Da Quaderno millimetrato di Dorinda Di Prossimo

Da Quaderno millimetrato di Dorinda Di Prossimo, incerti editori, con introduzione a cura di Giampaolo De Pietro e Francesco Balsamo.

   

   

Dorinda Di Prossimo nasce a Te­ramo per destino materno e ha pa­terne radici siciliane. Vive a Porto Recanati dove raccoglie il tempo di “quel che resta” coltivando versi, respirando sale, cercando la cle­menza di un’età inclemente. Nel 2006 ha pubblicato la raccolta di poesie Nel sottocuore (Ed. Akkua­ria), nel 2011 Leggere sull’unghia (Ed. Tempo al libro).

Dorinda, ritratto millimetrato

Introduzione di Giampaolo De Pietro e Francesco Balsamo.

“Quaderno millimetrato” di Dorinda Di Prossimo è un libro a tratto, come un patto chiaro; un quaderno con testo a fronte e mare di fronte: le pagine bianche che fanno la sinistra del volumetto sono quelle in “lingua originale” – la scrittura “di fronte” è invece come la vista sul mare, sta all’intero occhio che riesce a raccoglierlo.

C’è l’immaginario fotografico di una presenza e di un’assenza che però si possono toccare, c’è lo scrivere trasversale del poeta che compila e rifinisce le proprie carte, fosse anche con la fronte sola, forse per il tempo di una passerella di ricordi che fanno lo spazio di sempre.

Ansel Adams Wilderness, California

Da Quaderno millimetrato di Dorinda Di Prossimo

    

Ti scrivo come uscita dalla pioggia. Lenta

nell’impiccio delle mani. Mi fracassa sui polsi

una leggerezza di pesi perduti. Di vestiti

accantonati alla rinfusa. Prima del viaggio

ho cucito appena due orli sulle giacche. Fagotto

per tutte le stagioni. Aria da respirare a gambi

sottili, nella piega senza confidenza. Ti lascio

un bacio. A far grano del dì

***

Vennero alla spicciolata le zie, tutte sorelle

tra loro. A turno fecero le notti, un poco

guardando dalla finestra, un poco richiamando

Sant’Antonio ai suoi doveri. Giaculatorie

spalmate sulla sedia. A volte, zia Elodia

s’assopiva, zia Concettina chiedeva

all’infermiera quando lo strazio sarebbe finito.

Carolina, maggiore d’anni e di sorrisi, in testa

contava le torte da ricamare, le federe,

i lenzuolini. E, credo, nel giardino dell’ospedale,

un vento di marzo facesse il suo bel rumore

tra i buchi dei portoni, tra i fiori prestigiati

al sole. Mia madre intanto cercava di partorire.

Una colica renale ficcava dolore. L’utero

distraeva dal farsi carrettino. Nemmeno un

cencio di testolina ancora voleva uscire. Eh sì.

Credo che tre giorni così avrebbero ucciso

anche un mulo. Da sbiancare le sedie, da farsi

il segno della rassegnazione. La levatrice

ogni tanto nitriva. Il dottore nelle viscere frugava.

Mamma diceva che costa cara la resurrezione.

Ma, forte debole spingeva. Il nome di mia

nonna dovevo portare. Quindi. Che il vento

freddasse pure i tetti. Ingrugnisse pure il bordo

dei bicchieri. Le fette dei pensieri sulle nocche.

(Sapeva mio padre sgraziare d’un biancore di

mascella, purezza di meridionale avrei

appuntato io, col tempo a venire, a dire,

a giocare, a sprezzar di voce e sconsolare).

E a un forcipe diedi il grande onore. Di far

danzar le braccia delle zie, di sciogliere i colori

di papà. Gli infermieri portarono serenate.

Mia madre in pelle d’acqua. I santi a dormire.

 

ADAMS LAGO

***

Vince l’occhio dei lampioni. Nebbia viene

dal mare. Ci tenevo a dirtelo, madre.

Sta’ tranquilla. Quindi. Il vicolo ha sempre

una vernice chiara. I vicini, gentili, mani strette,

corto sorriso, sì. Ma’ è che io, io trillo d’un’aria

frettolosa, trasparenti passi. E dicono i vicini

(gli uomini, le nonne di vetro e di rosari, le dame

coi tacchi per serate) – quella donna è troppo

spettinata. Disordina i saluti, inversi orecchini

porta, tosse, acquatiche respirazioni. Legge

copioni in macchina, dimentica la spesa per le

scale. E ha figli grandi come amanti – .O. amanti

rumorosi come figli. Rema d’amore. Eppure

ancora vedo col tuo occhio, madre. A pugno

stringo grano di preghiera. Sale butto, palma

benedetta. Così e Quando. Di croci un

temporale. Il collo, liquidi piaceri, giostre

per bambini. Fuggevoli. Millimetrati.

