Donne di borgata. Una vita, forse, felice. Di Cinzia Demi

Donne di borgata. Una vita, forse, felice. Di Cinzia Demi.

   

   

Cinzia Demi è nata a Piombino (LI), lavora e vive a Bologna, dove ha conseguito la Laurea Magistrale in Italianistica.
cinzia demiE’ operatrice culturale, poeta, scrittrice e saggista.
Dirige le Collane di Poesia Sibilla per le Case Editrici Pendragon (Bologna) e Il Foglio (Piombino), e cura per il sito culturale francese Altritaliani la rubrica “Missione poesia”. Per l’Università di Bologna ha collaborato con il Centro di Poesia Contemporanea, la Festa della Storia, la Facoltà di Scienze della Formazione. Collabora inoltre con molte altre associazioni e istituzioni sul territorio nazionale, con riviste, antologie, blog letterari e siti internet per saggi e articoli. Tiene corsi di poesia nelle scuole di ogni ordine e grado e presso associazioni culturali. Collabora a livello di volontariato con il Laboratorio di Parole e la rivista Parole per il Circolo La Fattoria di Bologna.
Ha pubblicato: “Incontriamoci all’Inferno” Parodia di fatti e personaggi della Divina Commedia di Dante Alighieri (Pendragon, 2007); “Il tratto che ci unisce” (Prova d’Autore, 2009); “Al di là dello specchio fatato. Fiabe in poesia” (Albatros, 2010); “Caterina Sforza. Una forza della natura fra mito e poesia” (FARAEditore, 2010); “Incontri e Incantamenti (Raffaelli, 2012); “Ersilia Bronzini Majno. Immaginario biografico di un’italiana tra ruolo pubblico e privato” (Pendragon, 2013); “Ero Maddalena” (Puntoacapo, 2013); l’antologia da lei curata in omaggio a Giorgio Caproni “Tra Livorno e Genova: il poeta delle due città” (Il Foglio, 2013); l’antologia di racconti da lei curata “Amori dAmare” (Minerva, 2014). Suoi testi di poesia, narrativa e saggistica sono presenti in diverse antologie nazionali.
Realizza con i suoi lavori eventi di drammaturgia con letture interpretative, musica e arti varie.
E’ organizzatrice e curatrice di diversi eventi culturali. Tra i più recenti: “Un thè con la poesia”, ciclo di incontri tematici con autori di poesia contemporanea, presso il Cafè Marinetti dell’Hotel Majestic “già Baglioni” di Bologna, e “Il femminile sommerso. Archetipi del riconoscimento”, ciclo di incontri culturali sulle tessitrici d’amore tradito, progetto promosso dal Comune di Bologna, Quartiere S. Stefano.
E’ presidente dell’Associazione Culturale “Estroversi”.

***

Donne di borgata. Una vita,  forse,  felice.
Con testi poetici  da “Incontri e Incantamenti” (Raffaelli Editore) di Cinzia Demi

    

Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città
e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno
era un calvario di sudore e ansie.
Lunghe camminate in una calda caligine […]

(P.P.Pasolini, Il pianto della scavatrice) [1]

    

     Donne di Borgata è il titolo Pasoliniano che ho voluto dare a questo breve saggio, introdotto da un esergo tratto da Le ceneri di Gramsci, e che prende spunto da alcuni testi della seconda parte della mia ultima raccolta di poesie Incontri e Incantamenti (Raffaelli) per affrontare un tema che mi sta molto a cuore, anzi due, a dire la verità: quello delle donne e quello della periferia.

