Magnificat di Elvira Manco

Da “Manificat” di Elvira Manco.

    

Sono nata ad Andria il 13 giugno 1957. La poesia e il teatro mi hanno conquistata sin da ragazza e, tuttora, sono la mia passione. Mi appassiona anche la psicologia, i viaggi misteriosi, incredibili, all’interno di sé, un tipo di ricerca che, sicuramente, si evince dalla mia scrittura. In questi ultimi anni ho avuto la grande fortuna di poter coniugare queste passioni in un unico percorso che è diventato il mio itinerario spirituale. E.M.

manco

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Prefazione (quasi una giustificazione)

 

Si comincia sempre da una microstoria, da una suggestione. Spesso è un’immagine che diventa simbolo del racconto e di lì si parte cercando una completezza, una geometria possibile, un’equazione. In realtà il più è incomprensibile, non misurabile.

L’immagine simbolo qui è un camino in una stanza piena di libri. La microstoria è quella di Mariangela, artista dell’argilla, che aspetta la sua amica Silvia per un pomeriggio di letture davanti al fuoco del camino. La legna è pronta ma Silvia non viene perché è cominciato il suo faticoso percorso di guarigione. Mariangela,  nel suo laboratorio, crea la Signora delle farfalle e la dona a Silvia.

È passato molto tempo e non so se Silvia è guarita. Mariangela mi mostra le sue creazioni e le immagini cominciano a germogliarmi e a cercare le parole per raccontarsi.

Nel cammino tra dolore e guarigione ritrovo ancora mia madre, il suo rifiuto.

Così scrivo cercando un senso che non accetta finalità né finali.

È un fiore che porgo alla mia amica F. che ha cercato la sua guarigione altrove.

III Barbaglio

L’identità come la maschera dà sobrietà alla mia immagine. Posso uscire per strada, sono un animale civile, una bestia domestica che si ricorda di nascondere i tagli. Sono il ritaglio di me, la sagoma, la silhouette incollata nella terza di copertina. Sono un barbaglio venuto da uno sbaglio d’amore. A volte, morbidamente, sono uno sbadiglio del cuore.

V Scritto nell’aria

Scrivimi su fogli vecchi, sulle pergamene antiche. Sia scritto il nome sull’alabastro dell’aria che presto ti raggiunga, che presto ti disgiunga, ti liberi, trovandoti a braccia aperte. E poi aperte le dighe, le chiuse, le finestre sbarrate, le labbra serrate, aperte le sbarre, le brecce, le porte di tutte le città, aperte le serrature segrete che sfiancano le vene nell’amore, aperte le corolle, le farfalle, le rose con le spine che stillano sangue e cantano, le labbra delle sfingi, le sfere dei sette sigilli, aperte le figlie di tutte le madri, le stanze di tutte le case, le torri con le grida nascoste, aperte le lenzuola delle mie nozze sacre con l’orma del mio passaggio sulla terra.

VII Preludio

Per semplicità di vita voglio ridere come un arcobaleno. Voglio stendere un letto di petali sul terreno duro della dimenticanza. Voglio bussare piano alla tua porta chiusa, piegare e ripiegare i miei baci fin sotto l’orlo dell’uscio, asciugare cantando una pozza di sangue e chiedere ti ricordi di me?

Perdonami se aspetto e non mi arrendo. Se non trovo lo slancio dopo la caduta.

Ogni giorno un poco. Ogni giorno. 10, 15, 20 al giorno. Ogni giorno affastello fogli e foglie secche negli sprofondi. Presto 300 al giorno. 1.000, 6.000. Milioni. Grida smussate dagli speroni a crudo. Chiudo tutte le porte degli autunni e degli inverni. In promesse solenni. Vivo in questa tardiva solarità e chiedo le divine intercessioni se la mia gioia offende l’oscurità che dorme. Aspettami, vado per valli e montagne in cerca delle parole felici. Mi dici come si fa? Mi vedi? Costruisco parole lucenti, le pulisco, le lustro, le sminuzzo tra polvere e pietrisco, le smusso fino a farle fosforescenti. Scrivo lettere agli amici per spiegare che l’amore cura, e la paura si fa peso specifico di guarigione, e la memoria, come l’oceano pacifico, nasconde l’insidia nei fondali. Si rimedia alla fatica poco per volta, con una gioia minuscola per poterla nascondere, una briciola, una formicola, una spicola, una stella lontana che si spegne.

Si spegne. Dice: esco. Spegne ad una ad una le luci della casa, i residui di braci. Spente le acrobazie, le piccole bugie, le bulimie degli amori finti. Riduce il quotidiano a piccoli riti in un recinto, sopravvive a se stessa coprendo ritratti antichi, si nasconde, scantona, scansa, non impara la dignità della decadenza, il contegno severo della morte. Dice: esco. E infigge lo sguardo altrove, e poi ancora oltre e dietro di sé solo muti crolli.

Preludi di angeli a cavallo di luce, di scoppi di lampi, di chiarità in cerca di perdòno. Si pèrdono le tracce, i cenni, gli indizi che aguzzarono il cuore, i richiami. E poi l’abbandono.

Così dice: esco. E io dico: cancello la parola cuore. L’indicazione per giungere. Voglio salvarmi dalla necessità del cuore. Stancarmi fino a sfinirmi di riesumare il cuore. Risucchio il cuore nel suo budello di nascita. Non ci sarà più un cuore. Solo un buco radiante. Rimosso il cuore dal suo ostello e al posto una lucerna, una caverna coi suoi fuochi fatui.

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