“E poi il cielo, uno spazio che non finiva”. Nota di lettura di Silvia Secco a Endimione di Claudio Damiani

“E poi il cielo, uno spazio che non finiva”. Nota di lettura di Silvia Secco a Endimione di Claudio Damiani, Internopoesia Ed., 2019.

           

   

Il mitico amante greco della luna è mortale, ha nome Endimione, e la sua amata non è Diana né Artemide ma Selene – antico nome, antico e lunghissimo sguardo sull’amato addormentato: il medesimo sguardo perpetuato nell’eternità, notte dopo notte e sognare dopo sognare –
Dopo, capita a volte che la storia conceda realtà alla mitologia, così Plinio il Vecchio riconosce in Endimione il primo vero studioso delle fasi lunari, e ogni notte si ripete il rituale di questo duplice sguardo, una corrispondenza vocale: “può succedere che però a volte/ capisca qualcosa che è una voce vera del cielo” “(ma dovrei dire a orecchio nudo/ perché è più l’orecchio che adopero/ o forse tutti i sensi insieme,/ è una concentrazione/ di tutti i sensi).”

Endimione, di Claudio Damiani (Interno Poesia Editore, collana Interno Libri, 2019), si potrebbe definire come un lungo discorrere, amoroso e terribile al contempo poiché è un parlare d’amore e di morte ed è un parlare che “spaura”

“nei grandi server fra i ghiacci, rimangono le tracce
del nostro breve passaggio”

(d’altronde, vivi – qui, così come siamo – è questo che maggiormente ci riguarda).

E si potrebbe definire anche un diario onirico: “qualcosa che se cercavo di prenderla/ mi si sfaceva tra le mani”, “Stanotte ho sognato che la luna era piccola/ io la prendevo e la baciavo in faccia/ e sugli occhi, le belle guance gelide/ accarezzavo e nuovi baci apponevo/ sulle sue gote.”

C’è una luna reale ed una immaginaria nella poesia di Damiani, depositaria ideale e silenziosa di un protrarsi del discorso inteso come lenta confessione, lento svelamento, monologo che però si fa comprensivo di un interesse umano complessivo, e che comunque chiede, si interroga. E c’è, in questo libro (non una raccolta ma un organico composto, che prevede un inizio ed un termine al punto esattamente precedente quello iniziale, e che compie il ciclo) una continuità reiterata: tempi e immagini si alternano e ritornano infinitamente, segnando una cronologia tonda, che casomai prevede soltanto piccoli avvallamenti, piccoli crateri segnati da date precise e non rinnovabili – cose di poco conto nell’eterno possibile delle fasi lunari.

Come le fasi lunari, sono quattro le sezioni che compongono Endimione: Rifacendo tutti i calcoli, Quanti baci ti avevo dato, Ti tengo la testa tra le mani, Ho fatto questo sogno.
Della poetica di Damiani, scrive Camillo Langone: “Caro m’è questo suo ultimo piccolo libro, “Endimione”, che ricorda nel titolo chi domandò agli dèi di dormire eternamente. Anche il poeta dorme, in copertina. All’interno dorme e sogna. Sogna ma non desidera siccome è stupido desiderare: “Anche ai ricchi gli manca tutto / e i poveri sono più vicini / alla verità che è la povertà”. Senza contare che il desiderio mette agitazione, magari ci si risveglia. Invece Damiani continua a dormire e a sognare i suoi dolci sogni famigliari, bucolici, laziali (Roma è appena sullo sfondo). Naturalmente sogna la morte: “Non ci sono più, sono volato”. Le librerie sono piene di libri di esaltati che spronano al fare e allo strafare mentre ogni verso di “Endimione” è una goccia di biancospino: caro sia Damiani agli allergici alla frenesia.”
Chi scrive qui, invece, non percepisce – come già detto – “dolci sogni famigliari, bucolici, laziali”, se non come qualcosa di poca importanza.
In questi versi esiste qualcosa che pare andare oltre ogni territorio, nonostante un lago preciso sia citato, e che pare accoccolato in un concavo indefinito il quale appartiene proprio alla geografia del sogno, nella quale i confini si fondono, ciò che si tocca si sfiora e si intuisce in una ed in molteplici possibilità:
Anche mi pareva/ che il modo che avevano gli alberi di correre/e di venirmi incontro salutandomi contenti/ assomigliasse ai tuoi moti,/ che ci fosse una relazione col modo/ di originarsi, in te, del movimento.”, un movimento che non muove per andare a termine ma che, invece, vaga:
Sì, ho cercato/ ma adesso vorrei vagare/ solo vagare/ senza cercare./ Si, qualcosa ho trovato/ cioè non proprio trovato”.
Forse la nota caratterizzante di questa parola poetica e del proprio messaggio, inteso che esso fosse univoco – cosa che, invece, non avviene quasi mai in poesia, per nostra fortuna – è questo andirivieni di dettato e rimesso in discussione: è così, ma potrebbe non essere; potrebbe semplicemente non essere, fino a svanire.

