La doppia dimensione dell’io ovvero la figura scenica nella poesia di STELLE A MERZO’ di Adele Desideri, nota di Ciro Vitiello

La doppia dimensione dell’io ovvero la figura scenica nella poesia di STELLE A MERZO’  di Adele Desideri, Moretti&Vitali 2013, nota di Ciro Vitiello.

   

   

Il linguaggio della poesia si feconda nell’energia dell’ambiguità ed è movimentato, prima di essere senso e significato, da una pluralità di valori, apparentemente invisibili e pure sensibilmente percepibili, per l’evidente ragione che, secondo Empson, “una parola o una struttura grammaticale è efficace in diversi modi contemporaneamente”; fenomeno di cui  Desideri ha pienamente coscienza, così come della consunzione: “Le parole bruciano – dicevi -/ come i falò nella notte di San Lorenzo” o “Le parole sono inverecondi,/ ancelle dei tuoi sbagli”; e dell’amplificazione: “E io certifico/ – bizzosa testimone di passi falsi -/ le bugie, le trasgressioni,/ le mie, le vostre mortificazioni”. All’unisono tale linguaggio è anche in funzione di una rappresentazione che, più di quanto si possa credere, agisce in uno spazio concreto, visivo, di paesaggi in cui sono inscritti i sentimenti, le impressioni, le pene e le gioie, perfino di un comportamento teatrale dove l’io si fa dialogo o monologo. Questa matrice nasconde l’intimità immediata del poeta che, celandosi nella finzione della scrittura, riesce più autenticamente a indagare, per interposto personaggio, la propria natura e, nella fattiva esigenza di scoprire la verità degli eventi, a manipolare la semantica perché sia consentanea all’esperienza tramite l’impulso del doppio.

Adele Desideri, in Stelle a Merzò, costruisce, con lucida coscienza, una trama apparentemente narrativa, dove, mentre sembra parlare di una storia e dell’altro della storia, mette a fuoco il proprio mondo sensoriale. Tale stato è autenticato dalla stessa autrice se, in esergo, scrive: “Questo lavoro è la trascrizione in prosa poetica di una storia d’amore che mi è stata raccontata – non senza lacrime e sospiri – dalla viva voce della protagonista”. In sostanza si tratta di una dispersione in un romanzo in versi, dove sensi e pensieri si inseguono per dileguarsi o consumarsi o, alla fine, spegnersi in un nulla baluginante. I due personaggi, che vengono vissuti come sdoppiamento di uno stesso destino, aspirano a ritrovarsi, ma in vero subiscono l’impossibilità di congiungersi o in spirito o in amplesso. Pertanto sono obbligati a fronteggiarsi, in un monologo dialettico di allucinanti defezioni: “Un uomo amoreggia con la candela/ – cattedrale di cera -/ l’altro si immerge nella lingua antica/ della sua Liguria”. Tuttavia l’amore non è la promessa da conseguire, ma la figurazione di due quasi fantasmi, che vigono in una condizione di statico isolamento: “Lei (…)/ – i capelli biondo cenere -/ è icona venata di candida luce./ Lui è serioso – piccoli occhiali,/ mano-veloce alle carte di danari”.    

Paolo Lagazzi, nella postfazione, coglie bene degli aspetti tematici: 1) la vicenda d’amore è “assai intensa ma appesa (…) a un senso d’aleatorio o d’incompiuto”, 2) il personaggio variamente ritratto è “un uomo ruvido e insolente (…), propenso a fare dell’amore uno ‘scontro armato’ o un gioco crudele”, 3) nel retrostante del dramma i due attori “si dibattono” in un variegare di posizioni secondo i momenti dell’esistenza. Insomma le vicissitudini sono mutevolmente condensate in una estate, e dislocate in luoghi diversi, che sembrano o meri scenari o presenze impellenti o sfumate linee di lontananza. Ma l’assieme pare ridotto al riporto del vissuto nella breve grafia di un taccuino, ultimo esito della  testimonianza della vita umana: “Nel taccuino – ombreggiato/ come il fiume di verde -/ il tuo nome e cognome/ sono scritti tra altri indirizzi:/ con il rosso marcati, per ricordare/ quel che abbiamo perso,/ quel che siamo stati”.

Se si osserva la testualità nel progresso della scrittura, in quanto serialità di segni linguistici, si rileva un senso di travisamento, che deriva dalla singola cellula semantica, secondo l’indicazione iniziale dell’ambiguità: “Ora tu temi il verbo che esaspera e incanta./ Fuggi da questo paradiso di suoni, fiato, amnesie.// Non rischiare. Cuci la bocca,/ sali sul furgone e scappa via”. Sotto tanta tensione contratta, passa la vanità come prefigurazione del nulla, della inanità di tutte le cose, di paesaggi, di valori, di vita. E pure di una incontenibile follia: “La perduta fiducia – dopo Merzò -/ segnerà la strada che porta alla follia”. D’altronde, in estremo, è la morte la vera legge dell’essere: “Nel giorno sacro/ (…)/ noi celebreremo le esequie/ per ogni trapassata anima”. E in fondo chi celebrerà le esequie della nostra dipartita? 

                                

tn_CRANBERRIES

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