da Zyklon B di Giacomo Vit

da Zyklon B  – I vui da lì robis  (Gli occhi delle cose) – CFR Ed.  di Giacomo Vit.

       

   

Proponiamo alcune poesie in friulano di Giacomo Vit per commemorare il 27 gennaio 2014 “giorno della memoria”.

Dall’introduzione dell’autore leggiamo:

Non ero al mondo ai tempi degli orrori nazisti, né ho compiuto un viaggio ad Auschtwitz per osservare dal vivo quei luoghi. Il mio è stato un viaggio virtuale, attraverso libri e documenti prima, con l’ausilio di internet, dopo.

Così, in un apposito sito ho potuto visionare circa 600 fotografie scattate sul posto  da diverse persone, provenienti da ogni angolo della terra; ognuna aveva fermato le immagini secondo una proprio taglio espressivo, ma il filo che univa tutte quelle inquadrature era sempre lo stesso: l’incomprensibilità del male.

Il mio sguardo poetico è stato catturato, però, più che dalle camere a gas o dai forni crematori, dagli oggetti che appartenevano ai prigionieri, e che sono rimasti lì, in quella luce irreale a testimoniare la loro “vita”.Da lì sono partito.

Ziklon B è il nome del gas utilizzato nei campi di sterminio.

Il dialetto friulano adoperato è quello di Bagnarola di Sesto al Reghena, in provincia di Pordenone, paese mio natale, che da un lato confina col Veneto (che può qua e là condizionarne il lessico) e dall’altro si avvicina a Casarsa, alla parlata resa famosa da Pasolini. G.V.

***

   

III.      Valìs

Carton ch’al strens il to non
di On, grignel di polvar
ta l’aria marsa ch’a taca a zirà
e a discuiars ciafs e ciafs
e a sàltin fòur soldàs cun in man
la goma ch’a scancela la to
identitàt, e ti dovèntis
flama ta l’aga, ombrena ta la not,
spudacia di sinisa…

    

III.      Valigia  

Cartone che stringe il tuo nome
di Uomo, granello di polvere
nell’aria marcia che comincia a girare
e scoperchia teste e teste
e sbucano soldati con in mano
la gomma che cancella la tua
identità, e tu diventi
fiamma nell’acqua, ombra nella notte,
sputo di cenere…

    

***

  

IV.        Spieli

Atu tignùt il cont da li’ ombrenis
ch’a àn s’ciavassàt il to lac inglassàt?
Atu tignùt in mins i dis ch’i ti às
imbarlumìt intant che la storia-giambar
a si moveva ta un flun di sinisa?
Atu cucàt il ridi stuart di chel
che par un secont al à svuarbàt Diu ?

    

IV.     Specchio   

Hai contato le ombre
che hanno attraversato il tuo lago ghiacciato?
Hai tenuto in mente i giorni che hai
abbagliato mentre la storia-gambero
si muoveva in un fiume di cenere?
Hai afferrato il riso obliquo di colui
che per un secondo ha accecato Dio?

   

***

    

VIII.        Ciaviei

Montagna di ciaviei, in duà
a sonu i tos? Chei che to mari
a ti caressava prin che cualchidun
al rabaltàs ingiostri tal mond?
In duà ch’a duàrmin, sporcs,
intorgolàs, distacàs dal to
ciavùt di pipina inciocada
tai binaris dal gas?

     

VIII.     Capelli    

Montagna di capelli, dove
sono i tuoi? Quelli che tua madre
ti accarezzava prima che qualcuno
rovesciasse inchiostro sul mondo?
Dove dormono, sporchi,
aggrovigliati, strappati dal tuo
capino di bambola ubriacata
nei binari del gas?

    

***

    

IX.   Coru dai vistis a righis

No vin recuart dal
soreli, ma di un fastidi,
‘na canson sbusa
ch’a ti tuca in tal
flàt; il rest al è
sfuoi blanc che, cuma
neif, a ni cola intòr
e a ni cuiàrs cu la pietàt
dal so candòur…

     

XI.       Coro dei vestiti a righe

Non abbiamo ricordo del
sole, ma di un fastidio,
una canzone cava
che bussa al
fiato; il resto è
foglio bianco che, come
neve, ci cade addosso
e ci copre con la pietà
del suo candore…

  

***

   

XI.            Pipina rota

Pipina da la bocia
roseada, còntini,
cun chel ch’a resta
di te, se che ti às
viodùt-sintùt-capìt.
Còntini, e jo
i scrivarai, ancia se la man
a si strambarà
ta li’ peraulis, ancia
se il vuli a mi sclossarà
par ‘na plena di
veretàt, tu conta,
conta di cuma ch’i ti às
viodùt infondà l’umanitàt.

   

XII.   Bambola rotta

Bambola dalla bocca
rosicchiata, raccontaci,
con ciò che rimane
di te, cos’ hai
veduto-sentito-capito.
Raccontaci, e io
ne scriverò, anche se la mano
incespicherà
sulle parole, anche
se l’occhio mi ballerà
per un’ inondazione di
verità, tu racconta,
racconta di come hai
visto affondare l’ umanità.

   

***

   

FLUN   (flabuta contada al freit)  *

…ma il flun a nol era content
di duta che piel grisa, di duta che piel penza!
Lui, ch’al era sempri stat brauròus
di vei ‘na viesta trasparinta, lizera.
E lora, ch’i ch’a lu varès disgropàt
da chel inciantèsim? Da chel 20 di zenar **
plombàt ta li’ paginiis da la Storia?

……………………………………

Ma ‘na dì forsi i to’ vui, ninuta,
i to vui no sporcs di fun, sintàs tal curtil
da la vita, a varàn la lus justa par sbusà
li’ stròpis di nèif nera, e vuardà in duà che il vint
al si srodolea ridint…

      

FIUME  (piccola fiaba raccontata al freddo) 

…ma il fiume non era contento
di tutta quella pelle grigia, di tutta quella pelle spessa!
Lui, che si era sempre vantato
di avere una veste trasparente, leggera.
E allora, chi l’avrebbe sciolto
da quell’ incantesimo? Da quel 20  gennaio
precipitato fra le pagine della Storia?

………………………………………………

Ma un giorno forse i tuoi occhi, bambina,
i tuoi occhi non sporchi di fumo, seduti nel cortile
della vita, avranno la giusta luce per forare
le siepi di neve nera, e guardare dove il vento
si srotola ridendo…

        

* La cenere dei corpi dei cremati veniva dispersa nei fiumi e nei laghetti vicini, affinchè non rimanesse traccia del misfatto. 

** Il 20 gennaio del 1942 venne decisa dal nazismo la “soluzione finale”, ossia lo sterminio totale del popolo ebraico.

copertina 

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