Una Venere nel Tevere di Giovanna Iorio

da Una Venere nel Tevere di Giovanna Iorio.

   

   

[…] Giovanna Iorio riesce a far discendere dall’alto e a ‘lievitare’ sapientemente le parole più consuete (non è certo seguace dell’ermetismo), a dare loro pregnanza priva di supponente solennità, ad ambientarle spesso nella dimensione del quotidiano, nella cucina. Perché – come Aristotele racconta di Eraclito nel e partibus animalium – la divinità è dovunque: “Una volta…alcuni uomini si misero in viaggio mossi dal desiderio di conoscere Eraclito. Quando arrivarono nella sua casa, trovarono il filosofo seduto in cucina che si stava riscaldando di fronte alla stufa. Alla vista di ciò […] esitarono, forse si aspettavano di trovarlo assorto nella contemplazione del cielo oppure rapito nella meditazione, di certo non pensavano di trovarlo occupato in attività così banali.
Eraclito, vedendoli perplessi e esitanti, disse agli avventori: ‘Entrate. Non abbiate paura. Anche qui vi sono Dei’”.

La Venere Cloacina e le poesie di Giovanna Iorio, con la loro semplice profondità o profonda semplicità, ne sono la prova.

Remo Bodei, dalla Prefazione di

Una Venere nel Tevere, Giovanna Iorio, CFR 2013 prefazione di Remo Bodei.

    

L’alluce luminoso

   

per te mi taglierei i capelli
la chioma di serpenti neri che si fa onda e va
verso il mare

ma non chiedermi di camminare
con i piedi per terra
non darmi la tua scarpina
non chiedermi di tagliare
l’alluce luminoso

non mi calzerà
la vedi la mia anima
sanguina già.

    

La nuvola nera

   

Le mie parole falene
che cercano il bianco
le mie parole ingenue

che sbattono sul tuo muro
che ti inseguono senza riparo
come nero che freme di luce improvvisa.

È un battito d’ali la mia vita
è cera nera
liquida si mette a correre
un fiume che va
incontro al mare.

    

Più gentili con le cose

   

si potrebbe essere più gentili con le cose

lo spazzolino che colpa ne ha
se una bocca non vuole saperne di sorridere
il bicchiere che colpa ne ha
se i cubetti di ghiaccio raffreddano una sera
il tavolino che colpa ne ha
se la borsa è pesante e piena di nero
la tovaglia che colpa ne ha
se i gomiti bucano il tavolo
e due buchi neri si spalancano dopo la cena

e il cuscino che colpa ne ha
se le piume d’oca non sanno accarezzarti la guancia
se il lenzuolo ti copre di bianco e tu vorresti soltanto il nero
essere nudo essere una cosa nuda
un sasso un osso un pezzo di stella polveroso

in fondo non sappiamo nulla delle cose
dei loro volti duri, delle storie
che possono raccontare come conchiglie
che hanno dentro il mare

si potrebbe essere più gentili con le cose
avvicinarle all’orecchio la sera

e farle parlare.

copertina una venere

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