     Certo Pasolini negli anni in cui scriveva il suo romanzo “Ragazzi di vita” (1955) e, quasi a seguire, la raccolta “Le ceneri di Gramsci” (1957) aveva come scopo quello di rappresentare metaforicamente le borgate romane, dove si era trasferito dal Friuli, per delineare una sorta di chiave di accesso alla dimensione della conoscenza della Capitale così come si presentava nelle sue trasformazioni epocali e, al tempo stesso, per costruirsi in parte la forma da modellare, su una materia così viva e vera, per la propria poetica fatta d’intuizione ed espressione. Del resto l’intreccio esistente tra l’opera dello scrittore e le borgate è accertato come tappa fondamentale del suo percorso esistenziale tanto da ricavarne una vera e propria visione del mondo, declinata e sublimata, se vogliamo, in versi che ancora oggi sanno commuovere, in immagini che – poi riprese anche in campo cinematografico – rappresentavano storie vere, neorealistiche, innovative. Eppure ciò che più ci colpisce di questi suoi testi è lo svelamento che fa – lui povero e giovane ragazzo immigrato potremmo dire del Nord – del significato profondo che racchiudeva quell’umanità disperata delle periferie, dove la differenza tra il mondo borghese e quello delle borgate era un vero fatto fisico. La cosa fondamentale era però che ancora il borgataro era colui che arrivava dalle campagne del Sud, portatore di valori contadini, semplici ma reali… che poi sfumeranno certo nella civiltà consumistica dell’industrializzazione, dell’omologazione.

     Oggi alcune di queste borgate sembrano sopravvivere ancora, forsanche con certe differenze localistiche, ma non necessariamente dobbiamo pensarle come situate nei luoghi più lontani della Terra. Spesso basta andare in quartieri di cittadine, o in borghi di paesi e trovare ancora realtà dove la vita e il suo scorrere sono vissuti in tn_corneille_003_la_fortalezamaniera molto diversa dalla frenesia delle metropoli dove è possibile ancora incontrare dimensioni in cui sembrano sopravvivere valori che, dicevamo sopra, sono più semplici, più elementari e magari – chi può dirlo? – più veri. In questi luoghi è facile imbattersi in certi personaggi, soprattutto femminili che rasentano – se pure in contesti di piccole comunità partecipate – l’isolamento, se non proprio dal mondo intero, certo dalle sue macro-problematiche economiche, sociali, culturali. Qui, il vivere quotidiano è scandito da momenti legati all’incontro e alla veglia, soprattutto serale, allo scambio di notizie su questo o quel fatto accaduto al vicino di casa, all’amico, al nemico, alla figlia di, al nipote che… in un micro-universo che assurge a limbo culturale, a luogo dove si mescolano le persone, il tragico e il comico, dove la “condition humaine” cerca una ulteriore forma di rappresentazione dei suoi eroi, un ulteriore grado di forza catartica da realizzare sulla terra, attraverso il vissuto degli altri, la mimesi negli accadimenti raccontati. Non saprei dire se questo rappresenta per tali figure uno status di felicità ovvero se il non potere o non volere sapere altro al di fuori del ristretto cerchio della propria esistenza sia una condizione privilegiata, in fondo, o quantomeno ricercata: queste donne – sottolineiamo infatti che si tratta principalmente di figure femminili – sembrano tuttavia aver scelto questa condizione, essere artefici del proprio destino, alla moda degli eroi elisabettiani sembrano vivere in una dimensione che proviene direttamente dal loro cuore e non gli è imposta da nessuna divinità superiore, da nessun preordinamento naturale. Semplicemente sono incapaci di comportarsi diversamente da come fanno.