***

– Non si dorme la domenica, su su, andate

in cucina. Anna vi prepara l’uovo sbattuto –

E si lasciava il piccolo tepore delle lenzuola,

tripli calzettoni per correre in corridoio. Anna tata

faceva montare i tuorli come nuvole di spuma.

E ci guardava, noi tre. La testa ancora penzolava, i

piedi che dalla sedia non toccavano

il pavimento. In realtà, io m’accorciavo ancor

più dei miei fratelli. Stavo con le ginocchia

appiccicate alla pancia. Le braccia a tenaglia

sulle gambe. Era l’odore che mi soffiava

il corpo, lì dalle brachette di tela.

Era quell’intruglio d’asprezza che amavo

trattenere nelle narici. Poi. Lo zabaione, il latte

con gocce di caffè, il pane della sera prima,

scioglievano il freddo. E da lì, da quelle tazze

lasciate nel lavandino, si poteva rincorrere

il gatto, scomparire in soffitta. Non rispondevo mai

quando mi chiamavano per far le pulizie. – Io

sì, i miei fratelli no? – E facevo pose davanti

a un vecchio specchio con macchie nere.

La vestagliona di mamma sulle spalle ché il

freddo dei rifugi è sempre stato il caro prezzo

delle minute libertà. La domenica mattina

significava trovare la casa fuori dalla finestra.

Sì, anche se c’era la neve che poi diventava un

tappeto di spilli. Le lenzuola, i cuscini, le

coperte penzolavano contro il muro. E quelli dei

vicini. E quelli di tutto il paese. Erano

domeniche in cui il freddo entrava di diritto,

disinfettava. Ci pensavano poi le stufe, i camini

a far virtù di fiato. A sciogliere il blu delle

gambe. Io scendevo all’ora di pranzo. Col muso

da «svergognata», ancora sporco, i tripli

calzettoni impolverati. Il mocciolo impertinente.

E l’odore sapore del gioco al piano di sopra.

Solitario. Colpevole. Una ciliegina per il mio

confessore.

adams lake

***

Lo faceva di notte il presepio, mio padre.

Respirando dietro le porte chiuse. Il nostro

sonno fingendo. Il fiato che condensava sulle

ingenue stradine di farina, lo specchietto rotto

per un laghetto solitario, il gioco del muschio

attorno. I pastori con la stessa, nuda

espressione degli angeli. Una donna con

brocca sulla spalla, un arrotino, un cammello

che con gli anni perdeva colore. Hanno

viaggiato con tutta la famiglia i pupi del

presepe. Per ben sei traslochi. La carta blu

stellata piegata con rigore, le casette negli

scatoloni. La madonna, san Giuseppe,

il bambinello, nelle borse di mammà.

Con la carta velina. Docili a custodire

***

Schiudiamo il silenzio. Quel piccolo bilico

che lava i rumori. Apriamolo, riapriamolo.

Col pollice e l’indice, le vene rivolte al cielo,

le ciglia sul mento. Sì. Riconvertiamoci all’insù

della pausa, spuntiamo i rulli o il rullio.

Stacchiamo tutte le vocali, così ingombranti

con quella gola che sciabola le soglie.

Accantucciamoci dentro una balena, solo

le orecchie dritte, come fanno i cani, dilatiamoci

muti. Somministriamoci una pelle che traccia

solo il segno del pensiero, riempiamo le

distanze tra il mignolo e il purissimo odore di ciò

che accade. Eccoli, i picciòli delle foglie, i cerchi

del polline e del fiore, il passo del verso del

dolore, le gioie a soqquadro tra i ventricoli e

l’ombelico. Sillabiamo nei follicoli i ricordi,

dentro le unghie; ritroviamoci nelle viscere.

Il silenzio è rispetto, il vin santo dell’esclamazione.

Specchiamoci dentro di esso, senza timore.

Così, quando arrivano i figli del dolore, dentro le

bare, dentro le fusa della falsa guerra, stolto

sentiamo l’applauso, quel batter di mani stonato.

La morte è morte, uno spiazzo di sale, cenere

sui capelli disossati. Portiamole rispetto. Ché i

nomi diventano lievi, le madri, ghiaia d’agonia.

quaderno millimetrato

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