Giorni fatti a mano di Matteo Greco. Postfazione di Paolo Polvani

Giorni fatti a mano di Matteo Greco, Subway Edizioni srl.

Postfazione a cura di Paolo Polvani.

                          

    

 

Matteo Greco nasce a Gagliano del Capo, in provincia di Lecce, nel 1982. Studia a Bologna e a Limoges, in Francia, dove consegue un dottorato in semiotica. Attualmente vive fra Milano, dove svolge attività di ricerca, e il suo Salento, dove la sua ricerca «si compie su strade più personali». Coltiva da bambino la sua passione per la poesia. Partecipa a numerosi festival nazionali ed internazionali, e nel 2007 vince il Certamen del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna. Sue poesie sono state pubblicate all’interno di diverse antologie (Le poesie della tabaccheria, Verrà il mattino e avrà il tuo verso, Premio Città di Monza 2011, La danza dei colori) e su riviste letterarie online (Autorieditori, La scrittura meridiana, Versante ripido, La poesia e lo Spirito); Giorni fatti a mano, Subway Edizioni è la sua prima raccolta di poesie.

“Passeggiare nelle poesie di Matteo Greco da lettore e non da critico, senza l’ossessione di sezionare, analizzare, scandagliare, prendere le misure e stabilire raffronti, rende l’esperienza della lettura un viaggio ricco di sorprese, un viaggio per il quale sarà bene attrezzarsi in maniera adeguata.
Da turista col cappellino e la macchina fotografica, i pantaloni corti e i sandali, attraversare le strade che aprono i versi, col naso in su e l’aria incantata, con la meraviglia del «buonmondo giorno!», assaporare subito una buona «tazza di mattino macchiato col rumore dei motorini», e correre all’improvviso «sotto una pioggia di cognomi», lungo le case di marzapane, e imbattersi finalmente in vampiri e streghe, e nella «flotta del telegiornale».
Passeggiare nei versi di Matteo Greco offre quello che la buona poesia dovrebbe offrire: prospettive inedite, interessanti giochi di architetture, strade scoppiettanti di novità, e la gioia di partecipare all’invenzione, di condividere la scoperta. Potremmo fare finta, si dice in un verso, e il fortunato turista si trova proiettato d’improvviso nel mondo della creazione, in un incalzare di giochi di parole, di trovate linguistiche, di accostamenti fantastici, di smarcamenti logici.
I versi de Giorni fatti a mano restituiscono la poesia al mondo della creatività, della fantasia, della libertà, si riappropriano felicemente della dimensione ludica, tolgono le briglie al linguaggio, lo incitano a scorrazzare lì dove gli era impedito, nei campi coltivati delle regole, dei confini, della logica e del senso comune.
E’ questo il sogno della poesia? la creazione di un mondo magico dove s’infrangono le regole?
Qui è messo in scena un uso alternativo del linguaggio con la funzione di sbucciare la realtà, lasciando che le componenti essenziali del quotidiano rivelino il loro vero volto irridente o capriccioso o semplicemente più aderente alla loro intima verità, oppure di portatore sano di possibili infinite magie.
Il filosofo Giorgio Agamben ha dedicato un beve saggio al rapporto tra magia e felicità: – «Benjamin ha detto una volta che la prima esperienza che il bambino ha del mondo non è che gli adulti sono più forti, ma la sua incapacità di magia. E’ probabile infatti che l’invincibile tristezza in cui sprofondano a volte i bambini nasca proprio da questa consapevolezza di non essere capaci di magia. Ciò che possiamo raggiungere attraverso i nostri meriti e la nostra fatica non può, infatti, renderci veramente felici. Solo la magia può farlo. Se è così, se non c’è altra felicità che sentirsi capaci di magia, allora diventa trasparente anche l’enigmatica definizione che della magia ha dato Kafka, quando ha scritto che se si chiama la vita col nome giusto, essa viene, perché «questa è l’essenza della magia, che non crea, ma chiama». Per questo il bambino non è mai così contento come quando inventa una sua lingua segreta. La sua tristezza non proviene tanto dall’ignoranza dei nomi magici, quanto dal suo non riuscire a sciogliersi dal nome che gli è stato imposto. Non appena ci riesce, non appena inventa un nuovo nome, egli stringe tra le mani il lasciapassare che lo consegna alla felicità».
Penso che Matteo Greco abbia trovato il lasciapassare che lo consegna alla felicità nella parola poetica, la quale possiede appunto la peculiarità della magia, che è chiamare le cose con un nome più consono, più adeguato rispetto al nome logorato dall’uso che ne facciamo nel quotidiano, chiamarle col nome segreto il quale soltanto consente di farle venire, di consegnarcele nella luce di un’evidenza nuova.
Ed è questa lingua che gli consente di «lasciare lo stomaco sul tavolo e scendere a contare le gambe del mare», o che gli fa dire: «il paese ha il mal di blu», e «piango una  lacrima d’argilla / e ti racconto una bugia».
Matteo Greco ha inventato una sua lingua magica che gli schiude la porta della felicità. Esiste una magia ulteriore in questo aspetto: l’eccezionalità è che a dispetto della sua segretezza tutti possiamo attingere felicità da questa lingua, anche a noi è concesso di «vedere il nostro aquilone solo una settimana al giorno», e questo ci autorizza al sospetto che l’essenza della poesia risieda nella accessibilità alla segretezza di una lingua magica.
Emerge con prepotenza in alcuni testi una fresca adesione alla bellezza del vivere – «Benedico la neve / che mi cuce gli occhi» – e altrove, a proposito del vento del Salento: «è sputo azzurro sulle guance delle case». Perché la bellezza porta come corollario un tormento indicibile? Forse gli sperdimenti legati alla bellezza derivano dalla consapevolezza della sua fugacità, della sua corruttibilità, dal suo carattere illusorio? Forse perché la bellezza si manifesta come evidenza di un confine?
«Benedico il gatto equilibrista, / il suo puro vagabondare in una strada inutile»: questi versi indicano piuttosto che la bellezza non ha confini, non è passeggera ma è qui e ci assedia con la sua tirannia, ci circonda e ci penetra, circola, non riesce a stare ferma, ci asserraglia e ci invischia, ci stordisce e non offre riparo né rimedi.
Da questa ineluttabilità origina la poesia, come proclama che non esiste argine al dilagare della bellezza. I versi di questi Giorni fatti a mano sono agitati da un vento che profuma di gioventù, di primavera, un vento che fa della lettura un viaggio che si incide nella memoria, vi deposita un’impronta.
Queste poesie, che si portano cucito addosso il vento buono della gioventù, lasciano presagire un approfondimento dello sguardo, uno slargarsi degli orizzonti tematici e conoscitivi, come nella bellissima Per sottrazioni inconsapevoli: «qual è il totale / di questa specie di sonnambulismo / travestito da guadagno?».

                        

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