    In questi luoghi, non è raro imbattersi in qualcuna di loro, magari nelle prime ore del mattino o al crepuscolo prima che inizino le veglie che, al di fuori dal gruppo, e quindi priva di protezione legata all’indistinguibilità, si faccia notare per le sue caratteristiche personali, per i suoi dati fisici o morali, legati al modo di vestire o di camminare, a qualche gesto o frase che la identifica per un’unità unica, se vogliamo, a se stante, legata a un proprio vissuto che – se in altri momenti si stenterebbe a riconoscere – in quell’istante, in quella particolare condizione non può passare inosservata. In breve tutta la storia di queste vite è racchiusa in un gesto, in una frase, in un colore, in un aneddoto che le ha etichettate per sempre. Raccogliere questi elementi e farne stimoli per una propria poetica, così come il chiedersi se l’ascolto di questa realtà può essere semplificato in una mera descrizione o concentrarsi in un’elaborazione in versi fa tutto parte del mestiere del poeta. E di questo mestiere fa parte anche l’interrogarsi sulla scrittura felice che riteniamo di poter intendere come una scrittura ben riuscita, una scrittura che sentiamo utile e necessaria, una scrittura di cui non si poteva fare a meno perché nata dall’ascolto di certe smagliature d’incontri e frequentazioni che non potevano che generare percorsi poetici. I testi qui riportati – tratti dal libro “Incontri e Incantamenti” edito da Raffaelli – sono una parte di quelli contenuti nel libro stesso e dedicati dunque a queste figure femminili, archetipi in fondo di un genere tra il mitico e l’epico, dove il canto si fa più significativo però quando diventa solista, quando esce fuori dal coro per rappresentare la dimensione della solitudine e dell’unicità, della diversità che non rima con infelicità, ma che serve a raccontare, a catalogare i destini umani, un po’ come diceva Calvino, alla maniera di racconti fiabeschi, perché proprio dalle fiabe – quindi dal vero – sembrano uscite queste ultime vecchie eroine rimaste a tenere salde le radici, e a delimitare il confine col nuovo che avanza. C.D.

***

   non vedeva Annina
le parole della Messa
appoggiato l’occhio sbilenco
           al foglio scritto
a memoria recitava
altrove frasi imparate

   non vedeva Annina
i colori dei vestiti
male assortiti
           su maglie e gonne plissettate
giacche unte e consunte
cappelli demodé

   non sapeva Annina
se il giorno era infuocato
o buia era la notte
           senza luna
paure forse nessuna
            o forse almeno una

***

la chiamarono Stella
perché poi, chissà
bella non era
           forse luminosa sì
con un sorriso pieno
e vuoto di pensieri

   la mano
in quella della mamma
gli occhi spalancati
           cresceva Stella
sempre più grande
e meno bella

   solo il sorriso restava
e tutti a parlare
la lunga gonnella
           la maglia a camicia
povera Stella
           neanche di luce vestita

***

   metteva il rossetto rosso
ma portare no
non lo sapeva
           lo spazio riempiva
tra naso e bocca
sporcando la peluria

   baffi rossi
qualcuno la chiamava
e lei col cane al vento
            e la borsa rossa della spesa
un cenno di saluto
ridendo rispondeva

   poi sull’autobus
ancora si mostrava
nella sua tarda primavera
           fisso negli occhi azzurri
il tramonto
           rosso della sera

***

ha il seno grande Mariannina
e non solo
fiori e fiori nelle vesti
           anche nei resti
della sua lunga epifania
ma l’occhio è piccolo

   di chi non ha mai visto
un sorriso di resto
a un conto già pagato
           furtiva per le strada
vorrebbe l’amore
a pareggiare

   nessuno le può dare
ciò che le spetta
lei dice
           e ancora si dice
cambi il suo cotone con la seta
            per direzione e non per meta

***

saltava i fuochi Adriana
quella notte
a San Giovanni
            smilza e lesta
come cerva nei boschi
poi barcollante per i muri

   rasente li sfiorava
dimentica di quei voli
tornava la paura
           di cadere
avvolta nel tannino
d’un rosso da due soldi

   se la prese il fuoco
dalla lingua impastata
in un giorno di scirocco
           fra lenzuola grigie e disfatte
batteva il tocco [2]             l’orologio delle sue malefatte

***

   passavano a coppia
un doppio comune soprannome
per due figure simili
            all’andare
la mamma dalla figlia
non si distingueva

   stessa mole
occhi e capelli
cappotti ed ombrelli
           un giorno ci fu un uomo
padre e marito
alla sua morte

   da un cane sostituito
comprarono stereo TV digitale
sedute davanti, spenta
           la stavano a guardare
fu l’unica volta
che si misero a pensare

——————————-

[1] Le ceneri di Gramsci, 1957, edizione adottata Garzanti, Milano, 2009.

[2] Il tocco è un termine del gergo toscano che indica le ore 13.00.

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