Elleboro di Guglielmo Aprile, nota di lettura di Giuseppina di Leo

Elleboro di Guglielmo Aprile, Terra d’ulivi Ed. 2019, nota di lettura di Giuseppina di Leo.

    

    

Nella recente raccolta di Guglielmo Aprile Elleboro (Terra d’ulivi edizioni, 2019) gli aspetti del mondo attuale ci sono tutti, dalle problematiche ambientali ai relativi condizionamenti sul piano umano e interpersonale.

Come il volume precedente (I masticatori di stagnola, Lietocolle, 2018), anche in Elleboro i molteplici aspetti sono scandagliati analiticamente offrendo una precisa rappresentazione del nostro vivere, con valenza di tipo documentale.

La continuità dell’interesse verso temi di natura sociale e antropica ci informa dello spessore culturale ed etico di Guglielmo Aprile, ma ci permette anche di avvalorare la tesi per cui un libro non è mai concluso, “chiuso”, nemmeno dopo la sua pubblicazione (come diceva, ad esempio, Ignazio Silone in una ben nota prefazione a Fontamara).

La poesia è sempre un viaggio che punta verso il mondo, o uno scavo, a volte disperato, verso un invocato ideale di bellezza che si eleva sopra il limite di una società gretta, improntata com’è – e la nostra lo è – soltanto su meri interessi economici; di una società che non riesce a pensare ad altro che garantire gli interessi di pochi privilegiati dimenticandosi, così facendo, dei principi fondamentali del rispetto verso degli altri, cioè di quei principi che sono basilari per la convivenza umana, improntati sulla tutela dei deboli, degli ammalati, sull’accoglienza verso chi non ha risorse: non c’è alcun dubbio, nelle cinque sezioni che compongono il libro (Articoli in finta pelle, Ruota per criceti, Giro di giostra, Vivisezione, Preparati anestetici e strategie di fuga) il messaggio del poeta sta nel dire forte il suo deciso “non-ci-sto”.

Disforia postcoitale

Per quei venti secondi
dell’orgasmo

si massacrano i Sassoni,
si fa scorta di Duracell,
si dà prova ai checkpoint
di autocontrollo e doti di umorismo
e di un sistema renale efficiente,
e l’Ikea pubblicizza
in tutto il mondo i suoi avveniristici
modelli di scarpiere e lettiere per gatti;

seguiamo con occhio distratto un film
dalla trama piuttosto prevedibile,
poi fatti gli esercizi di ginnastica
la stanza è un cane morto.

Come un Robinson Crusoe dei nostri giorni, il poeta sperimenta, con altrettanta pervicace testardaggine, le conseguenze che il desiderio di realizzare un sogno comporta, incurante anche del limite che tale rischio, quando imposto, comporta: «Non ti fermare dai contrabbandieri di datteri,/ nel pozzo trovi sabbia/ anche se hai sete…» (L’esperienza) L’elaborazione del dato esperienziale reca in sé un fitto intreccio di divieti e di ovvietà senza qualità, «anche se hai sete».

Labirinto

Ci raccomandarono state alla larga
dai cunicoli, dal bordo dei pozzi,
ci si perde spesso
dove gli animali senza occhi
fanno le tane, nessuno li ha mai misurati
i sotterranei, una razza diversa
che ha in orrore i fiori di Cnosso
coltiva insani, violenti appetiti.

Il cielo dalle mascelle di ferro
reclama ogni giorno
il suo tributo di cappellini da baseball,
in un numero non inferiore a sette.

Dal dato dell’esperienza allo spazio del mito la differenza consiste nello scarto, un tributo a cui pare impossibile sottrarsi. Nella sua trasposizione nel presente, l’elemento mitico resta ugualmente intatto, con il suo carico d’orrore.

I denti d’oro della zingara

1

Dietro i più fini articoli di pelletteria,
bestie scuoiate
e vapori acri dal retrobottega;
senza il belletto
l’attrice fa sui suoi ammiratori
una certa impressione;
il corpo visto ai raggi X rivela
la sua essenza, nient’altro che uno scheletro,
anche se dissimulata, a occhio nudo,
sotto un tornito ventaglio di cellule
o una pettinatura alla moda, o tanti altri
consumati artifici teatrali.

