da Blumenbilder di Giorgio Linguaglossa con introduzione di Andrej Silkin

Da Blumenbilder di Giorgio Linguaglossa con introduzione di Andrej Silkin.

   

   

“Sono trascorsi venticinque anni dalla stesura di queste composizioni. Ora esse sono defunte veramente. Adesso soltanto posso consegnarle ai lettori perché sono parole morte di un autore anch’esso scomparso tanto tempo fa da rendermelo, oggi, ad un tempo, familiare ed estraneo, irriconoscibile ed intimo. Penso che adesso, soltanto adesso, queste parole possono anelare un’altra vita, seppur larvale, di una vita che fu, ed ora è compiutamente defunta. Anche lo stile con il quale sono state cementate queste parole è uno stile defunto. Oggi non riuscirei a scrivere così neanche sotto tortura”.

Sono parole di Giorgio Linguaglossa. Possiamo definire Blumenbilder (opera scritta tra il 1988 e il 1990), una colonna sonora, una Sinfonia del Tramonto dove strumenti ritmici, a percussione, e violini estenuati producono effetti timbrici stranianti ed ammalianti; un énchantement,  un lungo tripudio ed epicedio del Tramonto, tematizzazione di un movimento di danza, di un valzer, in onda sonora, in costellazione metaforica e fantasmagorica. Un concetto di poesia inteso come finzione, recitazione e danza apotropaica dove gli attori intrecciano movimenti algidi e sensuosi, pronunciano parole sibilline e luttuose. C’è un «salone» dove una bellissima dama incede nel turgore del suo guardinfante «color fucsia» tra «i tre ritratti» e «i tre vascelli», tra il «sipario» di scena e «fondali» pittorici dove si celebra l’allegoria di un tramonto purpureo. I dialoghi tra il poeta e la bellissima compagna di viaggio (metafora della Musa, della Bellezza, dell’Enigma, volta a volta, Colombina, Ofelia, Lady Macbet), scorrono come lapidi della reciproca incomprensibilità («ma noi, dietro il diaframma, enigmatici»); parole luttuose che sortiscono, zampillano alte dal cimitero di ciò che è stato, parole di ciò che è divenuto incomunicabile, intrasmissibile, miracolosamente inesplicabili se rapportate alla onusta ipersignificazione della lingua della comunicazione universale.

Il principe che incede «con la sua giubba di ufficiale» è un sovrano spodestato, malinconico, è una «maschera» che abita il proprio delirio lacustre e paludoso; è il Signore di un «fondale» di teatro che il mondo della vetrina universale definisce irreale, derisorio, e lo ha, per questo, schernito. Siamo in un mondo che non può più tollerare la pienezza dell’esperienza estetica se non nelle sembianze dell’illusorio e del similoro. Il principe (Amleto, Arlecchino) e la bellissima dama (Colombina) abitano il medesimo delirio di parole luttuose e irreali, inesplicabili e irriconoscibili come la lingua di astutissimi marziani.

    

… sfiori la tastiera del pianoforte

per richiamarti alla materia;

sul tuo dito indice

brilla il destino caduco degli uccelli…

la cattività dei nostri intenti era intreccio

teriomorfico di ofidi, geroglifici…

«in tutti questi anni della mia tortuosa

fuga dal mondo ho errato come un

arcangelo oscuro

con la sua spada celeste, fiammeggiante»

– dicevo nell’ira –

«come tutti i poeti sei un bugiardo»

 – interloquivi dal sipario-

come una sirena spandevi gorgheggi

sonori e letali; come la «Primavera» del Botticelli

toccavi con un dito in posa rigida

le foglie degli alberi dipinti; i tuoi capelli

recinto di murene e tropi brillavano

purpurei ed io con il leggero volo di Ermes

accorrevo armato di caduceo…

«dormiamo mia idrovora narcomedusa

il narcile assopisce il dolore»

– ti dicevo nel terrore –

   

Attraverso la fantasmagoria del circo, del teatro e della danza (Arlecchino, Pierrot, Colombina, Ofelia, Lady Macbet, Amleto), riappare, come da un fondale lacustre, un mondo arcaico e desueto. Attraverso la fantasmagoria della «maschera» e del «doppio» riaffiora l’immagine inquietante di deità pagane (i Lari che custodiscono la soglia della dimora) divenute, nel mondo borghese-cristiano, peccaminose e perniciose. Dinanzi alla esibizione di tali «maschere» diventa evidente il «falso» della recitazione: «gli abiti dimessi di scena», la prosopopea delle pose teatrali, un abilissimo mixage di retorismi nobili e di fraseologie lambiccate, idiomatismi e cromatismi ultronei. Un discorso poetico eminentemente indiretto, allusivo, caustico, disumano quasi a voler sfondare il fondale di illusionismi e di trapezi linguistici, intenzioni e preterintenzioni dolose e capziose sparse con dovizia nei dialoghi di scena che scandiscono la stoffa dell’illusione condivisa che i protagonisti mettono in scena.

