Il racconto del mese: “La montagna verde” di Virginia Farina

La montagna verde

racconto di Virginia Farina

              

C’era l’altro ieri e adesso non c’è più
Una montagna verde in mezzo al cielo blu
C’era una montagna in mezzo alla pianura
Ascoltami seduto finché la storia dura.

     

Nel bel mezzo della pianura s’innalzava una magnifica montagna. La sua cima era perfettamente triangolare, bianca e immacolata e le sue pendici erano verdissime. Vi cresceva ogni tipo di pianta perché la terra della montagna era fertile e generosa. Insomma, era proprio un bel posto in cui vivere. Vi abitavano 101 topolini, un buon numero, dirai, per una montagna tanto grande. In realtà, però, non avevano tutti lo stesso spazio: cinque topolini, che si erano proclamati i capi in quanto- dicevano loro- diretti discendenti dei primissimi abitanti della montagna, possedevano il 90% della terra, mentre gli altri novantasei vivevano alle pendici un pochino serrati, in tanti piccoli condomini ordinati come in una grande città. I cinque capi avevano costruito un confine grazioso tra la parte più popolata della montagna e i loro possedimenti. Una siepe ben tagliata, ornata qua e là di qualche bel fiore, segnava la linea da non oltrepassare mai. Naturalmente se qualcuno non avesse rispettato il confine avrebbe trovato dall’altra parte cani e trappole armate, esponendo se stesso a grave pericolo, ma cinque topolini consideravano comunque sé stessi dei grandi benefattori. Essi, infatti, davano la lavorare a tutta la popolazione delle pendici, impiegandole in numerose spedizioni per la pianura da cui ricavavano grandi scorte di buon cibo, acqua e pietre preziose. Per tutto il giorno la montagna rimaneva silenziosa mentre i topolini si affaccendavano nei campi tutti intorno e solo a sera ritornavano a casa, pronti per una notte di tutto riposo.
Generazione dopo generazione i topolini vivevano così, e per una strana coincidenza, che sembrava piuttosto un incantesimo, il loro numero risultava sempre identico. Vecchi e giovani, grandi o piccini, capi o lavoratori erano sempre 101, non uno di più e non uno di meno!

La percezione di tutti era che la loro vita sarebbe continuata uguale per l’eternità, per cui nessuno si accorse di quei segnali che mostravano in realtà che qualcosa stava cambiando. La parte di pianura più vicina alla montagna s’era dissecata, e non trovandovi più niente di buono i topolini dovevano spingersi sempre più lontano. Così anche gli incontri con gli altri topini che abitavano nella pianura si fecero più frequenti. Erano topolini diversi da loro, più robusti e scuri. Vivevano in piccoli gruppi e le loro tane non erano affatto facili da trovare.

Quando la chiazza gialla intorno alla montagna si fece così grande da coprire tutto l’orizzonte accadde una cosa che nessuno aveva mai immaginato. I topini della pianura uscirono allo scoperto e si affollarono alle pendici della montagna ancora verdissima per chiedere qualcosa da mangiare. Avevano talmente tanta fame che lungo il tragitto alcuni si litigavano anche i più piccoli chicchi bruciati dal sole, così che arrivarono al confine smunti e impolverati, alcuni addirittura feriti e zoppicanti. Arrivarono topini maschi e le femmine con le cucciolate. Soltanto gli anziani rimasero indietro perché ormai si sentivano troppo stanchi per attraversare la pianura e troppo impauriti per lasciare le loro tane.

I primi topi che arrivarono alla montagna furono accolti senza problemi, agli abitanti di lì non dispiaceva affidare a qualcun’altro i lavori più faticosi e stancanti. Ma ben presto iniziarono a percepire come una minaccia la presenza di topi diversi da loro, e mentre il numero dei nuovi arrivati saliva loro si facevano sempre più sospettosi e chiusi finché non decisero di andare a chiedere consiglio ai cinque capi topi che abitavano poco sopra di loro. Questi, con voce pacata e suadente, li convinsero che presto si sarebbero potuti estinguere a causa di quell’immenso afflusso e che era venuto il momento di costruire una cortina per difendere la montagna nella quali erano nati e cresciuti da generazioni. Tutto ciò che era sulla montagna era loro e loro avevano il sacro dovere di difenderlo.

