“Freedom” racconto di Virginia Farina

Freedom

racconto di Virginia Farina

              

Roma, gennaio 2013. La sala parto dava su corte interna dell’ospedale, piccola e spoglia ma luminosa. Un grande cedro la occupava quasi per intero, slanciandosi fino al sesto piano e sfumando la luce del pomeriggio negli interni. Un silenzio denso, esausto, s’era steso nella stanza, come prendendo corpo tra le pareti per coprire ogni cosa e a ogni cosa dare riposo. Per terra, come gettate di furia, stavano lenzuola arrotolate e cuscini, mentre intorno al letto la macchina per il monitoraggio fetale e qualche sedia stavano finalmente vuote e silenziose. Le ostetriche erano uscite e per la prima volta dopo un tempo infinito Freedom era sola. Stava sdraiata sul letto, a occhi chiusi. E il suo corpo nero, ancora lucente di sudore, spiccava sul lettino bianco come un pesce gettato a riva da una mareggiata.

La bambina era stata portata via da una delle ragazze per essere lavata e vestita, ma lei non aveva fretta di rivederla. Si sentiva come un animale sfinito da una lunga lotta, aveva una necessità estrema di riprendere energie e contatto con sé. Richiamò le infermiere per chiedere un The caldo e qualcosa da mangiare, poi chiese di star sola. Aveva la nausea, come nel deserto prima della Libia, così iniziò dai biscotti secchi, calmando per prima cosa lo stomaco. Ecco, quel parto era stata una seconda traversata del deserto. E come allora aveva lottato per sopravvivere, forse di più ancora. E come allora aveva ricordi confusi, come in un sogno… cos’era prima e cos’era dopo? Ecco, qualcosa che di là non c’era, ma qui qui era arrivata: una mano, la mano fresca dell’ostetrica sulla fronte che cercava di calmarla e rassicurarla mentre sua figlia dava la ultime brucianti spinte per venire al mondo. E Freedom urlava, non solo di dolore ma di rabbia. Di una rabbia che la lacerava più delle ultime contrazioni, per quell’odore di sangue ed escrementi che le ricordava il campo dove era stata la violenza e non l’amore a metterle in grembo quel seme.

Quando Freedom sentì la porta aprirsi con delicatezza schiuse gli occhi appena, quel tanto che le bastava a percepire l’ultima luce del giorno. Senza dir nulla l’ostetrica le mise la bambina accanto. E la bambina, ben avvolta in una coperta, non emetteva suono. Così Freedom l’avvicinò un pochino e sempre ad occhi chiusi iniziò ad odorarla. Poi le venne come voglia di sentirne la consistenza e il sapore, e con le labbra le diede piccoli baci che somigliavano a morsi, mentre la lingua sentiva l’umidità di quella pelle appena strizzata. Era buona, e buono era quell’odore, quel tepore che le arrivava al petto anche attraverso la camicia. L’ostetrica le chiese se voleva allattarla, allora Freedom aprì gli occhi e si trovò di fronte lo sguardo spalancato della bambina. Era uno sguardo difficile da sostenere, come quello di certi vecchi saggi che aveva conosciuto al suo paese. Sembrava sapere molto, troppo. Ed era serio, serissimo. Ma c’era una luce in fondo che le ricordava il sollievo di chi ha scampato un pericolo. “É come me, sopravvissuta al mare…” disse più a sé stessa che all’ostetrica, e intanto avvicinava la testolina pungente al suo seno scoperto invitandola ad attaccarsi, come a dissetarla d’acqua dolce.

         

Paolo Figar, Giardino italiano, 2016

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