che, fredde, fredda d’un colpo d’una e tutte le colpe; animelame che, diacce, diaccia di tutte e una colpa, d’un colpo ferite, d’inferire nel conto alla rovescia: tre, due, uno, zero prima della fine, prima dell’inizio nel diritto del rovescio, nel diritto a uno, due, tre.

L’ultimo desiderio, prima della fine. Prima della fine del desiderio, non desiderare alcunché, che non possa finire, né possa finire di desiderare ancora. Ancora.

L’ultima parola, prima della fine. Prima della fine delle parole, non dire alcunché, che non possa finire, né possa finire di dire ancora. Ancora.

Ancora, prima dell’inizio. Prima dell’inizio del desiderio, non desiderare alcunché, che non possa iniziare, né possa iniziare a finire il desiderio. Prima dell’inizio delle parole, non dire alcunché, che non possa iniziare, né possa iniziare a finire di dire, di nuovo. Di nuovo.

Di nuovo si destò al sogno d’una rivelazione, ma senza averne memoria, se non come d’una profezia da inverarsi ancora o non piú, senza averne percezione, se non come d’un’oscura chiaroveggenza: ai quattro angoli della terra, questo guscio pieno di vuoto, quattro angeli o custodi. Forse, da un lato, gli angeli custodi, uno per ogni torre  assegnata  non si  sa  da chi,  da  custodire,  e, dall’altro, gli angeli sterminatori, uno per ogni torre assegnata si sa da chi, da sterminare; forse i custodi della porta cui chiedere d’entrare, cui chiedere d’uscire, forse i custodi della scala, cui chiedere di salire, cui chiedere di scendere. Eventi rilasciavano e venti trattenevano, o, al contrario, il granvento del destino avanti ventava ad essi adesso, o ad uno soltanto;  forse l’uno non era affatto uno d’essi, non era uno di nessuno, o sí,  era uno di nessuno. Era ora il tempo ch’era stato: una tempesta, tradotta parola tradita dall’accento diviso, acuto senz’acuzie, grave senza gravità, suonosilenzio; una tempesta, tradita parola tradotta dall’accento gravido d’ogni ordine & significato, sí, ma avvolto nella volta del cielo in ogni disordine & gradus ad, in una e piú strofe all’ingiú volte, volte all’insú: una catastrofe, e piú. Nel cielo, la volta e i veli penduli nella volta di bocche spalancate dall’urgenza posteriore all’ultima preghiera erano sono e urlo, da disvelare e rivelare; saranno il nomade nome dell’ade, la monade d’abitare, da cui essere abitati, nella spiega da spiegare, dispiegare, ripiegare, a ché il significato sia solo sfiorato, sia solo tocco e toccato: a ché mani lievi  suonino,  d’uno strumento fatto di vento,  una musica di gratia per ogni disgrazia. Era ora il tempo ch’era stato futuro: una tempesta, detta progresso. Era ora il tempo che sarà passato: una tempesta, detta regresso a infinito. Intanto che nel dolore implacabile ci si senta sentiti e che nel male incurabile ci si sappia saputi: per tutti i popoli oppressi, per tutti i morti, era ora il tempo che sarà per essere. (Pausa).

    

E che sarà? E che sarà mai? Sarà mai? Sarà ora? (Pausa). Sarà, ora, tempo? (Pausa).

    

(Tempo).

   

***

labialalía

Il Signore forse vegliava forse dormiva.

Non si sa se in sonno o in veglia questa domanda: – “se senza suono ― quale il suono del senzasuono?”

Se senza suono, forse, e piú semplicemente, non aveva suono; e non aveva suono ché non c’era suono alcuno, se non cavo, fondo, fesso.

Il signore forse viveva, nonostante morto, forse moriva, nonostante vivo.

Non si sa, dunque, se da vivi o se da morti queste domande: “Se senza voce  ―  quale la voce del senzavoce? E, se senza nome, quale il nome del senzanome, o dei?”

Se senza voce, forse, e piú semplicemente, non aveva voce; e non aveva voce ché non c’era voce alcuna, di nessuno in nessun modo. E se senza nome, forse, e piú semplicemente, non aveva, non avevano, nome, nomi, quasi quali dei qualsiasi; e non aveva, non avevano, nome, ché non c’era nome d’avere, né da dare, ad esso, ad essi.

La sua, la loro, era una senza fissa dimora dimora, un’erranza, un errare, d’errore in errore, quasi che non ci fosse soluzione: né soluzione di continuità tra un passaggio e l’altro, di sonno o di veglia, di vita o di morte, né soluzione di sorta, e questa, forse, la soluzione; e questa ― la risoluzione, definitiva. E se l’essere nomadi non fosse che dare nome agli inferni adediretti, quelle figure come di passaggio, come a non figurare piú in alcun modo, i corpi ormai senza corpo?

Il signore forse vegliava forse sognava.

                  

Petra, Giordania
Petra, Giordania

3 thoughts on “Da Babbeleoteca minuta (inoperosa opera) di Giovanni Campi”

  1. gentilmente ringrazio versante ripido & claudia zironi, e tutti coloro son passati e passeranno di qui

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