Intervista a Emidio Montini

Intervista a Emidio Montini, a cura di Paolo Santarone.

  

 

Emidio Montini nasce nel 1954 in una valle del Bresciano fra le più laboriose e chiuse a tutto ciò che non ricada sotto la voce “tempi e metodi”. Forse, a condurlo ignaro verso quella vanità chiamata poesia, può essere stato quell’elemento, primitivo e sacrale, ereditato da parte materna. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni poetiche dal 1978 ad ora: Poesie (La Voce del Popolo, Brescia 1987); A Colloquio con l’Angelo (Edizione del Leone, Venezia 1990); Mutamenti e Identità (Edizioni del Leone, Venezia 1992); Cassandra la Bella e altre cose (Edizioni Tracce, Pescara 2002); il romanzo breve Il Panico e la Grazia (L’Arcolaio Editrice, Forlì 2008); Uodishallo – Diario Africano (L’Arcolaio Editrice, Forlì 2009); La Moneta a noi Donata (L’Arcolaio Editrice, Forlì 2010); Parola di Scriba ( L’Arcolaio Editrice, Forlì 2011). Numerose le recensioni su quotidiani e le segnalazioni in vari premi letterari. E’ stato più volte fra i segnalati e i finalisti (cogliendo un secondo posto) al Premio Lorenzo Montano.

   

Montini, che cos’è per te la poesia e quali i nessi fra poesia e sacro?

                        

Con un credo sarà sereno sulle labbra che vivrò quel tempo.
Il fanciullo che sono stato, d’ogni volo certo e d’ogni luce,
(come niente il giorno passava quando lucido lui nel bosco)
in sé speranza non ha perso ancora di rifiorire in volto.                            

Già lo vedo. D’umane lacrime attraversato avendo l’acque,
(ché morte non solo si piange ma per demenza pure d’amore)
commosso tornerà, lui mai partito! a rinnovarmi il cuore.
Abito allora vestirò festivo, se pure per me solamente.                         

E sarà il diluvio. Linguaggio sarà ristabilito e franco.
Dell’ira avendo sanato il grembo, per così lento paradiso,
(o fiorisse, fiorisse il sangue come fioriscono le rose)
a tacere metterò le mie parole.                                 

                                          E me ne andrò segreto.

                     

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“E me ne andrò segreto”. Segreto, parola importante: poiché la semina e il raccolto che la poesia comporta è fondamentalmente inesprimibile. Un uomo diverso ne sorge, i cui connotati risultano essere distanti da ciò che si poteva immaginare. Segreto, parola importante: perché la poesia non ha a che vedere se non accidentalmente con la fama, la gloria, sottoprodotti loro di un’avventura ai limiti dell’umano. Segreto, parola importante: perché il disprezzo e la noncuranza riservata all’artista, fa sì che esso s’allontani quale ospite sgradito, ma a tutti manchi in verità come fratello non riconosciuto. Nonostante i liquami sociali, l’anima non perde la speranza di dare un volto al corpo: di operare una sorta di resurrezione nella carne. Resurrezione come certezza del volo, la stessa certezza che ognuno possedeva in piena comunione con se stesso e col mondo. Non esiste il tempo se non nel nocciolo della colpa, e la colpa è postuma all’addomesticamento. Quando ciascuno lucido nel bosco, a regnare erano le geometrie della rugiada, la chimica della luce: superflua ogni scienza di fronte all’armonia della creazione. Ma come fissare nei cieli il qui e l’ora, l’eternità sfuggente? Si piange l’età, si piange la morte: un amore si piange neppure compreso, che a scotto dell’urlo suo stesso dovrà attraversare un mare d’umane lacrime. Il prezzo di una riscoperta, di un ripristino: un lavoro sacrificale sulla perduta innocenza – perduta davvero – per troppa indecenza, per troppo panico, troppa violenza. Quale migliore incanto allora (quando il momento) d’un abito festivo, per siglare nuovamente il patto di un’amicizia antica: fra Dio e l’Uomo, fra Dio e l’Anima dell’uomo: l’assetata! per cui un sorso d’acqua pura è diluvio del linguaggio, ristabilito nella sua identità di mentore, di mediatore di mondi. Placata l’ira del poeta, per così lento paradiso (che non fiorisce secondo il desiderio ma secondo il sonno della materia) il poeta conclude la sua parabola: stende un velo sul corpo nudo della Parola e in esso si seppellisce. Afasia o Buddità, vittoria o sconfitta, poco importa. Chi scende laggiù, non lo fa per gioco: ma perché tra la quercia e il salice, a tutti sia dato d’essere un canto pieno, un canto tondo. Da secoli ormai non cura il Tempo le opere dell’Eterno – biforcuta è la strada imboccata. E mentre l’una è folta di nebulosi giorni, sull’altra inascoltato accenna il poeta a una sua tenerezza, a un suo incanto: tenta di dire d’un possibile mutamento. Ma l’Ottuso veglia a che nessuno ascolti – a che nessuno imbocchi l’esile ponte, sotto cui piangono gli Angeli e geme la Storia.