Le parole del cinque topi erano state per gli altri topi della montagna potenti come una scarica di corrente, che si trasmise veloce aumentando potenza di bocca in bocca. Nel giro di poco rosicchiarono legni e trasportarono ammassandoli resti di ogni tipo così da costruire un’immensa recinzione che difficilmente sarebbe potuta essere scavalcata. Per maggiore sicurezza alcuni dei topi più grossi si proposero come guardiani, organizzandosi in turni per fare le ronde sopra la grande barriera.
A qualcuno, in realtà, qualche dubbio venne. Chiudere fuori gli altri era anche chiudere dentro sé stessi, perché nessun recinto funziona in un verso soltanto. Ma non era facile esprimere quei dubbi a un gruppo che sembrava compatto come mai prima d’allora.

Per i topolini del deserto la situazione diventò ancora più difficile, non era possibile per loro tornare indietro e neppure potevano procedere. Si accalcarono sotto la frontiera cercando mille modi per attraversarla, ma i topi della montagna si difendevano da loro come dal più pericoloso e potente esercito. Tra le centinaia di topi accampati sul confine ce n’era uno che, pur essendo tra gli ultimi arrivati, riuscì in poco tempo a spingersi nelle prime posizioni. Era un topolino piccolo, poteva essere ancora un cucciolo se non fosse stato per l’espressione decisa del suo muso, che raccontava di una determinazione così grande che può nascere solo da un dolore immenso o da un’immensa speranza. Questo topolino si chiamava Nilo, perché la sua mamma era stata da giovane sulle rive del grande fiume, e lì aveva desiderato che i suoi cuccioli un giorno potessero avere la forza e la sapienza di quell’antico corso d’acqua.

Quel desiderio fu il dono che la madre fece al piccolo Nilo, e quel dono lo accompagnava anche ora che la sua famiglia era stata dispersa dalla fame e dalla paura e lui si era trovato solo alle pendici di quella verde montagna.
Se non posso passare dalla terra e non posso passare dall’alto passerò da sotto, si disse. Nessuno può controllare la terra su cui poggia l’intera montagna. E senza dir nulla agli altri sfollati si mise a scavare, facendo attenzione a coprire il vuoto che lasciava dietro di sé di modo che nessuno seguendolo allertasse le guardie della montagna. Scavò a lungo, giorno e notte e notte e giorno, finché, sfinito, pensò che ne aveva abbastanza e che era ora di provare a riemergere. E che sorpresa quando tirò fuori il muso tutto impolverato e vide un bosco verdissimo, pieno di profumi e bacche e buoni frutti da rosicchiare. Non riusciva a credere in ciò che vedeva, che stesse sognando? Ma il sapore di quei frutti era così intenso e durava così a lungo ormai che non poteva che essere ben sveglio. Gli ci volle comunque un bel po’ per capire che quella era la parte più alta della montagna, così stranamente silenziosa e spaziosa che lassù di certo dovevano viverci in pochi. Scivolò con cautela ai margini del bosco e lì vide un altro recinto, più discreto e pulito di quello da cui era partito, fatto di belle foglie ed eleganti disegni floreali, ma non c’erano dubbi… quella era un’altra barriera! Gli sorse in quel momento un dubbio terribile, ma chi stava dall’altra parte sapeva del bosco? Aveva capito di essere stato confinato? Che bisognasse far cadere quel primo confine per eliminare quello più grande che affamava i suoi fratelli del deserto? Bisognava farsi venire un’idea, e agire molto in fretta! Qualcuno avrebbe potuto scoprirlo e non avrebbe più avuto possibilità. Così si mise al lavoro acquattato contro il terreno iniziò a rodere radici e cavi, fondamenta e fili, finché non fece crollare una buona porzione di recinto.

Venite venite, si mise a strillare! Venite a vedere la meraviglia del bosco, la bellezza del monte!!! Perché ve ne state confinati laggiù? La terra non ha padroni né sopra né sotto, e la montagna è grande abbastanza da sostenerci tutti.
Arrivarono dapprima in pochi, poi tutti e novantasei i topolini si affacciarono al bosco e iniziarono a mormorare stupiti. Che quel piccolo topolino scuro avesse ragione? Che i cinque topi capi avessero per loro tutto il bosco e l’acqua e il cibo era poi vero? E se era vero era ancora giusto?
Senza dirsi nulla di più iniziarono a lavorare per far crollare il recinto, e quando i cinque capi si avvicinarono con i loro cani con fare minaccioso stettero così fermi e decisi che gli altri finirono con il ritirarsi in silenzio. Le cose non potevano che cambiare, era chiaro per tutti.

Ora non rimaneva che aprire le porte ai fratelli di Nilo.
Certo non era facile, tanta era la paura da una parte come il dolore dall’altra ma bisognava provare.
Che forse non era troppo tardi per la montagna per restituire alla pianura un poco del verde che le aveva rubato.

         

Rosa_Luxemburg (2)
Rosa Luxemburg, filosofa, economista, rivoluzionaria polacca naturalizzata tedesca

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