2

La superficie cela sempre trappole,
buche non segnalate, aghi nel letto,
per quanto a farla gradevole basti
un sapiente gioco di luminarie;
non si fanno scrupolo le vetrine
di esporre bigiotteria taroccata;
la muffa avanza sotto il mogano,
sgretola il dogma del calcestruzzo,
l’iguana vigila confondendosi in mezzo ai fiori,
nel buio i falò ammiccano
con ciglia che hanno lusinghe di mare.

Il tentativo di guardare oltre non sempre produce l’intento voluto, le maschere possono disilludere e amareggiare, celare volti simili a paesaggi indesiderati o sgraditi: «… C’è un volto offeso dal vaiolo, una periferia brulla,/ dietro ogni porta/ che non avemmo la cautela/ di lasciare socchiusa.» (Maya)
Il vero problema resta poi sempre il seguente: «Nessuno ci ha mai guardato negli occhi/…» (Costumi civili)

L’esito contraddice le premesse

Il finale della storia
è scontato, niente di interessante
da scoprire nelle periferie,
solo l’erba tra i mattoni franati
che cresce arrogante mentre dormiamo,
gli intervalli tra un coito e l’altro
l’animale li passa aspettando,
ogni medicinale induce assuefazione:
i sassi contano i secoli,
i fiumi sono anonimi,
la polvere non è diversa dalla polvere,
le strade sono scritte tutte nello stesso osso,
l’idea di imbarcarci
l’abbiamo abbandonata da ragazzi.

Ritroviamo il Robinson che elettivamente associo al poeta per affinità “etica”, per la tipica figura di non-eroe ma “giusta”; però, a differenza del personaggio di De Foe la disillusione porta il poeta ad abbandonare l’idea del mare inducendolo in seguito a procedere per sottrazione: «L’orizzonte è una promessa,/ e l’oggi un profugo cieco. […] Poi le stive degli anni/ hanno svelato il loro reale carico,/ il diramarsi sotto i nostri occhi/ delle strade innumerevoli/ che piegano dietro la schiena scura/ della montagna;// e l’orizzonte resta colmo di spighe/ ma l’oggi ha le mani mozze.» (Viaggiatori)

Brutta fine

Ci rimase abbastanza male, quando
fu scartato alla visita di leva;
fu da allora, secondo la diagnosi,
che i suoi complessi incominciarono. Oggi

il massimo dei suoi obiettivi è farsi
quelle cinque ore di sonno per notte,
ha smesso anche di pulire in bagno
e si rannicchia negli angoli
se il temporale gli ricorda
che gli antenati è meglio non sfidarli,
non invocarli a vuoto.

Dovrebbe avere un po’ più di fiducia
nei suoi mezzi; ma come può, d’altronde?
Si prepara a un congedo
ma in sordina, quasi in punta di piedi,
senza il biglietto d’addio. Intanto impreca
contro l’ombrello rotto,
s’infila in tasca le sue quattro cose
e va via in fretta, borbottando
di essere lasciato in pace, mentre gli altri ridono:
come un cane vecchio, zoppo, preso a sassate
da una banda di ragazzini
infami.

Purtroppo, non siamo per niente lontani dalla realtà: sono fatti di cronaca recente.
Sì, certo, avere una speranza è possibile, si spera sempre: «(eppure è così squisito l’odore/ dell’erba dopo una pioggia inattesa,/ che riscatta il mondo e ogni suo errore).» (Uomo di gesso)

Occhio di vetro

Dammi una buona scusa per non andare,
una crema contro le occhiaie
il massimo che potrei chiedere
alla fuga delle galassie;

beati gli altri, che non si distraggono
quando la voce guida
fornisce utili delucidazioni
nel suo timbro metallico; io non so

come si debba fare a vivere,
se sia estrema saggezza o follia,
se ingenui oppure scaltri, quelli che non entrano
senza un occhio di vetro, dove i neon

fanno più ampie le stanze, i corridoi più muti.

Man mano che si procede lo sguardo si fa pacato, emergono ugualmente le incongruenze del vivere, ma, dopotutto, annegare nell’oblio non serve a nulla: «Tanto è un gioco/…» (Finzione cinematografica). Fino a che un bisogno estremo di protezione prende il sopravvento e resta il desiderio di riportare indietro le lancette del tempo: «nella placenta del mare mi sento/ protetto come prima della nascita.» (Sardegna II)

in apertura Eva tra le nuvole, Lara Steffe, 2012

 

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