Diffondiamo o diffidiamo della poesia? di Gabriella Montanari

Diffondiamo o diffidiamo della poesia? di  Gabriella Montanari, Direttrice Editoriale di Ed. WhiteFly Press.

   

   

Diffondere la poesia presuppone che in giro ci sia poesia che valga la pena diffondere. E questo va detto, a monte, senza ipocrisie né sterili polemiche. Risaliamo alla catena di montaggio del prodotto poetico: 1) la materia prima è abbondante, anche sovrabbondante (l’Italia pullula di poeti, aspiranti o già aspirati dal mercato editoriale) pertanto l’approvvigionamento alla fonte risulta di una facilità sospetta; 2) la fase di selezione/calibratura/smistamento, per lo più effettuata dalle mani grossolane degli editori a pagamento, è una pura formalità, spesso saltata d’insana pianta; 3) l’imballaggio/confezionamento del prodotto poetico finito risulta, solitamente, così poco accattivante da rendere inappetenti anche i più accaniti consumatori; 4) la strategia di marketing, la promozione e la distribuzione sono talmente poco incisivi che il prodotto poetico è destinato a scadere, in santa pace, negli scaffali; 5) i rari esemplari scivolati in un carrello della spesa, una volta finiti in pasto al consumatore, si rivelano di una pesantezza tale da rimanere indigesti anche agli stomaci poetici più avvezzi. Ora, senza voler per forza dipingere un quadro apocalittico, chiediamoci (plurale volutamente majestatis per non sbolognare colpe a un isolato capro espiatorio, ma distribuirle equamente tra autori, editori, critici, librai e lettori) le ragioni di queste tinte fosche. È la poesia tout court che non tira? È lo stile della poesia – gerontocratica – dominante (nel senso di composta dai soliti poeti noti e “affermati” e pubblicata dagli editori “seri”) che ha fatto la cattiva reputazione di tutto il genere? È che non la si sa vendere? Un po’ tutto vero… I poeti, per lo meno durante le feste comandate, farebbero bene (anche il loro bene, non solo quello del prossimo) a mandare in ferie l’io autoreferenziale e a concedersi quattro passi in mezzo alla vita che cresce loro intorno. La profondità non è necessariamente individualista nei contenuti o aulica nella forma. Gli editori dovrebbero resistere alla tentazione allettante di identificare i poeti (esordienti ma anche quelli già morsi dalla vanità del “io sono alla mia ventunesima pubblicazione…”) con le vacche da latte… “Editore=Imprenditore, EditoreǂTipografo” dovrebbe essere il mantra di ogni casa editrice. Investire in poesia è da capitani d’impresa coraggiosi, e non da poveri illusi destinati alla bancarotta, a condizione che si sappia dove mettere il naso, vista la proliferazione di sostanze poetiche olfattivamente (e non solo) repellenti. I critici, che sono spesso quegli stessi poeti giurassici di cui sopra, nelle loro recensioni criptiche e adattabili a svariate raccolte, più che invogliare il lettore a scoprire un testo poetico, sono promotori involontari delle vendite esponenziali di riviste di gossip e di cucina. Innanzitutto che leggessero sul serio i libri, poi che scrivessero col desiderio di rendersi comprensibili ai più. A chi serve parlare in gergo dentro la propria cerchia? I librai devono campare anche loro e ci sta, ma se ogni tanto mettessero i fantasy o i noir nell’ultima mensola dell’ultimo scaffale dell’ultima corsia del negozio e i libri di poesia in vetrina sarebbero artefici di una vera e propria rivoluzione libercoliana. O invitassero un poeta, a intrattenere gli avventori della libreria, anziché i soliti illustratori di Peppa Pig… Quanto all’ultimo (ma, in realtà, il primo) anello della catena editoriale,  i lettori… In cuor loro lo sanno che la poesia non ha mai ucciso nessuno, se non di noia… Già, la noia, arma nera su bianco, arma letteralmente letale. Un editore, davvero intenzionato a demolire pregiudizi e a sfatare quei miti che vedono la poesia come un genere caldamente sconsigliato e da confinare a un’oligarchia di onanistici autori e lettori, quali strumenti detiene per svolgere la sua missione? Prendiamo un editore a caso, WhiteFly Press… Per prima cosa abbiamo definito il nostro target: i giovani. Che sono poi i lettori che determineranno i trend futuri. Come a dire “semina oggi per raccogliere domani”. L’obiettivo è snidarli, farli uscire dalla nicchia con l’esca di una poesia diversa, “facile” in superficie e profonda tra le righe, una poesia che attiri e avvicini, vincendo la diffidenza, favorendo l’identificazione e l’empatia. Se il giovane non va al libro, il libro si farà in quattro per andare da lui. La poesia, come e più degli altri generi letterari, puo’ e deve avvalersi del digitale diventando ebook, mp3 o mp4 e sfruttando qualsiasi diavoleria che la tecnologia inarrestabile vorrà metterle a disposizione. Poesia su cellulosa, poesia su un minischermo portatile, poesia in cuffia e chissà cos’altro. Ma anche poesia nei luoghi in cui i giovani amano ritrovarsi. Ovunque ci sia ascolto. Ovunque ci sia attesa da ingannare. Ovunque il connubio creativo sia amplificatore e cassa di risonanza. Poesia e testi musicali. Poesia e performance teatrali. Poesia  e cibo. Poesia e vino. Poesia e sport. Poesia per dare voce al disagio giovanile. Poesia per schierarsi dalla parte dell’ambiente. Poesia anche per osare il politically incorrect. In sintesi, la poesia come vero e proprio linguaggio della comunicazione contemporanea e non come esercizio di stile. Le riviste specializzate, cartecee o webmagazine, i blog letterari, i festival di poesia… va bene, ma non contiamoci troppo. Restano luoghi, materiali o virtuali, frequentati principalmente dagli addetti al lavoro e dalle loro cerchie di adepti che di poesia fanno già un discreto uso (e, saltuariamente, abuso). Il serbatoio da cui attingere potenziali lettori è sotto gli occhi di tutti. È l’umano, nel suo habitat naturale. Semplicemente addormentato nel bosco…

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