                              

La tua poetica si discosta nettamente dalla poesia del nostro tempo, sfida con bella sicurezza l’arcaico, l’aulico e talvolta il liturgico, fino a comporre uno stile molto “tuo”, molto riconoscibile e forse, per i lettori più conformisti e corrivi, anche molto “spiazzante”. Non vuoi dirci come questo stile e questa poetica si sono andati formando e maturando?

                            

Ho un ricordo molto vivo di quegli anni. Allora vivevo ancora in famiglia. Spesso la notte non riuscivo a dormire. Mi giravo e rigiravo nel letto, come preso da febbre. Una fienagione d’immagini mi riempiva la mente. A un certo
punto mi dovevo alzare, chiudermi in cucina per non disturbare, e alla luce di una candela cominciare a scrivere. In quei primi due anni riempii fogli su fogli, inestricabilmente, senza capirci niente. Era una sommatoria di simboli
puri: nessun discorso, solo rovine. La bellezza stava nella distanza fra una parola e l’altra, e più fra di loro erano distanti, più vicino era il loro senso. Mah! Ovviamente l’esondazione non poteva durare. Prima o poi ogni fiume
rientra nell’alveo, e così accade anche alla parola. Piano piano, crescevo un orizzonte fatto finalmente di albe e tramonti, nel giusto ordine. E l’ordine, a suo modo, si faceva oscura gradinata su cui l’anima barcollava felicemente. La conoscenza procedeva per lampi: diretti, indiretti, trasversali. La trama della vita aveva un suo retro, una sua Penelope. Il ricamo dei giorni aveva senso proprio perché abitato anche il suo rovescio. Poteva ben soffiare il vento, spezzare il lo malo tempo le corolle dei fiori: là dove io abitavo il lusso era sfrenato. Ogni frammento era prezioso, mentre la Figura prendeva Forma. Non ancora comprensibile ma promettente. Cosa cercavo? E perché quel minare a tappeto la mia stessa mente? Ora lo so. Ora che un poco la stanchezza avanza,
posso dire che sotto sotto è fame d’amore, come per tutti, un desiderio d’essere conosciuti a nuovo: creature irripetibili in un mondo che tutto frantuma. La cattedrale dell’Opera, non è che il monumento a quel ragazzo
antico, il cui bisogno di assoluto non fu mai soddisfatto. Imperfetto il padre, imperfetta la madre. Solo il figlio può completare il mondo che preme, che da un qualche Altrove cerca voce e compimento. La creazione produce creazione, come la foresta alimenta il fuoco. Si ramificano gli esseri e le cose, come globi di plasma durante un temporale. Attraverso la parola l’ignoto si riappropria del suo regno, usando il noto come rete: il ragno e la sua preda, felici insieme e la preda e il ragno, perché tali senza uncino, senza arpione. Il canto della terra, i suoi tifoni, il placido maggese, il senso d’ognuno che fa le vele tese, il silenzio delle vette e delle metropoli il rumore… germina dovunque il fertile quartiere, non dorme il Divino nemmeno nel dolore. Nel Dove riposa la parabola del Quando, si raggruma il Sempre nell’acino dell’Ora. Incompreso il suo respiro riempie il tempo e le maree: un bilione di parole non spiega un attributo, non calpesta l’orda un granello del Suo suolo. E non chiedere di vederne il volto, non volerlo! Ti si potrebbe rivelare, e canuto farti il capo, farti cadere i denti. La potenza che l’adorna, è un graffito scolpito vivo nella carne, nella storia senza storia. Mi ci sono voluti anni di lavoro, d’ignoranza, e poi mesi di terrore, per capire che la creazione non è un gioco, un artificio da cui trarre un’improbabile gloria: così in profondità
sa scavare il Verbo, da dissodarti l’anima. E poi? E poi nulla. La freccia deve scoccare, la vacca muggire, l’asteroide cadere: il tempo della coscienza è un tempo monco. Nonostante tutto, solo la poesia rende la vita una pellicola a colori, arato un campo, e se si guarda al passato, un filo percorre gli avvenimenti gioiosi e tristi del vissuto nostro. La parola è mercede essa stessa, manna del nostro personale esodo. Ma questo è dovuto solo da chi s’appassiona, a chi freme: colui per il quale il Tempo è sempre in ritardo, “per dire che assassinato il vero re, perché troppo magnanimo, e tenuta nascosta la notizia”.

                          

Paul-Delvaux1

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