“tutto ciò che era dentro era fuori
e tutto che era fuori era dentro” 

“quasi estranei,
non estranei, ma non ci sapevamo”

“e c’era poi una donna, non saprei dire chi fosse,
se piangeva o sorrideva, una donna
che piegava il capo con dolcezza.”

Endimione alterna, nelle sue pagine e nelle diverse sezioni, testi molto lunghi, continuativi (soprattutto nella prima sezione), a poesie singolari. Eppure si concede alla lettura come un seguito perpetuo, quasi come fosse un poemetto, un lungo recitato notturno per il teatro.

“ci osservavano spiriti
antichi e ombre si assiepavano intorno
e noi ad ognuno facevamo un cenno e ognuno
ci rispondeva con un saluto, parlavamo
tutte le lingue, e i nostri piedi toccavano
tutte le pietre”

Tutte le pietre, tutte le parole di questo libro se potessero isolare una parte del loro tracciato, a parere di chi scrive, ne canterebbero una per prima, fra le canzoni di Endimione. Questa: 

“M’aveva svegliato la brezza marina,
ero nudo sulla spiaggia, cominciava a albeggiare,
dei cigni si erano fatti intorno a me,
quel mare, me lo ricordavo
era quello della mia infanzia in Puglia,
rivedevo la casa, i quattro angoli
e il tetto di tegole a padiglione
la scala esterna che saliva su
e gli eucalipti che frusciavano intorno,
ogni giorno era contato
e scorreva dall’inizio alla fine,
le volpi erano nelle loro tane
io ero un bambino piccolo
che andava già in bicicletta,
era possibile, come un nastro al contrario,
riavvolgere ogni preciso giorno
ogni ora veniva riavvolta
e le fronde degli eucalipti frusciavano,
le notti, fu riavvolta ogni notte
e ridormita dalla fine all’inizio
così fu percorso ogni cunicolo
delle gallerie sotterranee
e gli strati della terra e della sabbia
furono riavvolti uno per uno
fu riscoperto un mare
e dopo un mare altra sabbia, e roccia,
poi fiumi e laghi, monti e colline
passavano strati di terra nera
poi una pioggia finissima di conchiglie
per un tempo interminabile.
E poi il cielo, uno spazio che non finiva
e bagliori di luci lontane.

(pagine 59-60)

    

    

Claudio Damiani è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo. Vive a Rignano Flaminio nei pressi di Roma. Ha pubblicato le raccolte poetiche Fraturno (Abete, 1987), La mia casa (Pegaso, 1994), La miniera (Fazi, 1997), Eroi (Fazi, 2000), Attorno al fuoco(Avagliano, 2006), Sognando Li Po (Marietti, 2008), Poesie (Fazi, 2010), Il fico sulla fortezza (Fazi, 2012), Ode al monte Soratte(Fuorilinea, 2015), Cieli celesti (Fazi, 2016). È stato tra i fondatori della rivista Braci (1980-’84) e, nel 2013, di Viva, una rivista in carne e ossa. Tra i premi ricevuti: Montale, Luzi, Lerici Pea, Frascati, Laurentum, Camaiore, Arenzano, Brancati, Tirinnanzi. Ha pubblicato il saggio: La difficile facilità. Appunti per un laboratorio di poesia (Lantana, 2016) e, con Arnaldo Colasanti, La vita comune. Poesie e commenti (Melville Edizioni, 2018).

      

 

in apertura Ksenja Laginja, Sensorium 6

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