La poesia, dunque, come retorizzazione di una recita, di una finzione, di un allestimento scenico? Retorizzazione che abita il palcoscenico? Recitazione di un «falso»? – Epicedio di un congedo che non vuole tramontare nel Tramonto, che sa di non poter sopravvivere se non nel Tramonto, specchio ustorio dove ardono, riflesse, le parole luttuose.

Come sappiamo, la «maschera» rappresenta l’esibizione di una «natura» che abbiamo condiviso, che è stata nostra ma che adesso non ci appartiene più se non come espressione di un passato inconsulto e incompiuto, che può ritornare soltanto come un rimosso, abreazione di un fantasma di una «maschera» irriconoscibile. E la «parola» si presenta vestita di tutto punto a lutto come ciò che avrebbe dovuto essere pronunciato. E non è stato. La melancholia della parola luttuosa rivela il senso di colpa per la perdita del suo valore d’uso, per gli oggetti degradati ad una funzione servile, a brogliaccio di una recitazione disumana. Parole estorte agli spettri, melancholia di un reale spettrale per sempre sottratto alla lingua della comunicazione e relegato a codicilli di camerlenghi, protocolli di untuosi burocrati, canovaccio di illusionismi per doti retoriche di attori che oscillano tra l’empireo e il postribolo.

Ma è significativo che le ultime parole del poema sinfonico accennino ad un volto che esce dal buio e sorride: « i nostri volti / escono per un momento dall’ombra / e tu sorridi». È il sorriso della Gioconda, incomprensibile e inesplicabile, che viene incontro al lettore. È la fine dell’epicedio. Il tramonto di un mondo nell’enigma di un sorriso. A.S.

lichtenstein sun

   

… è probabile che ci siamo incontrati

in qualche hall d’albergo di terza categoria,

tu facevi la ballerina ed io

il perdigiorno…

o alla biglietteria di qualche aeroporto:

Santa Fè, Lisbona, Madrid, alla fine o all’inizio

di una tournée, oppure in una latrina di Mogadiscio

al termine di una soirée…

sono indizi che mi tornano alla memoria

ora che ti rivedo in un ritratto

che forse ti assomiglia…

forse progettammo di prendere un tè

in un bar di sottoripa, a Venezia; dovevamo

essere in tre: io il tuo doppio e te;

sì, il tuo doppio! che adesso si vendica

della tua esistenza!

Eravamo drasticamente giovani

questo lo rammento – quanto al resto

non mi dà tormento la stanza sprangata,

ha l’odore d’un vassoio di crisantemi…

ti sei seppellita con le tue mani

in un cunicolo dell’oblio… «ma perché?»

– mi chiedo –  «perché?»

saggiamente, sono rimasto a debita distanza,

la memoria è una stanza chiusa

dove non si entra senza bussare…

dovremmo essere in due a chiedere

il permesso…

ma questo il fato non l’ha concesso

Claes-Oldenburg

    

… vivevo nella casa dalle tegole rosse

sgranocchiando il berretto delle stelle…

con lo zaino in spalla vagavo

nei prati, respiravo il profumo

dell’acetosella saltando sui rossi

papaveri, preparavo la tana

per il grillo campestre dalla faccia

legnosa, i baffi della luna

erano lontani e la nera stella del vespero

brillava nell’assenza…

sorseggiavo il sole seguendo

le tracce degli gnomi e delle stelle,

i rospi cantavano nello stagno

con voce di baritono raffreddato…

mentre io scucivo il berretto delle stelle

e tu giungevi

la notte dal cielo con le bianche ali

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… oh, la veste sfarzosa cui seguivano

i tuoi passi rutilanti e il valzer notturno

di Chopin… il tedio e il fuoco

si libravano e folletti guizzavano

leggeri…

nell’aria volgeva il tramonto purpureo

oh, il mastice del ricordo più forte

della lussuria brilla ancora nella memoria…

il desinare sul prato, i canestri di fichi

e ciliegie rovesciati presso il rivo mormorante

accanto a fauni silvestri e sileni oziosi

per il nostro amore defunto…

nella scollatura del tuo corsetto gettavo

le vipere quando la primavera ricca di fiori

ci sedusse…

il terrore del toro nel labirinto

circondato dal mare rumoroso

dei Glockenspiel e dei flauti sonori…

ti ho deposta, mia regina, come un mazzo di gigli

e girasoli nel crepitio del fuoco,

perché incontrarci era destino e oblio,

perché amarci era papavero e memoria,

perché il rivo mormorava parole luttuose

– la cintura stretta alla tua vita sottile! –

«perché i tiranni non sanno impallidire

– dicevi – e palpitare con il Sole…»

oh, la mia tosse!

mi soffoca e non so far altro che

impallidire

e sognare che tra i folletti e gli gnomi

dell’aria d’improvviso appaia la

bianca casa con le tegole rosse e

i bianchi comignoli

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